La lettrice della domenica 3 – The Songlines / Le Vie dei Canti

The Songlines

Le Vie dei Canti è un libro meraviglioso, un libro che va alla scoperta delle nostre origini nomadi, quelle dell’umanità e quelle di ciascuno di noi, per cui fin dalla culla ci è difficile star fermi, quasi che fosse una forzatura, la stanzialità, e che ogni viaggio fatto da adulti significasse reimparare quella esigenza e quella capacità di essere in costante movimento che per buona parte della vita siamo quasi costretti a reprimere. Un libro umanistico, mi viene da dire, in cui anche chi non ama viaggiare troverà, credo, sempre qualcosa di sé.

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originario di poiesis, e cioè “creazione”. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aeva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – e così ricreava il Creato.

“certe volte,” disse Arkady “mentre porto i ‘miei vecchi’ in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. ‘Che cosa state cantando?’ domando, e loro rispondono: Un canto che fa venir fuori il paese, capo. Lo fa venir fuori più in fretta’”.
Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.
“Quindi, se ho capito bene, la terra deve prima esistere come concetto mentale. poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste””.
“Esatto”
“In altre parole “esistere” è “essere percepito”?”
“Sì”
“Somiglia pericolosamente alla confutazione della Materia del verscovo Berkeley”.

[da: Le Vie dei Canti, Bruce Chatwin, Ed. Adelphi, traduzione di Silvia Gariglio]

The Songlines is an amazing book, a book that takes you on a journey to discover our nomadic origins, those of humanity and those of each of us, so that to this day it is difficult for us to stay still, even from the cradle: almost if sedentism continued to be something that constrains us, and every time we travel as adults meant we learn again that need and that ability to be constantly on the move, a need and an ability we are probably forced to restrain for a good part of our life. A humanistic book, that’s what I’d call it, where even those who don’t like travelling will always find, I think something of themselves.

By singing the world into existence, he said, the Ancestors had been poets in the original sense of poesis, meaning ‘creation’. No Aboriginal could conceive that the created world was in any way imperfect. His religious life had a single aim: to keep the land the way it was and should be. The man who went ‘Walkabout’ was making a ritual journey. He trod in the footprints of his Ancestor. He sang the Ancestor’s stanzas without changing a word or note – and so recreated the Creation.

‘Sometimes,’ said Arkady, ‘I’ll be driving my “old men” through the desert, and we’ll come to a ridge of sandhills, and suddenly they’ll all start singing. “What are you mob singing?” I’ll ask, and they’ll say, “Singing up the country, boss. Makes the country come up quicker.”
Aboriginals could not believe that the country existed until they could see and sing it – just as, in the Dreamtime, the country had not existed until the Ancestors sang it.
‘So the land’, I said, must first exist as a concept in the mind? Then it must be sung? Only then can it be said to exist?’
‘True’
‘In other words, “to exist” is “to be perceived”?’
‘Yes’.
‘Sounds suspiciously like Bishop Berkeley’s Refutation of Matter.’

[From: The Songlines, Bruce Chatwin, Picador]

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19 Pensieri su &Idquo;La lettrice della domenica 3 – The Songlines / Le Vie dei Canti

  1. Dear Madame, let me say that I did not understand whether this book is just a novel or a sort of historical document. It would be good to know it… Secondly, please let me point out that the day on which you will fail is coming… this review has lot of words but half of the post is just a traslation, and a good part is just quote… 😈😈😈😈

  2. davvero gran bel libro: anche il titolo è bellissimo in relazione al suo contenuto e proprio per questo dovrebbe essere proposto nelle nostre scuole, giusto per far fare un’autoanalisi ai nostri adolescenti e al nostro modo di vivere, ormai sopraffatto dal profitto, dalle multinazionali, e da tutti noi diventati nostro malgrado un prodotto per strategie commerciali…

    • Ce ne sono tanti libri meravigliosi che dovrebbero essere fatti conoscere… La cosa più bella secondo me sarebbe se le scuole avessero delle belle biblioteche ricche di libri, e gli insegnanti riuscissero a trasmettere il piacere non solo di leggere, ma di incontrare i “propri” libri, le “proprie” storie. Qualcuno ci riesce, ma è raro. Certo dei libri belli bisognerebbe parlarne con passione e amore 🙂

  3. Gran bel libro 🙂 mi ha sempre affascinato questo rituale del cantare per rendere tangibile e comprensibile la realtà. Si ricollega molto al tuo post di venerdì sulla forza della parola.
    La preghiera rituale, persino la medicina tradizionale degli aborigeni hanno una forte componente cantata e danzata, come se questa corporeità potesse creare un collegamento con il mondo incorporeo rendendolo carnale.
    (Spero di non aver parlato a vanvera) ciao cara!

    • No, l’avevo pensato anch’io in effetti che poteva esserci questo collegamento, anche per me ha un fascino enorme questa cosa del creare il mondo con il canto (parole e musica, poi non è un caso se di solito si dice che la musica è uno dei linguaggi universali se non il più universale. Bellissima l’ultima frase sulla corporeità che crea un collegamento col mondo incorporeo rendendolo carnale, mi piace moltissimo

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