23. Being Human

Il fatto che io non avessi molta voglia di rivedere questo film è indicativo, considerando che rivedrei all’infinito praticamente tutti gli altri, in blocco. Ecco, questo no. E credetemi che mi costa fatica dirlo, ma no, non riesco a farmelo piacere.

E’ la storia… no, sono le storie (in buona parte senza alcun nesso tra loro, a parte certe emozioni di cui dirò) di un uomo (o più uomini? Lo stesso che viaggia nel tempo? Si reincarna? Mah!), in tempi lontanissimi tra loro, aventi come filo conduttore solo il protagonista, un tizio di nome Hector, il cui unico fascino sta nel fatto di avere la faccia di Robin Williams. Ah, no, ecco, ho visto che anche l’acqua è un filo conduttore (io non c’ero arrivata, lo ammetto). Come diceva una delle recensioni dell’epoca “tutti questi Hector hanno una natura passiva, e non è che il film gli dia [a Mr. Williams] molto da fare[1]. Il che è un peccato, in effetti. Come sottolineava un’altra critica, “non è che lui non sia in grado di interpretare un animo timoroso, quando glielo si chiede. È che sembra un terribile spreco”…[2]

L’Hector delle caverne perde la sua famiglia, rapita da una tribù straniera, negli ambienti ostili della Scozia preistorica, senza riuscire a mettere su una resistenza più che simbolica. Qui mi trovo mio malgrado costretta a essere d’accordo con chi diceva che persino per il pur “villoso” Robin Williams, la parte di un cavernicolo è davvero ardua, specialmente senza nemmeno un dinosauro nei paraggi.

L’Hector romano è lo schiavo di un buffo uomo d’affari (John Turturro) che, costretto al suicidio, vorrebbe che lo schiavo, in segno di affetto e gratitudine, accettasse di morire con lui. Poi sì, qui c’è la dolcezza un po’ stranita di quel dialogo, rara punta umoristica del film, sempre in quel modo un po’ surreale, ma insomma… (Sei lo schiavo che mi è più vicino, il più caro, cosa diranno di me se tu rifiuti di morire insieme a me?). Seguono due episodi definiti (non da me) come “ancora più contorti dei precedenti”, rispettivamente ambientati nel medioevo (una breve storia d’amore con una donna che non parla la sua lingua, interpretata da Anna Galiena, che è stata da alcuni vista come metafora dell’incomunicabilità tra i sessi… Boh… Forse.) e tra i conquistatori portoghesi nel XVI secolo, per arrivare (finalmente?…) ai giorni nostri, con un uomo divorziato cui è “concessa” una settimana per cercare di recuperare uno straccio di rapporto coi figli.

Pochissimi giorni dopo la morte di Robin Williams, quando la maggior parte dei commentatori cercava di parlar bene di qualunque cosa avesse fatto (con le ancora poche eccezioni di quelli che invece si sentivano in dovere di stroncarlo per sentirsi fuori dal coro), un giornalista scrisse che questo film era in realtà, benché imperfetto, un lavoro bellissimo che incarnava “l’anima cinematografica di Robin Williams.”

Ora, non sarò certo io a discutere il fatto che la nostalgia di casa, gli affetti familiari, la libertà, il tradimento, i rimpianti, il rischio di farsi schiavizzare (in senso reale o estensivo) dal lavoro, il senso di responsabilità e gli obblighi che si hanno verso gli altri, il coraggio e la viltà siano temi universali, né tantomeno che siano temi a cui Robin Williams ha dedicato la sua attività e la sua vita. La ricerca di ciò che ci rende umani… eh che diamine, era una delle sue passioni, “la” sua passione, direi. Ha studiato e osservato il comportamento delle persone – e le spinte emozionali e istintuali che ci stanno dietro – da sempre, era la base della sua comicità (e quello che la rende distante anni luce da qualunque forma di clownismo, detto per inciso). Però via, non ci prendiamo in giro. Ditemi Good Morning Vietnam, Dead Poets’ Society, Mrs Doubtfire, Aladdin, The Birdcage, Will Hunting, e io concorderò con il massimo entusiasmo. Ditemi (vado in disordine sparso) Popeye, Moscow on the Hudson, Garp, Club Paradise, Hook, The Fisher King, Awakenings, Jakob the Liar, persino The Best of Times o Toys (per non parlare di Patch Adams e What Dreams Mat Come). Ditemi anche, non so, The Final Cut, piuttosto e io dirò “ok, ci può stare” (peraltro quest’ultimo è un bel film, secondo me). Insomma, sparate un nome a caso è ci sono 99,9 probabilità su cento che sia non solo bellissimo, ma anche espressione piena della “poetica” di Robin Williams (che era un artista, e aveva una sua poetica, anche questo non sono io a dirlo). Ma questo, anche no.

Ok, bislacco è bislacco e questo, visto di chi stiamo parlando, lungi dall’essere motivo di perplessità sarà stato alla base della scelta di accettare il ruolo, è da presumere. Poi la fervida immaginazione di cui si dà credito al regista, un po’ di saggezza mite qui e là e una certa leggerezza che sembra talvolta pervadere, nonostante tutto, questo impervio viaggio nei meandri del tempo avranno pesato pure sulla bilancia. Ma mica vogliamo dire che tra quelli che ho citato sopra non ci siano dei film stupendi che non smettono per questo di essere alquanto bizzarri? Questo, direi, è alquanto bizzarro senza smettere per questo di essere… diciamo sconclusionato. E pazienza. Si lascia guardare, comunque, e alla fine qualcosa rimane, il che poi è più di quanto si possa dire di tanto altro cinema. Ma se mai doveste chiedermi di scegliere il “meno bello”, ecco…

[1] The NYT, http://www.nytimes.com/movie/review?res=9A03EED71639F935A35756C0A962958260

[2] http://www.joanellis.com/reviews/BEING_HUMAN.htm

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16 Pensieri su &Idquo;23. Being Human

  1. Ti dirò, non l’ho visto e mi hai fatto venire voglia di vederlo. Sbaglio o hai citato quasi, quasi, tutti i film di cui hai parlato tranne La leggenda del re pescatore? Sempre colpa di Gilliam?

    • Beh, di stroncarlo proprio non mi permetto e come avrai visto ho persino invogliato qualcuno a vederlo… diciamo che a me di tutti quelli che ho visto finora (che sono un buon numero benché non proprio tutti tutti) è quello che è piaciuto meno. che non vuol dire che sia orrendo, ma in mezzo a tanti film splendidi… 🙂

  2. Pingback: L’elenco promesso – II parte | intempestivoviandante's Blog

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