IL BOSCO – PARTE II, CAPITOLO III par. I, continua

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Il giorno del suo diciannovesimo compleanno, il 9 di ottobre, c’erano di nuovo tutti, anche Gianna e persino Barbara, anche se ultimamente si erano allontanate sempre di più.
Fu una bella festa all’inizio, e per qualche tempo Elisa ebbe persino l’illusione che le cose avrebbero potuto tornare come prima.
Quella fu anche la prima volta che vide la madre di Andrea e Monica. Dalle descrizioni se l’era immaginata come una specie di virago mascherata con una patina di buone maniere. Si trovò davanti invece una donna gentile e un po’ smarrita, gli stessi occhi grandi e scuri di sua figlia, le stesse mani delicate e sempre in movimento, il sorriso un po’ stanco di chi si è trovato in mezzo a qualcosa di sconosciuto senza la più pallida idea di come affrontarlo. Fu solo per pochi minuti, ma si sorprese a pensare che tutti i loro genitori avevano dovuto in qualche modo reinventare l’immagine dei loro figli, scoprirli diversi da come li avevano cresciuti, imparare una visione del mondo che non erano preparati in nessun modo a capire. Avevano dovuto costruirsi, ognuno a modo suo, una strada che permettesse loro di accettare qualcosa di così irrimediabilmente lontano. Provò una profonda solidarietà per la madre di Andrea e di riflesso per sua madre, per suo padre, per tutti quegli adulti che si erano trovati ad annaspare come bambini in mezzo a punti fermi che sparivano, col terreno che scivolava da sotto i loro piedi.
Le era già capitato di avere lampi di comprensione per gli adulti, ma non avrebbe mai pensato di mettersi nei loro panni, non avrebbe mai pensato di condividerne, anche solo in parte, paure e sentimenti. Non avrebbe mai pensato di crescere.
Matteo aveva portato la sua chitarra e si erano messi tutti a cantare, Paoli, Dalla, Morandi, Battisti… Ancora una volta c’erano state le discussioni su quali fossero i cantanti più bravi, gli attori più belli, i locali più “in”. Il nuovo film di Fellini era uscito l’anno precedente e come al solito le opinioni erano nettamente divise tra chi lo detestava, come Elisa, e chi lo adorava, come Filippo.
Poi Barbara vide Andrea.
– Ehi, cariiino quello – disse con quella voce cinematograficamente languida che spesso usava parlando di ragazzi – o con loro.
Fu per assoluta inesperienza del mondo che Elisa rispose con un sorriso, senza capire:
– sì, è carino, vero? E’ quello Andrea, il ragazzo di cui ti ho parlato qualche volta.
Barbara prese un’espressione di assoluto stupore, poi la guardò come se la vedesse per la prima volta, come se non fossero mai state amiche.
– Beh, certo non mi pare proprio che tu possa essere il suo tipo, infatti se ho ben capito lui a te non ci pensa proprio, giusto? E comunque credo che non ti dispiaccia se faccio un paio di balli con lui.
Era tutto vero. Ma forse il tono, o forse il modo in cui l’aveva guardata, da sotto in su… Elisa restò lì furiosa a domandarsi perché aveva la sensazione che l’altra le avesse detto qualcosa di orribile, mentre qualunque risposta le era impedita dal dubbio che fosse tutto frutto della sua immaginazione.
Quello su cui non aveva più nessun dubbio era che non avrebbe mai dovuto invitarla. E perché lo aveva fatto, poi. Barbara non aveva mai letto un libro in vita sua, a parte quelli obbligatori per la scuola, parlava – ancora adesso! – solo di vestiti, di attori e di ragazzi, l’unico suo hobby era il ballo. Che cosa avrebbe mai potuto trovarci uno come Andrea, così curioso di tutto, pieno di interessi in mille campi diversi, con la voglia di scoprire e di sperimentare. Le bastò vedere Andrea impegnato in un’animata conversazione con lei, per fugare qualunque residua illusione che le cose potessero tornare com’erano anche solo pochi mesi prima.
Forse Barbara non leggeva, ma sapeva bene come rendersi attraente. Elisa si vergognò di quell’impulso di picchiarla che l’aveva presa mentre la guardava avvicinare il viso a quello di Andrea, con aria intenta e falsamente ingenua, come se volesse dare a intendere di averlo fatto senza accorgersene. Studiò il suo abito fasciante e semitrasparente, quell’aria insieme languida e fragile, come se cercasse protezione e nello stesso tempo promettesse a chi l’avesse protetta una ricompensa tale che non se ne sarebbe mai pentito.
Elisa sapeva benissimo che metà di quel giudizio tagliente era dovuto alla gelosia, e un altro buon quarto all’invidia. Le invidiava la sicurezza del proprio fascino, la capacità di crearsi quell’aura seducente che lei non aveva neanche in minima parte. Aveva imparato, questo sì, a guardare, a sorridere, a muoversi con un po’ più di dolcezza e di fluidità, ma ci voleva ben altro. A guardare Andrea, doveva ammettere che nonostante le sue convinzioni, l’attrazione fisica giocava un ruolo assolutamente non secondario nei rapporti tra uomini e donne. E allora le tornarono in mente le mani di Andrea, e quel sogno fatto tanto tempo prima, in cui aveva fatto l’amore con lui nell’acqua, sotto forma di cavalli selvaggi… Dio, doveva proprio smetterla!
Alla fine fu Matteo a salvarla. Le si avvicinò, l’aria sempre un po’ timida e incerta, chiedendole come mai fosse lì tutta sola e malinconica, e invitandola a ballare. Sul piatto girava “Mi sono innamorato di te”, di Tenco. E adesso che avrei / mille cose da fare / io sento i miei sogni svanire… quante cose in quelle parole apparentemente semplici.
– Vorrei dedicartela … sempre che non ti dispiaccia, naturalmente.
Elisa gli sorrise e non disse niente, ma si lasciò condurre a ballare, sentendosi un po’ meglio. Lui la stringeva un po’ più del consentito, ma non le dispiaceva. Era così protettivo, e dolce.
Ma quando la canzone finì, lo sguardo di Elisa tornò ad Andrea e a Barbara, che erano ancora lì stretti, come se non se ne fossero neppure accorti.
Si mise a guardare dalla finestra quei brutti casermoni, che adesso col buio sembravano solo degli irreali punti luminosi, ma che di giorno rivelavano tutto il loro squallore. Palazzi nati da una speculazione edilizia che aveva piegato il ponente genovese in pochi anni, rendendo la città molto più grande ma anche molto più triste. Forse, chissà, avevano ragione a volersene andare tutti.
Un cielo cupo e pesante incombeva sulla collina sventrata di Sampierdarena. La fame di nuove case divorava tutto, testimonianza di un tempo che non contemplava la bellezza. Un tempo in cui gli uomini sembravano insieme miopi, incapaci di guardare lontano, e presbiti, per non saper vedere sotto il loro stesso naso. Forse quella smania di non lasciare dietro di sé alcuna traccia di ciò che era stato veniva dalla stessa rabbia, lo stesso furore di chi, non sapendo meravigliarsi alla vita, poteva solo distruggerla.
Il verde, quel poco che ancora restava, sembrava scoppiare all’improvviso, quando meno ci se lo aspettava, come un respiro trattenuto troppo a lungo da un uomo che sta per soffocare.
– Sta diventando proprio una città brutta e anonima come tante altre – osservò Matteo, avvicinandosi di nuovo.
Non erano pensieri poi così lontani dai suoi, eppure Elisa ne fu irritata, senza potersene spiegare la ragione.
– Perché dici che è brutta? Ci sono ancora tante cose belle, non bisogna sempre guardare il lato peggiore delle cose! – Forse stava cercando di convincere anche se stessa.
Quella sera, ripensando agli avvenimenti mentre non riusciva a prender sonno, Elisa si sentiva come se il suo mondo fosse esploso in un milione di frammenti incomprensibili.
Non passò molto tempo e quella metafora prese una forma mostruosa e grottesca, mentre il mondo al di fuori di lei improvvisamente esplodeva davvero.
Elisa aveva iniziato a guardare il telegiornale di mezza voglia, con un orecchio solo, ma la notizia avrebbe spezzato del tutto l’esile filo che ancora la legava alla sua bella utopia, al modo in cui l’aveva vissuta fino a quel momento. Era il 12 dicembre. “Questo pomeriggio – diceva il giornalista con voce freddamente addolorata per la circostanza – una bomba è scoppiata nella sede milanese della Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana. Si contano decine di morti e di feriti…”

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3 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE II, CAPITOLO III par. I, continua

  1. Scrivi magnificamente. Fluido, scorrevole, analisi puntuali e dialoghi eccellenti. Seguo i personaggi – la storia fatico a coglierla ma forse alla fine rileggendo tutto insieme mi sarà più chiara – e trovo che sono ben delineati.
    Un vero piacere è leggerti.

    • Ma grazie! Tra l’altro anch’io stavo seguendo il tuo romanzo a puntate “Una storia così anonima” e mi piace molto, solo che sono rimasta un po’ indietro con le letture, piano piano poi mi riprendo 🙂 ma un complimento da te mi fa molto piacere 🙂

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