UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione 5

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Il fatto è che quando vediamo una fotografia o un’immagine in tv, il bimbo smunto e triste che ha fame, o il bambino dal sorriso luminoso che qualcuno ha aiutato ad avere un futuro, è facile pensare che i bambini sono tutti uguali. Che tutti sono esseri indifesi da proteggere, verso i quali si possono provare solo tenerezza e affetto. E’ facile anche dire, a qualcuno che desidera un bambino, “perché non lo adotti?”, e c’è una cosa bella dietro questa frase, che è l’idea (vera) che un figlio sia comunque “tuo” (in quanto parte della tua vita e del tuo cuore) e “non tuo” (in quanto persona completa, autonoma e differente e indipendente da te) da dovunque venga, e comunque sia diventato “figlio”. Ma c’è un ma. Ed è un grande ma, un ma complesso e smisurato, che è questo: i bambini non sono tutti uguali. Non sono una “categoria” dagli occhioni sgranati, il sorriso che conquista e il nasino a patatina. Sono persone, piccole, ma persone, e come per tutte le persone, hanno esperienze e memorie e queste esperienze e memorie influenzano il loro carattere, formano le loro aspettative per il futuro, plasmano la loro fiducia o sfiducia in sé stessi, alimentano o attenuano la loro rabbia e il loro dolore e cambiano il modo in cui li vivono e li portano all’esterno. Come tutti noi, del resto. Solo che quando si tratta di bambini, qualche volte ce lo dimentichiamo.

E poi apri un social e ti vedi tutti questi aggiornamenti di stato foffolosi, tipo che il rapporto di una mamma col figlio è unico perché il figlio è una parte di lei e tu sai che magari anche a tuo figlio prima o poi capiterà di doverseli sorbire, visto che i social ormai sono ovunque, e lui forse non è pronto, o anche se lo fosse, certo è ben cosciente del fatto che per lui non è andata proprio così. Eh no, non proprio, perché non è quella la ragione per cui il rapporto dei genitori (entrambi) è unico con i loro figli. La ragione è che dal momento in cui li vedono per la prima volta, poi sono sempre con loro, non necessariamente in senso fisico, e anzi, sappiamo tutti benissimo quanto sia essenziale evitare il soffocamento. Ma sono vicini perché condividono. Giorno per giorno. Condividono i loro progressi, che non saranno magari la prima parola o i primi passi, ma la prima volta che riescono a difendersi da una parola razzista senza le mani, la prima volta che riescono a parlare di sé, la prima volta che vanno da un capo all’altro della città in autobus da soli. Condividono il dolore e l’angoscia, perché sono con loro anche quando la loro ferita li rende cupi, spenti, chiusi, a volte apparentemente impenetrabili e si caricano quel dolore, quell’angoscia, quella ferita sulle spalle per alleggerire quelle dei loro bambini. Le risate, quelle che scacciano le ombre e quelle che sono nient’altro che la meravigliosa espressione di uno scoppio di puro divertimento e pura gioia. Le paure, le insicurezze, che talvolta diventano rabbia. Le risorse, che non sempre i bambini sanno di avere. Le cose che sono dietro ai comportamenti, cose che si sanno ma che a volte bisogna saper dimenticare o lasciare da parte, per capire senza scusare o giustificare.

Tutto questo è possibilissimo. Non sono richiesti superpoteri, non sono cose eroiche che richiedano per esempio la gratitudine (chissà quanto vi ringrazieranno… mah, anche no. E’ stata una nostra scelta). Né cose che meritino di essere additati a esempio di nobili virtù (che bella cosa che avete fatto…). E’ una cosa bella, sì, certo. Come mettere al mondo un figlio. E ci vuole coraggio e una buona dose di fiducia e speranza nel futuro. Però certe cose è meglio saperle. Nessuno è mai davvero preparato a fare il genitore, questo lo sappiamo. Ma non è sempre facile neanche fare il figlio, e anche questo, tutto sommato, è bene saperlo.

Come avevo anticipato, ho sospeso per il momento lo stile “fiaba” che avevo utilizzato per le puntate precedenti. Forse è solo una sospensione temporanea, ci sono cose che si prestano di più, nella mia testa e nel mio cuore, a essere rese in maniera fiabesca, altre meno. Un po’ come mi succede quasi sempre, quando scrivo, sono le emozioni, le cose che ho da dire, o i personaggi, a seconda dei casi, che sembrano decidere un po’ loro come vogliono venir fuori ed essere raccontati. Quindi vedremo, strada facendo…

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18 Pensieri su &Idquo;UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione 5

  1. Emozionante il tuo percorso. C’è sofferenza, consapevolezza, voglia di superare le difficoltà con il dialogo, anche rabbia e frustrazione ma soprattutto tanto, tanto amore e desiderio di costruire. ❤

    • Sì, rabbia e frustrazione vengono, credo, soprattutto dall’esterno (non che qualche volta non li sbatteresti contro il muro, i figli, ma questo vale per qualunque figlio, in generale, a quanto vedo). Ho conosciuto persone che mi hanno detto “che bravi, che bella cosa…” e alla prima difficoltà hanno puntato il dito; ho ascoltato (per fortuna non tanto spesso) delle espressioni di razzismo, talvolta anche involontario, da brividi. Mi sono sentita dire che “non li seguo” perché il grande non va tanto bene di inglese (fossero quelli i problemi…). E allora, quando sento dire, appunto “se non puoi avere un figlio adottalo”, vorrei semplicemente mettere un po’ in guardia, non per scoraggiare, anzi, lungi da me, è un’esperienza che rifarei mille volte, ma per non partire con l’idea che “fai del bene” e intanto “realizzi un tuo sogno”. Perché quella parte, che c’è, è però una parte assolutamente minima di un tutto complesso, probabilmente non poi così tanto più complesso che avere un figlio e crescerlo con equilibrio, ma un po’ di più forse sì 🙂

    • No, certo, solo che hai un po’ più tempo per vederli crescere e comunque certe ferite lasciano il segno. Anzi, dal punto di vista della preparazione i genitori adottivi sono un po’ avvantaggiati perché (se si rivolgono ad associazioni serie) sono molto seguiti, con corsi di preparazione, supporto prima e dopo, ecc…. Però insomma… è giusto sapere che potrebbero esserci cose “toste” da affrontare e che essere preparati, avere dei colloqui con assistenti sociali e psicologi ecc. non è una “rogna” da dover sopportare non si sa bene perché, ma è una fase molto importante e utile del percorso, per esempio. So di bambini che non hanno voluto restare nella stessa stanza con la madre adottiva per un anno… bisogna essere preparati a cose così…

  2. Riflessione profonda e, se posso, non immediata da cogliere. A prima lettura non ho capito dove volessi andare a parare, quale fosse il messaggio, rileggendo, mi son soffermato sulla chiusura. non è facile fare il figlio. Eh. La domanda è: perchè? Sovrastruttura cattolica di colpa e pentimento? Non lo so… ogni uomo è un’isola alla fine, n’est pas? Così come ogni bambino, temo.

    • Mi sto rendendo conto che forse ho preso alcune cose per scontate. In realtà da una parte questa è una “puntata” di una rubrica in cui tratto del tema dell’adozione in generale, sono partita nei post precedenti (non so se li hai letti) in maniera un po’ “fiabesca”, come accennavo qui, da come si può arrivare alla non facile decisione di adottare un figlio.
      Il post di questa volta è una riflessione in un certo senso legata ai post precedenti, ma in un altro può essere letta anche “a sé”.
      Il fatto è che ho letto, visto, sentito (anche tra i blogger) alcuni atteggiamenti un po’ superficiali (non per malafede, anzi, animati dalle migliori intenzioni), che del resto conosco bene perché prima di trovarmi personalmente coinvolta erano in buona parte anche i miei: voglio dire questa idea che adottare un bambino sia la stessa cosa che avere un figlio “naturale”. Il che non è e non parlo ovviamente dell’amore (che anche lì, ce n’è da dire, ne ho sentiti uomini e anche, più raramente, donne dire “non lo sentirei mio”… mah).
      Forse le linee di pensiero che ho seguito sono due diverse e questo può in effetti avere confuso un po’ l’articolo. Da una parte io dico “non è mettere al mondo un figlio che ti rende padre/madre se non lo sei dentro di te”. Altrimenti non si spiegherebbe l’abbandono. Ciò che ti rende genitore è tutto quell’insieme di cose che scrivo (e molte altre certo).
      Dall’altra parte mi sembra altrettanto importante ricordare che i figli hanno sempre una propria personalità, ma quelli adottivi un po’ di più, perché hanno una storia loro che in parte non coincide con quella di “figli” delle persone che li hanno adottati. Possono aver vissuto in istituti, in famiglie affidatarie, sulla strada, con dei genitori che li maltrattavano o che non li curavano per nulla o che sono morti, e ognuna di queste esperienze lascia un segno, che non è poi lo stesso per tutti i bambini, ma strettamente individuale, perché si interseca con il carattere, con altre esperienze successive, ecc.
      A questo poi spesso si aggiunge il fatto che molti bambini vengono da Paesi diversi, con lingue diverse, e magari hanno anche un colore diverso… e questo non rende le cose più facili.
      Qualche volta questi bambini non hanno un’esperienza di famiglia, o ne hanno una molto negativa e quindi per loro è difficile essere “figli” anche se lo desiderano. Una parte di loro fa fatica ad affidarsi e lasciarsi andare, per esempio.
      Per cui mentre da una parte voglio sottolineare che essere genitori adottivi non è diverso (emotivamente) più di tanto dall’essere genitori “tout court”, dall’altra parte credo sia giusto dire che bisogna essere attrezzati,avere delle belle spalle solide, per i bambini che arrivano ma anche per sé stessi.
      Non so se ho chiarito, ho fatto un altro post in pratica… 🙂

  3. Una bella riflessione intensa e profonda che merita di essere letta con attenzione. Quello che scrivi è corretto ed è condivisibile in tutto.
    Non aggiungo altro per non guastare quelle che hai scritto.

  4. Io sono da poco mamma “biologica” ma da quando ero piccola il pensiero di adottare lo ho, proprio perché penso che l’essere genitori, famiglia sia l’amore che ogni giorno ti fa costruire insieme un pezzetto di vita tra mille difficoltà. Poi c’è la paura, oggi da mamma ancor più forte, di non esser capace di affrontare una piccola personalità. Questa è la paura che ho già con mia figlia che seppur duenne ha il suo caratterino, immagino quindi come dici tu quella di un bimbo che ha un vissuto spesso pesante…e la domanda torna quella:se non son capace come lo aiuto a diventare uomo? L’amore da solo non basta…credo!

    • L’amore è la base, sono le fondamenta su cui si costruisce tutto il resto e con quello già forse si è anche a metà del lavoro. Il resto poi si impara anche strada facendo, come con i figli biologici penso, nessuno è “capace” a priori, anzi, penso che chi ha dei dubbi forse è più aperto e pronto a mettersi in gioco di chi non ne ha. Anche se come dicevo, non è sempre facile per un bimbo imparare a fare il “figlio”, di solito è proprio avere l’opportunità di esserlo che lo aiuta a diventare adulto. Se uno se la sente, poi c’è anche molto aiuto di solito. Adesso goditi la tua duenne, poi sei sempre in tempo (abbiamo due coppie di amici che hanno un figlio biologico e uno adottivo) 🙂

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