25. Jumanji

Jumanji

Inizio inquietante assai. New Hampshire, 1869. Notte. Due ragazzini palesemente terrorizzati sotterrano una sorta di baule da cui fuoriesce un rumore alquanto sinistro, che fa pensare che il suo contenuto sia in qualche modo “vivo”.
Nella scena successiva sono passati cento anni da quel giorno e siamo sempre nella stessa cittadina del New Hampshire, che è poi patria di molte leggende truci.
Alan Parrish è un ragazzino timido, figlio del proprietario di una grossa fabbrica di scarpe, e sta fuggendo in bici da una banda di bulli del quartiere. Si rifugia nel laboratorio del padre per chiedergli di accompagnarlo a casa, ma il padre rifiuta. If you’re afraid of something, you’ve got to stand and face it (se qualcosa ti fa paura, devi affrontarla), gli dice, ma Alan non ce la fa. Non ce la fa nemmeno a prendersi la responsabilità del dispetto che gli fa per vendicarsi, ed è Carl, uno dei dipendenti, a prendersi la colpa per proteggerlo.
Alan viene raggiunto dai compagni e picchiato, ma quando si rialza sente uno strano rumore provenire dal terreno. Ci sono dei lavori di costruzione, il baule sotterrato tempo addietro è a portata di mano e Alan lo trova facilmente, ma questo è l’inizio di guai molto peggiori di quelli in cui si era trovato fino ad allora.
Il baule contiene un gioco da tavolo, strano ma apparentemente innocuo; quando però Alan e Sarah, la ragazzina che gli piace (e per la quale è stato picchiato), lanciano i dadi accadono quasi contemporaneamente due cose spaventose: Alan viene “risucchiato” dal gioco e solo un altro lancio di dadi potrebbe farlo tornare, ma la stanza si riempie di pipistrelli minacciosi e la ragazzina, atterrita, fugge.

Ventisei anni dopo, la casa ormai abbandonata dei Parrish viene acquistata da una donna che vuole aprire un bed and breakfast e vivere lì con i suoi nipoti Judy (Kirsten Dunst) e Peter (Bradley Pierce), i cui genitori sono morti in un incidente. I due bambini sono profondamente infelici, come lo era Alan tanti anni prima, e naturalmente anche loro finiscono per trovare il gioco e iniziare una partita. Ma quando il lancio del piccolo Peter fa tornare fuori dal gioco Alan, diventato adulto (Robin Williams), si scopre che la partita era sempre quella del 1969, e non solo Alan deve continuare a giocarla insieme ai due bambini, ma devono rintracciare e coinvolgere anche Sarah (Bonnie Hunt), che nel frattempo è quasi impazzita, inseguita dagli incubi che da allora la tormentano… Perché questo è il messaggio del film, dall’inizio alla fine: affrontare fino in fondo le tue angosce può essere una fatica immensa, ma se interrompi quello che hai iniziato, non riuscirai più a uscirne e ciò contro cui combatti resterà lì a perseguitarti.
Per essere un film di paura, in certi momenti fa ridere, o almeno sorridere. Per essere un film da ridere, in certi momenti fa paura. La tensione in alcuni punti è fortissima e la fantasia è sbrigliata, benché le energie di Robin Williams siano piuttosto convogliate verso il tenere a bada rinoceronti infuriati, cacciatori assassini e monsoni letali che non verso le battute e l’inventiva linguistica di altri film: l’ironia comunque non manca. La copertina secondo me non gli rende giustizia, neanche quella originale. Nonostante le apparenze, è un film che affronta temi non facili in maniera non scontata. Io l’ho visto varie volte e come è successo per altri, mi piace sempre di più. Il mio figlio tredicenne non ne parliamo: credo sia intorno alla ventesima, più o meno 🙂

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24 Pensieri su &Idquo;25. Jumanji

  1. Io lo adoro! L’ho visto un sacco di volte!!!
    Quando entra in scena con il barbone alla Robinson Crusoe mi fa morire!!!
    È bello sentire la tenerezza e l’amore che prova per il padre. Un buongiorno cara!

  2. Jumanji è un cult 😀
    Visto e rivisto cento volte, mai perdersi il film quando passa in TV, sempre presente nella selezione dei DVD vacanzieri. La scena preferita dall’alberello del bradipo: la corsa (in coda, senza fretta) del rinoceronte bolso 😀
    Perchè il rinoceronte bolso di Jumanji è l’incarnazione delle persone fancazziste (i tre pilastri del fancazzismo militante sono: apatia, voglia di lavorare inesistente, tendenza al parassitismo) 😛
    Bacio
    Sid

    • Vero, la scena del rinoceronte non è niente male, anche se io non l’avevo letta così, ma potrebbe anche essere. Dovrò proprio rivedermelo… 😀
      Io non lo guardo più in tv perché non lo danno in inglese… 🙂
      Bacio a te 🙂
      Ale

  3. pensa che mia figlia mi ha costretto a vederlo tantissime volte : quando era piccola mi prendeva per mano e mi diceva “papà adesso vediamo jumanji e tu stai vicino a me perchè ho un po’ paura”. Ma contemporaneamente ne era affascinata e io -col tempo- anche! Grandioso Robin, in quasi tutti i suoi film ha incarnato l’archetipo di Peter Pan e anche in questa si percepisce quella sorta di “andar via”, di ritorno all’io bambino, di volo fanciullesco che tramortiva e tramortisce per intensità e performance!
    Adesso dopo questa tua pagina devo assolutamente rivederlo 🙂

    • In effetti credo che fosse proprio molto caro a Robin Williams l’elemento dell’adulto nel bambino e del bambino nell’adulto. Ha mescolato molte volte le due cose, in Hook, in Jack, anche qui, e in parte anche in altri film come Flubber, Toys, in un certo senso anche in Mrs. Doubtfire. Ha “cantato” in modo mirabile la fatica di diventare grandi, ma anche l’importanza di saper crescere, pur non dimenticando mai la propria parte “piccola”. Quello di cui sono assolutamente certa è che adorava i bambini e i bambini lo adoravano. Aveva un modo di fare che non solo li metteva perfettamente a loro agio, ma rimaneva impresso, al punto che anche quegli attori che avevano lavorato con lui da piccoli e non lo avevano poi mai più rivisto lo ricordano con un grandissimo amore che impressiona. E poi aveva questo dono che io adoro, di ridere e far ridere per dire cose importanti. E vabbè, mi fermo perché di lui potrei parlare per giornate intere 😀

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