IL BOSCO – PARTE III – I

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Elisa non aveva voluto tanto “pubblico” il giorno della sua laurea, c’erano solo la sua famiglia e Matteo, nessun altro.
Eppure, dopo tutta la fatica, in quel momento si sentiva leggera, inaspettatamente distaccata. Si era stupita di apparire anche nelle foto così rilassata, sorridente, ma era davvero così che si era sentita.
A guardarsi indietro le sembrava che i giorni fossero sdrucciolati via uno dietro l’altro, eppure erano stati anni terribilmente difficili, per certi aspetti anche molto lenti, faticosi. E non certo solo per lei. Benché Elisa avesse fatto vita quasi da reclusa, sempre in casa a studiare, non aveva potuto evitare di accorgersi di quello che stava succedendo.
Le era capitato qualche volta di ripensare a Lorenzo. Di riudire nella mente certe sue parole, di rivedere nel ricordo tutta quella rabbia e non riusciva a fare a meno di chiedersi se non avesse condiviso discussioni, liti, risate, momenti di spensieratezza, assemblee e occupazioni con un potenziale terrorista. Improbabile, naturalmente. Quasi impossibile. Però…
Le sere d’estate i ragazzi cantavano seduti intorno a un falò. Guccini, Tenco o Bob Dylan, ma anche Battisti, Baglioni e Paul Anka, senza starci troppo a pensare. Sembravano spensierati, sembravano non accorgersi nemmeno di quello che accadeva loro intorno, del lungo bollettino di guerra dei morti e dei feriti, del sangue e della paura. Ma a volte il loro sguardo li smentiva. A volte sembravano guardarsi alle spalle in cerca di quel qualcosa che poteva colpirli in qualsiasi momento, perché si trovavano nella piazza sbagliata al momento sbagliato. Sembravano voltarsi per non essere colpiti alla schiena, per poter vedere il pericolo in faccia e dargli un nome.
Le fughe, le cariche della polizia, gli ingenui pericoli di otto, nove anni prima facevano parte dell’avventura, si confondevano in un sogno che aveva cominciato a trasformarsi in un incubo con i primi morti. Però dopotutto quei “ragazzini”, quelli che erano stati bambini allora, avevano una forza simile alla loro. Avevano bisogno anche loro di incoscienza, di pensare di essere immortali, invincibili. Di pensare di poter cambiare il mondo, non con le barricate, ma uscendo per andare a cantare su una spiaggia. Che era un modo poi per dire non ci lasceremo chiudere in casa. Non ci lasceremo uccidere dentro dalla paura.

Elisa aspettava Matteo sulla spianata di Castelletto. Non che fosse in ritardo, non succedeva mai. Era lei che era arrivata in anticipo, perché quello era uno dei pochi luoghi dove ancora potesse ritrovare la sua Genova, la distesa infinita dei tetti di ardesia inseguiti dal vento, abbracciati così stretti da non lasciar spazio allo sguardo, tanto da lasciarne poco anche ai pensieri. E ogni volta ci chiediamo/ se quel posto dove andiamo / non c’inghiotte e non torniamo piú… Inaspettate ma straordinariamente “giuste”, le parole di quella canzone uscita l’anno prima le tornarono in mente a tradimento, risommergendola con quell’amore misto a rabbia che Genova le aveva sempre suscitato. Un amore ribelle, contestatore, che protestava e le gridava nel cuore per ogni scempio, e però ammutoliva anche di meraviglia ad ogni nuovo incanto scoperto.
La riscosse il suono smorzato della voce di Matteo, voce di gola resa opaca dalla tensione.
– Coco… il giudice Coco… – Elisa conosceva il resto della frase. Il giudice Coco, la sua guardia del corpo, l’autista, li avevano uccisi tutti. Nemici del popolo. Nemici del popolo con tre figli, nemici con genitori, fratelli, mogli, e una vita trascorsa in stretta confidenza con la fragilità delle cose irripetibili destinate a perdersi. Succede, ai nemici. Ma conosceva anche il retropensiero, la domanda non detta. Sei sicura di farcela? Se l‘era sentita arrivare fin dal primo pomeriggio, quando aveva saputo della notizia. Avrebbe potuto immaginare, quasi parola per parola, quello che lui le avrebbe detto, molto prima che lo dicesse.
– La paura non ti impedisce di morire. – Se l’era fatta anche lei quella domanda, e la vergogna, come spesso le accadeva, diventava irritazione. – Che tu pieghi la testa o la tieni diritta, che stai fermo o continui a camminare, che esci o che stai in casa, se qualcosa deve colpirti ti colpisce comunque. Ma ci sono modi per guardare in faccia anche quello che ti ferisce alle spalle. E viceversa. – I pensieri confusi di poco prima prendevano forma nelle sue parole.
– La paura fa parte della vita – obiettò lui. – Anche se la neghi.
Aveva paura per lei, prima di tutto, questo Elisa lo sapeva, e la sua voce si addolcì.
– Certo, ma puoi farci i conti. Almeno credo. Spero. Devi guardare gli altri, riconoscere in ognuno di loro la parte migliore di te stesso. E’ questo a riempire la vita.
Lui la guardò pensando all’assurdità di quel qualcosa, qualunque cosa fosse, che lo aveva fatto innamorare di una donna che non avrebbe potuto essere più diversa. L’amava ma gli era impossibile capirla. E naturalmente, trovò parole perfettamente sbagliate.
– Certo che a volte sei proprio strana – e i suoi occhi, che credeva sempre in grado, tutto considerato, di esprimere il suo amore, avevano invece uno sguardo scettico, inquieto, a tratti persino sconsolato.
Elisa si sentì persa, derelitta come una barca lasciata ad arenarsi nella sabbia. Ma che cosa la rendeva così diversa? Forse una parte di sé s’inorgogliva di quel suo essere non convenzionale, anomala, “strana”, appunto. Ma qualche volta tutto quello che avrebbe voluto, quasi con una sorta di disperazione, sarebbe stato essere del tutto prevedibile, comune e perfettamente normale.
– Non si riesce mai a metterti in nessuna casella, non si riesce a classificarti – disse ancora Matteo. E lei non seppe se considerarlo il più bel complimento che avesse ricevuto nella sua vita, o la più pesante accusa.

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8 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE III – I

  1. Devo riprendere il tuo romanzo Il Bosco dal principio e stamparlo, altrimenti la mia lenta mente da bradipo non riesce più a seguire la trama. Devi avere pazienza, la lentezza è una virtù 😀
    Bacio
    Sid

    • Anch’io devo fare come Sid… sto saltando da una puntata all’altra! nel senso proprio del saltarle… ohi… questo tempo traditore coi suoi mille impegni … Saluti Alexandra.. Sei un fiume meraviglioso di scritture 😉

      • Grazie! Lo so, scrivo tanto ma mi è necessario, lo è sempre stato e negli ultimi tempi di più. Probabilmente mi deciderò a fare un pdf scaricabile anche per questo, come per i miti. Comunque chi vuole stamparselo e leggerselo con calma è più che benvenuto, a me fa piacere, significa che comunque il tempo di leggerlo avete intenzione di prenderlo… e questa è una bellissima cosa 😀

      • io penso che nella scrittura non è quanto scrivi, ma proprio come dici tu: quanto nasce necessario. E ciò fa sostanza nelle scritture. Io seguo per inclinazione personale con più attenzione i testi poetici, ma mi intriga comunque entrare nei mondi dei vostri romanzi. Mi sono perciò data una specie di autoregolamento in questi giorni come lettore: quando non riesco a organizzarmi per le letture che richiedono un tempo quantitativamente più lungo, tengo da parte l’avviso dell’articolo in mail così potrò tornarci con calma 🙂
        ti auguro una meravigliosa serata
        alla prossima!
        scrivi scrivi che ci sta…

    • Beh, ai miei occhi, specialmente adesso, sarebbe sicuramente un complimento. Ma una frase praticamente identica mi è stata detta in passato (questa parte è in senso moooolto lato autobiografica) e per la persona che l’ha detta sicuramente non lo era. Probabilmente per Matteo lo era, in parte. e in parte no (i miei personaggi hanno idee e pensieri tutti loro) 😀

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