IL BOSCO – Parte III – III

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L’autunno del ’77 lasciò a Elisa soprattutto le memorie di quel periodo bellissimo. Parigi! Le Tuileries, Place de l’Etoile, l’Opéra, il Quartiere Latino, il Louvre, Montmartre… e il sogno di vedere dal vero i suoi amati Impressionisti. Proprio sugli Impressionisti, però, ebbero una piccola discussione, perché Matteo li considerava poco più che degli imbrattatele e per Elisa questa era una colpa difficile da perdonare. E un’altra discussione la ebbero a Montmartre. A lei le luci, i colori, l’aria stessa di quel luogo erano entrati immediatamente nel cuore, ma forse non avrebbe dovuto aspettarsi che Matteo apprezzasse quell’atmosfera così bohémien, gli strani souvenir, i pittori di strada.
Ma Elisa era un po’ così, portata a facili entusiasmi, e tanto più per piccole cose come quelle era capace di scaldarsi, infiammarsi, incendiarsi, fino a scatenare litigi di proporzioni bibliche. Matteo lo sapeva, e arrivava a volte anche a dire cose che non pensava, pur di non far scoppiare una guerra.
Non aveva importanza. Fu comunque una splendida vacanza, proprio come l’avevano sognata e voluta. Uscivano sempre a piedi, lasciandosi trasportare dal desiderio di vedere qualcosa, o a volte semplicemente dal caso, infilando strani vicoli per vedere dove li avrebbero portati, fotografando cose che gli altri turisti non degnavano di uno sguardo, ma anche trascorrendo ore nei musei, ai parchi, ad ascoltare concerti e vedere balletti. E poi romantici tramonti nelle piazze più belle (la Place de l’Etoile era la preferita di Matteo, proprio per la sua forma a stella, oltre che per la sensazione di spazio che gli dava), e serate trascorse nei locali più diversi (un paio di volte Elisa riuscì a trascinare Matteo in posti dove probabilmente non si sarebbe mai sognato di andare).
Facevano l’amore praticamente ogni notte, e Elisa si sentiva avvolgere ogni volta dalla tenerezza di Matteo come da un confortevole e caldo abbraccio.

Il ritorno a casa era arrivato, naturalmente, troppo presto, ma Elisa si era subito messa d’impegno in quella sua nuova vita “da signora”.
Benché detestasse cucire, stirare e mettere in ordine, si era rivelata presto un’ottima cuoca, e almeno per un po’ questo fu sufficiente a Matteo per compensare la mancanza di quelle virtù domestiche di cui sia madre era il modello.
Elisa ricordava il pranzo di Natale con la suocera a casa loro come un incubo.
Lei aveva passato da poco gli esami scritti del suo sospirato concorso in magistratura ed era felice. Nel suo entusiasmo aveva pensato che sarebbe riuscita a conquistare anche lei, benché i loro precedenti incontri non fossero stati precisamente un successo. Lo aveva pensato anche quando era arrivata, allo scoccare esatto dell’ora concordata, un trucco discreto, un vestito lilla che sembrava esserle stato cucito addosso, e forse lo era davvero, e neppure uno dei suoi capelli grigio argento dalle delicate sfumature turchine fuori posto.
– Cara, cara, cara – le aveva detto prendendole la mano tra le sue. – Ma che casa deliziosa, così colorata. Certo, probabilmente Matteo avrebbe preferito delle tinte – come dire – un po’ più sobrie, meno vistose, ecco, se posso permettermi – non ti offendi, vero?
– Mamma, non è vero – aveva ribattuto Matteo. – Non cominciare, a me questa casa piace così com’è.
Lei lo aveva del tutto ignorato.
– Certo, io non avrei accostato colori così forti, sai, bisogna considerare bene l’effetto finale, avere una certa attenzione per i particolari… ma non importa, sono certa che con qualche ritocco diventerà un appartamento graziosissimo. Il buon gusto dopotutto si apprende con il tempo – aveva terminato con una risatina.
“Ne dubito” avrebbe voluto rispondere Elisa, che si tratteneva a stento. Se buon gusto significava anche educazione e rispetto verso gli altri, non si poteva dire che la signora avesse imparato molto, eppure tempo ne aveva avuto.
E poi a tavola…
– Matteo mi dice che ci tieni a lavorare… Io ho sempre messo al primo posto mio marito e mio figlio, ma mi rendo conto che adesso i tempi sono cambiati. Certo, tutto non si può fare, e sicuramente se una donna non è in casa non riesce a tenere dietro a tutto. Purtroppo abbiamo perso molte cose, non trovi? C’è più benessere, ma non ci si rende conto che i soldi non sono tutto. Quando in una famiglia manca una mano femminile, si nota subito dalle piccole cose – e qui aveva dato una significativa occhiata in giro, e Elisa, che aveva trascorso gli ultimi tre giorni a pulire, seguendo il suo sguardo aveva notato cose di cui non si era neppure resa conto, la polvere sulle cornici delle porte, un paio di oggetti fuori posto…
Quella sera era scoppiata in un pianto dirotto, e Matteo aveva trascorso mezz’ora a consolarla.
Non che la capisse. Anche se doveva prepararsi per quel suo esame in magistratura e studiava come una matta, in fondo stava in casa e avrebbe ben potuto curarla di più. Lui vedeva bene gli sforzi che faceva per correggere il suo disordine, i pavimenti erano sempre puliti, i piatti lavati, il bucato fatto e stirato, non poteva lamentarsi. Ma mancava quell’attenzione ai particolari, per lui che era abituato ad una casa che era come uno specchio, e che notava anche la più piccola macchia sulle tende e la più piccola piega sui pantaloni. Naturalmente non glielo disse. Ormai aveva imparato che ci voleva troppo coraggio per litigare.
– Però tu così ti stanchi troppo, tesoro – disse solo. – E se dovessimo avere dei figli non so come faresti. Adesso io guadagno abbastanza per tutti e due.
– Ne abbiamo già parlato non so quante volte, credevo che tu avessi accettato il mio punto di vista, e adesso, invece che congratularti con me, sei di nuovo a farmi la predica.
– E’ solo che vorrei sapere che conto più di tutto il resto per te.
– Certo che conti più di tutto il resto, ma non vorrei che questo fosse un ricatto morale. Devo dimostrarti che ti voglio bene rinunciando a qualcosa a cui tengo? Vuoi che mi dedichi solo a te, che viva solo per te, mettendoti al centro del mio universo e lasciando tutti i miei interessi se non sono anche i tuoi? E’ questo che mi stai chiedendo?
– Ma no, certo che no, io… Oh, va bene, lasciamo perdere.
Come al solito, Matteo rinunciò a continuare la discussione, ma non era affatto convinto.
Comunque erano solo momenti, che appannavano solo raramente la regolarità di una vita tranquilla e piacevole.
L’unica nube riguardava piuttosto Cristina, che avrebbe tanto voluto un bambino, ma aveva appena scoperto di non poterne avere. Quando, dopo molta insistenza, si era decisa a parlarne con Elisa e Matteo, proprio in quel periodo natalizio, aveva quasi le lacrime agli occhi, e Elisa, che a sua volta desiderava molto un figlio, la capiva benissimo.
– Non avete pensato all’adozione? Conosco alcune famiglie… tu sei fatta per avere bambini – le disse.
– Ci abbiamo pensato, ma… non vorrei mai che fosse un ripiego, capisci? Visto che non posso averne uno mio, provare con quello di un altro… Saremmo capaci di accettare davvero fino in fondo come figlio un bambino che ha una sua storia diversa dalla nostra, vissuta lontano da noi?
– Ma certo che ne sareste capaci! Tuo figlio è tuo figlio quando lo aspetti, quando lo vedi per la prima volta, in qualunque momento e in qualunque modo questo succeda.
Enrico intervenne: – Il fatto è che non è la stessa cosa. Io pensavo… pensavo che la mia vita, una parte di me avrebbe continuato a vivere attraverso i miei figli.
– Ma certo. E’ quello che succede. I tuoi figli sono persone diverse da te che si portano dentro una parte di te. Non sempre quella che tu vorresti. Quella che loro scelgono, di cui si appropriano giorno per giorno nel tempo che passano a guardarti, ascoltarti, ad avvicinarsi e a combattere con te.
Matteo scosse la testa, scettico.
– Questi bambini hanno subito sempre qualche trauma, l’abbandono, magari le botte, certi hanno vissuto per strada fin da piccolissimi, ho letto certe storie… figli di prostitute, o con un padre in galera… o tutti e due. Sarà difficile.
– Credi che per un figlio tuo sia tutto facile? Niente è mai facile con i bambini. Puoi ferirli senza saperlo, puoi soffrire perché li vedi diversi da come te li aspettavi, perché hanno valori diversi dai tuoi. Io adoro mamma e Fabrizio, ma di conflitti ne abbiamo avuti, eccome! Non dico che sia uguale, dico che non c’è una cosa più facile o più difficile, una cosa più o meno importante, più o meno bella. Dico che avere un figlio… credo che sarebbe meraviglioso comunque, e che tutto cambia quando tu scegli un bambino come tuo figlio, e lui sceglie di essere tuo figlio.
Il dibattito proseguì ancora per un po’, ma Cristina aveva una luce diversa negli occhi, e anche Enrico non sembrava poi così contrario.
Prima di andar via, Elisa lasciò scivolare un biglietto nelle mani di Cristina.
– Ci sono un paio di numeri di telefono, coppie che hanno già dei bambini adottivi. Promettimi che almeno proverete a sentirli, ad andarli a trovare. Io lo so che nel momento in cui vedrai quei bambini non avrai più dubbi.
– Va bene, – disse Cristina – lo prometto. E guardandola Elisa capì che già i dubbi stavano rapidamente scomparendo.
Fu Matteo a sorprenderla, quella sera.
– Sai, oggi mentre parlavamo di bambini, ho pensato una cosa. Con te mi sento veramente a casa, ed è la prima volta. Mi sembra ancora di non riuscire a crederci fino in fondo, ho sempre paura che quello che ho mi sfugga di mano. Il fatto è che, fino a che mio padre era vivo, la sua volontà era legge. Era uno di quei padri che non perdono occasione di dirti “fino a che sei in casa mia, fai quello che ti dico io”, mi sembrava sempre che volesse farmi pesare questa cosa, che stavo in casa sua, e non in casa mia, come se tutto sommato non mi ci volesse, e non vedesse l’ora di non avermi più tra i piedi. Magari è ingiusto, ma è così che mi sentivo. Mia madre era come me in questo, non aveva la forza per litigare, per opporsi. E poi forse anche lei, che ha buttato tutte le sue frustrazioni nella ricerca della Pulizia Perfetta… non mi sono mai sentito libero, con loro.
Era la prima volta che parlava così apertamente del rapporto con i suoi genitori, della sua solitudine, e anche di quello che Elisa riusciva a dargli. Nemmeno lei si era mai resa conto di quanto le fosse mancato quel riconoscimento.
– Sai, anche a me piacerebbe tanto avere un figlio con te – aggiunse lui, e Elisa sentì un piacevole nodo allo stomaco. Aveva sempre voluto avere figli, e sperava che anche Matteo li desiderasse, ma non ne era mai stata certa, lui non ne parlava mai, e anzi, a volte sembrava voler evitare il discorso. Quello era il perfetto coronamento di un momento perfetto.
Lo sguardo le corse alla chitarra di Matteo, che era sempre lì, accanto all’armadio, ma che lui non aveva più toccato da un pezzo.
– Suona un po’ per me, dai – gli disse.
Lui si schernì un po’: – Sono arrugginito, ormai, non mi ricordo più neanche il giro di do…
Ma si lasciò trascinare.
Aveva scelto per lei una canzone di Tenco tra quelle che lei amava di più:
Ragazzo mio, un giorno ti diranno, che tuo padre aveva nella testa grandi idee, ma in fondo poi non ha concluso niente… Ma tu non credere, non essere anche tu un acchiappanuvole, una barca senza vela… Era strano che avesse scelto proprio quella, quasi che, proprio adesso che tutto ciò che quella canzone aveva rappresentato sembrava sempre più lontano, e solo adesso, lui fosse riuscito a rappacificarsi con emozioni che prima aveva sempre respinto.
Forse però era stato un errore. Matteo cantava, e la memoria tornava a tutti quegli amici che non sentivano più, a quei giorni di dibattiti, di occupazioni, di sogni… sogni che adesso sembravano solo inutili.
Non avrebbe dovuto lasciarsi prendere dalla nostalgia, forse avrebbe dovuto chiedergli di cantare qualche cosa di più nuovo e soprattutto di molto meno evocativo e molto più romantico. Battisti, o Baglioni, o magari piuttosto Peppino di Capri. Ma la nostalgia, le venne da pensare, è un sentimento un po’ anarchico, che non accetta governo. Che idea ridicola. Forse solo l’ironia poteva proteggerla.
E all’improvviso Elisa ebbe, per un attimo, la visione nettissima di Andrea che cercava di ripulirsi alla meglio la faccia dal fango e poi la baciava sotto il portone, come in un film degli anni cinquanta… Un istante soltanto, e se ne dimenticò subito, ma le lasciò per tutto il giorno un senso di lieve malinconia difficile da spiegare.
Ma quella sera Matteo insistette per portarla a cena fuori “così poi non ti tocca lavare i piatti” e poi a teatro a vedere una commedia leggera. Chiacchierarono e risero molto e scacciarono via, per un po’, tutte le ombre.

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3 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – Parte III – III

  1. Direi che questa è un’ottima puntata curata nei dettagli e nelle analisi dei vari personaggi. In particolare Elisa e Matteo.
    La scena della suocera è tipica – non mi dire che un po’ l’hai vissuta anche tu 😀 Più o meno quello che è successo con mia madre 😀 –
    La nostalgia è una canaglia che prende a tradimento.
    Complimenti. Aspetto il seguito.

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