LA LETTRICE DELLA DOMENICA 7 – The Human Stain / La Macchia Umana

The Human Stain 2Questo è il primo romanzo che ho letto di Philip Roth e non so se ne seguiranno altri. Mi è piaciuto, anche molto, ricordo (è passato un po’ di tempo), ma per qualche ragione sento che Philip Roth non è il “mio” scrittore. L’io narrante è Nathan Zuckerman, personaggio già comparso in precedenti libri dello scrittore, so, e anche in uno successivo. E’ uno scrittore a sua volta e credo sia un alter ego di Roth. In questo romanzo Zuckerman racconta la storia di un suo vicino di casa, Coleman Silk, ex professore in una università del Massachussets, Attraverso il licenziamento di Silk per un pretesto fondato su una political correctness che entra a piedi uniti nell’ipocrisia, Roth descrive quel puritanesimo d’accatto di una società che in realtà pesca continuamente nel torbido e usa gli scandali (sessuali e d’altra natura) come una clava per colpire i personaggi scomodi, i rivali politici e così via. Ma Silk, a parte avere un’amante che non sa leggere e ha la metà dei suoi anni, ha un altro segreto molto più profondo, intimo, direttamente collegato alla sua identità, a quello che avrebbe voluto essere, alle cose contro cui ha combattuto e a quello che ha finito per diventare a dispetto di sé stesso.

Incipit:

Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà – mi confido che all’età di settantun anni aveva una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al college. Due volte la settimana questa donna puliva anche l’ufficio postale, una piccola baracca rivestita di scandole grigie che pareva aver protetto una famiglia di braccianti dai venti della Dust Bowl negli anni trenta e che, piantata solinga e derelitta a metà strada tra la pompa di benzina e l’emporio, fa sventolare la bandiera americana all’incrocio delle due strade che caratterizzano il centro commerciale di questa cittadina di montagna.”

Citazioni:

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.”

«Tutti sanno… Cosa? Perché le cose vanno come vanno? Cosa? Tutto ciò che sta sotto l’anarchia del corso degli avvenimenti, le incertezze, i contrattempi, il disaccordo, le traumatiche irregolarità che caratterizzano le vicende umane? Nessuno sa, professoressa Roux. “Tutti sanno” è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza, e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula il cliché a riuscire così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente»

This is the first novel by Philip Roth I’ve read and I’m not sure I’ll read any others. I liked it, I really did, I remember (it’s been some time), and yet for for some reason, I feel Philip Roth is not “my” writer. The first-person narrator is Nathan Zuckerman, a character I know was already in a few previous books by this author, and in a subsequent one as well. He’s a writer too, and as far as I know, he’s an alter ego of Roth’s. In this novel, Zuckerman tells the story of a neighbor, Coleman Silk, a former professor in a Massachusetts academy. Through Silk’s dismissal, based on an excuse founded in a political correctness that falls head first into hypocrisy, Roth describes the second-hand puritanism of a society that in actual fact is always fishing in troubled waters and using sex and other scandals as a club to bludgeon troublemakers, political rivals, and so on. Apart from having an illiterate lover half his age, however, Silk has another, much deeper and personal secret, directly related to his own identity, to what he wanted to be, to the things he fought and to what he ended up being, in spite of himself.

Incipit

It was in the summer of 1998 that my neighbor Coleman Silk – who, before retiring two years earlier, had been a classics professor at nearby Athena College for some twenty-odd years as well as serving for sixteen more years as the dean of the faculty – confided to me that, at the age of seventy-one, he was having an affair with a thirty-four-year-old cleaning woman who worked down at the college. Twice a week she also cleaned the rural post office, a small gray clapboard shack that looked as if it might have sheltered an Okie family from the winds of the Dust Bowl back in the 1930s and that, sitting alone and forlorn across from the  gas station and the general store, flies its American flag at the junction of the two roads that mark the commercial center of its mountainside town.

Quotes:

We leave a stain, we leave a trail, we leave our imprint. Impurity, cruelty, abuse, error, excrement, semen – there’s no other way to be here. Nothing to do with disobedience. Nothing to do with grace or salvation or redemption. It’s in everyone. Indwelling. Inherent. Defining. The stain that is there before its mark. Without the sign it is there. The stain so intrinsic it doesn’t require a mark. The stain that precedes disobedience, that encompassesdisobedience and perplexes all explanation and understanding.’

 “Because we don’t know, do we? Everyone knows… How what happens the way it does? What underlies the anarchy of the train of events, the uncertainties, the mishaps, the disunity, the shocking irregularities that define human affairs? Nobody knows. ‘Everyone knows’ is the invocation of the cliché and the beginning of the banalization of experience, and it’s the solemnity and the sense of authority that people have in voicing the cliché that’s so insufferable. What we know is that, in an unclichéd way, nobody knows anything. You can’t know anything. The things you know you don’t know. Intention? Motive? Consequence? Meaning? All the we don’t know is astonishing. Even more astonishing is what passes for knowing.”

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10 Pensieri su &Idquo;LA LETTRICE DELLA DOMENICA 7 – The Human Stain / La Macchia Umana

  1. Interessante. Partecipo anch’io alla statistica. Da uomo. Sarà riduttivo, specie dell’arte dello Scrittore, P. Roth, ma il genere mi sembra quasi imprescindibile nella formulazione di un giudizio – non tecnico, ma di gradimento – della sua opera.
    Statistica, in realtà, è nel mio caso un parolone: ho letto solo due suoi romanzi (trad. in italiano “L’animale morente”, 2001 e “Everyman”, 2006). A caldo, da lettore spassionato: bocciato il primo, promosso con entusiasmo il secondo. Sono tuttavia incappato in due lavori in cui il protagonista (nel primo caso coincide con il narratore, se non ricordo male) è un uomo, completamente immerso nella propria mascolinità e sessualità. Elementi che impongono un punto di vista, variegato e ricco e intelligentemente approfondito quanto vuoi, ma comunque ben determinato. Il vincolo al lettore, la suo orizzonte sensoriale è, a mio avviso, ben presente. E con esso anche l’interpretazione della vita e l’esplicitazione di un’etica, più o meno condivisibile (ma questo è una scelta più che lecita dell’Autore; a volte coraggiosa). Tuttavia, nel mio ridotto “campione” di letture, pure io, maschio quarantenne, infinitamente prossimo al punto di vista del protagonista, mi sono trovato un po’ a disagio. E non per questioni etiche, o morali, o di messaggio – non solo almeno. Ma proprio per un senso di induzione, di limitazione percepito. Scelta lecita e voluta, indubbiamente. Ma non così gradita al mio io-lettore.
    Va detto e sottolineato che Roth (tradotto da V. Mantovani, ed. Einaudi) scrive benissimo. In particolare ho ammirato la sua bravura e lo stile di “Everyman”. Ma se la mettiamo sul piano tecnico, non finiremmo mai gli elogi di uno Scrittore così capace.
    E’ il sentimento, il lato umano che risulta probabilmente meno empatico. Se è vero, come qualcuno ha detto e scritto, che leggi veramente un libro nel momento in cui è lui a leggere te, ebbene, in questi casi, su di me, il successo dell’esperimento (come è doveroso e ovvio che sia, in fondo) ha avuto risultati anche molto contrastanti.

    • Sì, direi che hai espresso perfettamente quella che è un po’ anche la mia sensazione. Tecnicamente ineccepibile ma precisamente, sì, con un senso di angusto, come se ci fossero dei muri oltre i quali non si può andare. Effetti certamente voluto credo, e quindi ulteriore conferma dell’abilità dello scrittore, ma non amo sentirmi “costretta” in questo senso. Nel mio caso, poi, l’identificazione con i personaggi e il loro orizzonte è praticamente nulla e questa è una cosa per me necessaria perché è proprio quel rapporto stretto con il libro, quel dialogo profondo con i suoi personaggi che io cerco e che qui mi è mancato.

      • Concordo, concordo… Anche per me sono sensazioni ormai sedimentate nel tempo; quel che rimane alla distanza, che poi è la sentenza, ciò che determina la possibilità di continuare nella “relazione” scrittore-lettore. Nel mio caso, credo che prima o dopo “concederò” comunque a P. Roth un’altra chance…
        In ogni caso, complimenti e grazie per la recensione.

    • Grazie! Ho cominciato a darci un’occhiata ma è lungo e impegnativo e una lettura superficiale non basta, adesso non riesco ma da qui a stasera spero di poterlo leggere con più calma. Certo il tema di quanto siamo “obbligati” a mettere la nostra esperienza personale in quello che scriviamo, e come, e in che misura, è affascinante (anche indipendentemente da Roth) 🙂

      • Exactly! Anch’io ho bisogno di un + di tempo per leggere con calma (e capire, soprattutto). I temi si espandono e si applicano alla nostra stessa esperienza. Indeed. Ne riparleremo!

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