IL BOSCO – Parte III – IV

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Un corpo rannicchiato nel bagagliaio di una macchina. Un’immagine forte, così forte da cancellare d’un colpo le contraddizioni di un uomo non troppo amato, il suo parlare involuto, l’arrogante indifferenza di essere o meno capito, la difesa a oltranza di persone indifendibili, i sospetti che lo avevano accompagnato come fantasmi malevoli fino a che era vissuto. Forse a torto, perché non sarebbe stata certo la prima volta che qualcuno veniva ucciso dalle insinuazioni e dalle calunnie prima che dalle pallottole. Era rimasto solo lo strappo all’umanità, uno strappo che si era portato via altri cinque uomini. Cinque cadaveri a cui persino i nomi erano stati cancellati dalla strada in cui erano morti, cinque cadaveri che sarebbero rimasti soltanto, per tutti, le vittime della strage di via Fani. Ingoiati dall’agonia lunga un mese di Aldo Moro, l’uomo a cui avevano fatto da scorta, l’uomo che non avevano potuto proteggere.
– Animali – mormorò Matteo, una voce prosciugata, riarsa. – Solo animali. Anche la pena di morte sarebbe troppo poco per loro.
– Animali. Basta chiamarli così per sentirci lontani e superiori abbastanza da decidere se meritano o no di vivere?
– Loro non se la sono fatta questa domanda, quando hanno ammazzato sei persone.
– Loro non danno valore alla vita umana. Noi dovremmo ancora darglielo, quel valore.
Non stava tenendo sermoni di illuminato progressismo. Erano parte delle sue domande, quelle. Perché quell’istinto nello stomaco lo capiva, il mostro aveva una tana nascosta anche dentro la sua pancia di garantista convinta. Sibilava, a volte, con voce di serpente, altre volte gridava con un latrato da cane rabbioso, ma sempre le stesse parole. Se fossero loro a morire, se morissero tutti una buona volta. Era un istinto che non poteva perdonarsi, ma forse poteva perdonarlo a lui e imparare a combatterlo con meno spietatezza.
– La responsabilità del resto è nostra – ribatté lui. – E’ nato tutto dieci anni fa. Tutti erano obbligati all’anticonformismo, tutti col culto della sofferenza perché bisognava partecipare al dolore del mondo, caricarsi sulle spalle l’ingiustizia di secoli, parlare tra amici, magari facendo girare qualche canna, di abbattere l’orribile società dei consumi, l’orribile capitalismo, l’orribile Stato padrone. E già che ci si era, sprangarsi tra comunisti e fascisti perché picchiare un fascista non era male, come non era male per loro picchiare un comunista. E così siamo arrivati a… a questo.
Violenza. Morte. Colpe. Non era la prima volta che ci litigavano sopra, probabilmente non sarebbe stata l’ultima. Il giudice Occorsio, il direttore del Corriere della Sera Casalegno, Peppino Impastato, Giorgiana Masi, tanti altri morti anche loro rimasti senza più neanche il nome. E i ferimenti, e le minacce. Quanto ancora sarebbe andato avanti tutto questo? I politici risolvevano i problemi mandando i carri armati all’università e vietando le manifestazioni pubbliche per lavarsi la coscienza nel caso ci scappasse il morto, e intanto continuavano a intrallazzare, come lo scandalo Lockheed aveva dimostrato.
Matteo cercava responsabilità, ragioni, un punto fermo per capire, forse.
Elisa reagiva male: – Che sciocchezze, perché vuoi sempre sentirti responsabile di tutto? A costo di attribuire ad altri cose che non stanno né in cielo né in terra, poi. Io non me le ricordo proprio queste riunioni fumose e clandestine a meditare di abbattere stati e sovvertire governi e sprangare chicchessia. – E se invece la causa di tutto fosse in chi ha impedito che i nostri sogni andassero avanti, di chi ha lasciato che il consumismo divorasse anche noi? In questo gioco delle responsabilità ognuno può scegliere il colpevole che preferisce.
Poi, quando era sola, rifletteva e si faceva domande non troppo diverse, istintivamente persuasa che di quelle morti non avessero colpa loro ma incapace di accontentarsi dell’istinto, perché non sapeva spiegare neanche a se stessa che cosa la rendeva tanto sicura. E così le sue certezze si infrangevano contro frammenti di accuse. Cecità, incoscienza, incapacità di distinguere certi segni in tempo. Ma di una cosa era certa. Se c’era stata dell’incoscienza ad accettare le cariche della polizia come qualcosa di naturale e di avventuroso, nessuno di loro, con la possibile eccezione di Lorenzo, anche quella accettata a malincuore e senza crederci proprio fino in fondo, aveva mai considerato la possibilità di sprangare qualcuno. E però… e però la sua ultima attività politica risaliva a due anni prima, una sporadica partecipazione, freddamente disapprovata da Matteo, a uno dei cortei femministi contro la legge che riconfermava l’aborto come reato. Non aveva più tempo. L’uditorato e la famiglia occupavano ormai interamente le sue giornate. Il ’68 era comunque morto, che fosse o meno colpa loro. Neanche la sua affettuosa difesa avrebbe potuto risuscitarlo.

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10 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – Parte III – IV

    • Il clima era molto diverso eppure facendo ricerche e scrivendo mi sono trovata più di una volta a pensare che certi dubbi, certe situazioni, certe aìpaure, certi desideri e ideali non fossero poi così diversi da quelli di oggi. In parte, certo, molte cose sono cambiate. Ma forse l’abisso non è così profondo come a volte si crede.

  1. Ripensare e ripercorrere gli anni di piombo non era facile senza cadere nella retorica da una parte o dall’altra. mantenere un faticoso equilibrio, non dico equidistanza perché non è così, sarebbe stato difficile ma ci sei riuscita benissimo.

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