IL BOSCO – PARTE III – VI

immagine_bosco

VI

Nella foto i due bambini sembravano incredibilmente piccoli. Il sorriso era, del tutto evidentemente, forzato da chi li aveva ritratti. Poteva immaginarselo. “Un bel sorriso, su, per i vostri papà e mamma italiani. Non vorrete farvi vedere tristi. Non siete felici della vostra nuova famiglia?”. Qualcosa del genere. Anderson e Mauricio, obbedienti, avevano sorriso. Ma i loro occhi li smentivano. Che cosa avrebbero trovato? Come sarebbe stato quel paese in cui li stavano mandando? Chi erano quei due estranei che avrebbero dovuto abituarsi a chiamare papà e mamma? Queste erano le domande che Elisa leggeva sui loro faccini compunti. Magari, come al solito, lasciava galoppare troppo la fantasia.
Ma era felice per sua sorella. Aveva seguito abbastanza da vicino tutte le fasi del non brevissimo percorso di Enrico e Cristina, da quando avevano visto le due famiglie da cui lei li aveva mandati, si erano innamorati dei bambini come lei sapeva che sarebbe successo e si erano decisi a contattare un’associazione che si occupava di adozioni all’estero. Poi la richiesta al Tribunale, documenti, colloqui, il decreto, la scelta del paese – il Cile – poi ancora documenti, e adesso finalmente potevano vedere i loro figli almeno in fotografia e in breve sarebbero partiti per andarli a prendere.
– E’ strano sai – disse Cristina. – E’ proprio come una nascita, non lo credevo. Ho passato giorni in cui ogni cosa mi commuoveva, piangevo per un nonnulla, aspettavo e tremavo all’idea che qualcosa andasse storto, e adesso sono i miei bambini, è come se lo fossero sempre stati. Non sono bellissimi?
– Sì – confermò Elisa. – Sì, lo sono davvero.
Roby aveva compiuto un anno da poco. Il cuore le si strinse un po’ pensando a quei giorni in cui si alternavano con Matteo silenzi e battibecchi e l’assalivano prepotenti pensieri che non sapeva scacciare. Il tempo dei progetti per il bambino, della tenerezza e delle serate con la chitarra sembrava appartenere a un remoto passato.
Matteo sembrava sempre non saper bene cosa farne, di quel fagottino che gorgogliava, rideva e faceva gesti che lui non sapeva interpretare. Per lui la comunicazione era fatta di parole. Quando le strade conosciute non funzionavano, non sapendo o non volendo cercarne di nuove, si appartava, tanto da sembrare qualche volta addirittura indifferente. Il giorno del primo sorriso di Roby, Elisa lo aveva chiamato subito, ma lui stava guardando una partita ed era arrivato solo un’ora dopo, quando ormai il piccolo aveva fame e sonno e non più nessuna voglia di sorridere.
Matteo aveva giocherellato un po’ con lui, gli aveva fatto il solletico, aveva provato con le smorfie, ma non c’era stato niente da fare.
– Te lo meriti – aveva commentato Elisa, scherzando, ma con una punta di cattiveria.
Da quando aveva ricominciato a lavorare le cose erano sembrate peggiorare sempre di più. L’insolita freddezza di Matteo la preoccupava tanto da chiedersi, a volte, se non sarebbe stato più facile accontentarlo, dopotutto, piantarla con la magistratura, coi tribunali, gli avvocati, le cause, i processi, quel mondo rovesciato o, se non altro, sicuramente storto. Ma era anche una parte della realtà. Restare a casa a lucidare i pavimenti a specchio e preparare dolcetti non l’avrebbe cancellata.
Nel suo percorso di uditrice, ormai quasi al termine, aveva visto di tutto. A parte le cose grosse come l’Italcasse o lo scandalo petroli che, come tutti, si limitava a leggere sui giornali senza capirci granché, la corruzione più generalizzata la leggeva ogni giorni negli atti di processi apparentemente minori. Meschini titolari di azienducole che facevano la cresta falsificando i bilanci e finivano per mandare in rovina i loro fornitori e i loro dipendenti, industrie alimentari che mettevano nei cibi in scatola cose che non si sarebbero dovute usare neanche nelle trappole avvelenate per i topi, ristoranti con gli scarafaggi in cucina, tutto il mondo di piccoli furbi che evadevano sistematicamente le tasse come se rubare alla collettività fosse normale.
Tornava a casa raccontando.
– E’ sfiancante. Quelli che cercano di farsi togliere una multa perché il cognato è intimo amico della zia di un politico, o quelli che minacciano il medico pretendendo di non aspettare il loro turno perché una loro conoscente è cugina di secondo grado della moglie di un primario. E poi si permettono di criticare la società e dire che è corrotta.
– Già…
– Oggi ci è capitato un caso davvero pesante. Un uomo che ha lavorato per trent’anni, si è ammalato di tumore e lo hanno licenziato così, da un giorno all’altro. Lettera molto carina, sai, desideriamo ringraziarla della sua collaborazione preziosa e della sua lealtà e tutti gli infiorettamenti del caso.
– Ah. Poveraccio. – Matteo liquidava la cosa in fretta, già distratto da un’altra notizia al telegiornale o da un angolo un po’ negletto.
– Certo che questa camera avrebbe proprio bisogno di una bella spolverata… – Discussione chiusa.
Poi c’erano le separazioni, i divorzi. Famiglie sfasciate che si rotolavano nell’odio, persone un tempo normali e magari anche piacevoli che voluttuosamente si massacravano di rancore usando i figli come pegno.
– C’era questo ragazzino, non piccolissimo, una dozzina d’anni, ma era completamente spaesato, il padre che urlava che aveva diritto di vederlo e la madre che guardava il figlio con occhi velati di lacrime e piagnucolava che solo lei sapeva quale era veramente il suo bene e che ogni ora passata lontano da lui per lei era un tormento, che ogni minuto si chiedeva se lui stava bene e se aveva tutto quello che gli serviva.
– Mmh. Eh, sono proprio situazioni tristi. Senti, non hai mica avuto tempo oggi di fare quella telefonata? Lo sai che era molto importante, è vero che il lavoro non ti lascia respiro, ma ho pensato che magari cinque minuti potevi averli trovati…

Annunci

6 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE III – VI

  1. Un piccolo spaccato quotidiano di quotidiana indifferenza. C’è chi adotta dei piccoli nella speranza di dare loro qualcosa di meglio ma le foto non ingannano. C’è chi, come matteo del tutto incapace di calarsi nei panni del padre.
    Direi che hai tratteggiato bene tutte queste persone facendone uscire un quadro credibile.

    • Grazie. Credo ci sia stata un’epoca, ancora non tantissimo tempo fa, in cui era difficile per un uomo fare il padre come lo intendiamo noi oggi. Per il resto… è buffo sai, ma questa cosa dell’adozione l’ho scritta (come tutto il romanzo anche se poi in parte rimaneggiato) almeno una ventina di anni fa, molto prima di sapere che io, a mia volta, avrei adottato dei bambini. Per chi non crede alle coincidenze… 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...