SABATOBLOGGER 8 – I blog che seguo

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roceresale è uno dei (non pochi) blog che ho conosciuto grazie a ioleggoperché, una iniziativa che avrà avuto magari i difetti che qualcuno diceva avesse (per esempio e soprattutto: la difficoltà che probabilmente quasi tutte queste idee hanno di raggiungere chi davvero non legge), ma a me piaceva. Anche per questo regalo personale che mi ha fatto, appunto il venire a sapere di altri blog in cui si parla di libri. Roceresale (lascio a voi il piacere di scoprire l’origine del nome del blog, oltre che il suo motto che a me piace un sacco) scrive del suo lavoro (è insegnante), dei libri che ama, di cose quotidiane, tutto in modo molto personale, tra il brusco (non per niente uno dei post che vi propongo si intitola “zotica”) e l’alto livello di partecipazione sempre presente, a me pare. Oltre a quello di Ioleggoperché, Questo e questo sono i suoi articoli che ho scelto come sempre in maniera arbitraria, solo per darvi uno spunto da cui cominciare.

elithewalrus (cercare mezzodì alle quattordici) scrive poco. Purtroppo, dico io. Scrive bei racconti che non si sa se siano veri o immaginari frammenti di vita, ma non so quanto sia  importante. Sono molto brevi, in generale, come questo e questo o questo; non sempre, ma spesso, c’è una parola particolare, con cui la storia finisce ma da cui anche probabilmente nasce, una parola che esprime un’emozione. Precisa, nitida, perfettamente comprensibile, direi, eppure in qualche modo trasfigurata dal racconto. Si ha la sensazione, sempre, che dentro comunque chi scrive ci sia, e tanto.

Io me e me stessa Iome credo siano in pochi a non conoscerla. Ricordavo per esempio questo delizioso racconto della sua vita di quadriennio in quadriennio, legame tra i mondiali di calcio, la cronaca e avvenimenti della sua vita personale, ironica, a volte malinconica, direi mai nostalgica, in linea con la sua presentazione che mi è piaciuta da subito e che trovate  qui. Poi ci sono le recensioni e gli appunti di economia, che pur essendo “for dummies” io non ho però letto perché sono peggio che dummy in materia e lo so che è male ma proprio non gliela fò, il che non toglie che lei sia probabilmente una delle poche persone in grado di rendere l’argomento quanto meno digeribile.

Purtroppo (Simone). Un altro blog che amo a partire dal sottotitolo e dalla presentazione. Se poi, per esempio, volete un punto di vista sui fatti di Parigi che somiglia molto al mio, lo trovate qui. Però la cosa che io personalmente preferisco sono ancora una volta i racconti, come questoQuesto, poi, l’ho trovato splendido, la poesia delle cose complesse che diventano semplici, mi viene da dire, e non so se sia giusto ma l’ho pensato così e abbiate pazienza. E poi anche la delicatezza di questo, ma il fatto è che quando comincio a leggerne uno, poi mi metto a seguire i link dei post collegati e li leggerei tutti. Magari succede anche a voi.

Cronache di un pigiama rosa (Barby) è un recente, graditissimo ritorno dopo alcuni mesi di assenza. di questo tra l’altro parla qui, insieme alla sua parola dell’anno che io condivido molto. Sono andata anche a curiosare un po’ indietro e ho trovato per esempio questo. Fotografie (molti scritti sembrano anche un po’ fotografie, istantanee per fermare pensieri e istanti, come questo), musica, molta tenerezza, molto entusiasmo, tanto tra l’altro per i libri e questo va bene (molto bene!). Scrive bevendo tè e questo lo capisco benissimo, oh se lo capisco…

 Alla prossima puntata, buona settimana a zagzagar tra i blog… 🙂

IL BOSCO PARTE III – V

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Roberto nacque nel febbraio successivo, proprio quando Elisa, superati anche gli orali del concorso, aveva iniziato a lavorare in Tribunale come uditrice. Durante quel periodo, un paio d’anni, sarebbe rimasta a Genova, dopo però chissà dove l’avrebbero trasferita. Viviana e Fabrizio avevano dato la loro piena disponibilità a fare i nonni baby-sitter, anche se Elisa si era sentita un po’ in difficoltà ad approfittare troppo di loro. Ma loro avevano tanto insistito che ne sarebbero stati più che felici, che alla fine aveva capito che probabilmente era proprio vero. Sembrava che, adesso che Raf stava crescendo, sua madre sentisse la mancanza di un bambino.
– E pensare che solo ieri eri tu una bambina, con quel tuo musetto testardo… – commentò Fabrizio nel vedere il fagottino tra le sue braccia. Per un attimo lei risentì una fitta di dolore per la nostalgia di suo padre. Avrebbe voluto che potesse vedere il suo nipotino.
Poi era cominciato il gioco delle somiglianze: ha gli occhi di Matteo, sì, ma ha la bocca di Elisa, il naso è quello della nonna, e le orecchie…
Elisa non aveva mai capito come qualcuno riuscisse a vedere delle somiglianze in un esserino così minuscolo.
– Secondo me somiglia a un pulcino – osservò infine Raf, con quel suo modo stranamente solenne di scherzare.
– Hai proprio ragione – disse Elisa con un sorriso. Sembra un pulcino appena uscito dall’uovo, proprio come sembravi tu, non poi tanti anni fa.
Tutti risero e questo pose fine alla ridda delle comparazioni.
Quanto a Raf, più cresceva e più somigliava a Fabrizio. Gli stessi occhi scuri, gli stessi capelli nerissimi e ricciuti, il naso “forte”, le labbra appena troppo carnose, persino la stessa linea del mento. Sembrava un suo fratello gemello nato con qualche anno di ritardo. Ma aveva anche la stessa capacità di leggere nel cuore degli altri, la stessa profonda umanità e capacità di comprendere, nonostante fosse ancora così giovane, e anche la stessa presunzione. Da Viviana aveva preso il sorriso, qualche gesto, e un’impulsività che si manifestava solo a sprazzi, ma che lo rendeva capace di gesti stranamente irruenti, del tutto in contrasto con la sua natura fondamentalmente seria e riflessiva.

Matteo li riportò a casa sulla sua amatissima Cinquecento, ribattezzata “il Macinino”, tutta piena di adesivi, la maggior parte di personaggi dei cartoni animati, più due o tre di Parigi e un altro che si era aggiunto adesso, con la scritta “Attenzione, baby a bordo” e il disegno di un pupo roseo con un ciuffo biondo sulla testa. Di recente l’aveva ridipinta di un bel colore rosso fiamma, ormai le mancava solo il cavallino per sembrare una Ferrari, diceva.
Appena arrivato a casa, Roby, che aveva appena aperto gli occhi, si rivelò subito curioso di tutto e di tutti. Sembrava non stancarsi mai di guardarsi intorno, come se volesse avere un quadro completo di tutto ciò, cose e persone, di cui sicuramente, se glielo avessero consentito, avrebbe inteso diventare il Signore Assoluto. Non piangeva mai, anzi, fin da quando ancora non sorrideva nemmeno, Elisa era già certa che possedesse una sua innata allegria.
A quattro mesi imparò a ridere e parve che non volesse più smettere. Rideva senza motivo, solo per il gusto che gli dava, per il piacere di vedere gli altri rispondere alla sua risata.
Amava la musica. Elisa cantava preparandogli la pappa, cantava facendo i lavori di casa, cantava prima di uscire a far la spesa e cantava di nuovo appena tornata. Oppure metteva un disco, o la radio. In quei momenti lui guardava lei, o il giradischi, o la radio, con lo stesso incanto immobile, stupito. E dopo un po’ cominciava a ridere.
Amava la luce. La mattina Elisa lo svegliava e poi accendeva per un momento tutte le luci della casa, per poi spegnerle subito e lui, ancora una volta, rideva. Poi lei apriva tutte le persiane e lui, in braccio, si protendeva verso la finestra facendo piccoli buffi suoni. Non sapeva cosa avesse in testa ma era sicuramente qualcosa di bello.
Non aveva paura del buio. A luci spente Elisa gli raccontava storie e lo cullava con vecchie ninne nanne e lui si strofinava appena il faccino sbadigliando, poi lasciava che i suoi occhi si chiudessero e in un istante piombava nel sonno dei giusti, contento di poter dormire tanto quanto era contento di star sveglio, con tutte quelle novità strane e fantastiche che c’erano da vedere nel mondo, tutti quei meravigliosi pericoli in cui potersi infilare con la felice temerarietà di chi non ha bisogno di avere paura.

UN LEONE A COLAZIONE 9 – Storie intorno all’adozione

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Mi piacerebbe molto che questa rubrica diventasse un po’ più “interattiva”. Finora ho raccontato più o meno come sono andate le cose per noi, sia pure in forma di fiaba, da quando abbiamo cominciato a pensare all’idea dell’adozione, fino al momento in cui, ricevuta la sospirata “idoneità”, siamo partiti alla ricerca del Mago dei Paesi Lontani, ossia l’Associazione che potesse accompagnarci nella maniera giusta alla scelta del Paese dove andare (visto che avevamo optato per l’adozione internazionale) e soprattutto condurci sani e salvi all’incontro con i bambini. Ma ci sono altre esperienze, altre storie possibili, altri modi di vivere un’esperienza, o di risolvere una situazione.

Il Mago dei Paesi Lontani ha il compito, tutt’altro che facile, di aiutare i “Re” e le “Regine” che hanno il sogno dei loro “principini” e delle loro “principessine” verso il pasaggio da figlio immaginario a quello reale.

Questo è un passaggio che tutti i genitori prima o poi devono affrontare. Chi non ha mai pensato di trasmettere certe passioni ai figli che invece proprio avevano tutt’altro per la testa? Chi non ha intravisto futuri radiosi del tutto in contrasto con quelle che sono poi state le aspirazioni e le scelte dei virgulti? Come la storia che ho sentito, del ragazzo che voleva aprire un’officina mentre il padre lo voleva ingegnere. Così lui, che evidentemente voleva molto bene a suo padre, lo accontentò iscrivendosi all’università e riuscendo a prendere l’agognata laurea. Per poi appenderla alle pareti della sua amata officina. (Purtroppo conosco anche storie in cui il conflitto è stato risolto in maniera molto meno brillante).

Ma anche senza andare così lontano. Ci immaginiamo corse dietro agli aquiloni, e i nostri figli odiano il vento. Sogniamo giornate al mare e loro temono l’acqua. Vorremmo portarli in giro per il mondo mentre per loro il miglior viaggio è quello dal divano di casa al frigorifero.

L’unica differenza, ma non è una differenza da poco, è che di solito si ha più tempo per realizzare che ci si somiglia in alcune cose e non in altre, che si possono fare certe cose insieme e altre volte invece ognuno avrà i suoi spazi. Quando un bambino arriva a quattro, cinque, sette, otto, dieci, undici anni, si parte dalle differenze, per forza, perché le somiglianze ancora non ci sono e bisogna costruirle. E’ davvero una magia, se ci si pensa e se si riesce a vederla così (che non è sempre facile). E’ una magia quando vedi qualcuno che è parte di te prendere la sua strada, in parte molto diversa, pur se costruita a partire dai materiali che tu gli hai dato. Ed è una magia vedere qualcuno che “diventa” parte di te, che partendo da materiali diversi costruisce una strada che da qualche parte si incontra con la tua. E’ una magia scoprire in un’espressione, un gesto comune, desideri simili. E’ una magia qualunque modo in cui ci si senta diversi sì, ma diversi “insieme”.

IL BOSCO – Parte III – IV

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Un corpo rannicchiato nel bagagliaio di una macchina. Un’immagine forte, così forte da cancellare d’un colpo le contraddizioni di un uomo non troppo amato, il suo parlare involuto, l’arrogante indifferenza di essere o meno capito, la difesa a oltranza di persone indifendibili, i sospetti che lo avevano accompagnato come fantasmi malevoli fino a che era vissuto. Forse a torto, perché non sarebbe stata certo la prima volta che qualcuno veniva ucciso dalle insinuazioni e dalle calunnie prima che dalle pallottole. Era rimasto solo lo strappo all’umanità, uno strappo che si era portato via altri cinque uomini. Cinque cadaveri a cui persino i nomi erano stati cancellati dalla strada in cui erano morti, cinque cadaveri che sarebbero rimasti soltanto, per tutti, le vittime della strage di via Fani. Ingoiati dall’agonia lunga un mese di Aldo Moro, l’uomo a cui avevano fatto da scorta, l’uomo che non avevano potuto proteggere.
– Animali – mormorò Matteo, una voce prosciugata, riarsa. – Solo animali. Anche la pena di morte sarebbe troppo poco per loro.
– Animali. Basta chiamarli così per sentirci lontani e superiori abbastanza da decidere se meritano o no di vivere?
– Loro non se la sono fatta questa domanda, quando hanno ammazzato sei persone.
– Loro non danno valore alla vita umana. Noi dovremmo ancora darglielo, quel valore.
Non stava tenendo sermoni di illuminato progressismo. Erano parte delle sue domande, quelle. Perché quell’istinto nello stomaco lo capiva, il mostro aveva una tana nascosta anche dentro la sua pancia di garantista convinta. Sibilava, a volte, con voce di serpente, altre volte gridava con un latrato da cane rabbioso, ma sempre le stesse parole. Se fossero loro a morire, se morissero tutti una buona volta. Era un istinto che non poteva perdonarsi, ma forse poteva perdonarlo a lui e imparare a combatterlo con meno spietatezza.
– La responsabilità del resto è nostra – ribatté lui. – E’ nato tutto dieci anni fa. Tutti erano obbligati all’anticonformismo, tutti col culto della sofferenza perché bisognava partecipare al dolore del mondo, caricarsi sulle spalle l’ingiustizia di secoli, parlare tra amici, magari facendo girare qualche canna, di abbattere l’orribile società dei consumi, l’orribile capitalismo, l’orribile Stato padrone. E già che ci si era, sprangarsi tra comunisti e fascisti perché picchiare un fascista non era male, come non era male per loro picchiare un comunista. E così siamo arrivati a… a questo.
Violenza. Morte. Colpe. Non era la prima volta che ci litigavano sopra, probabilmente non sarebbe stata l’ultima. Il giudice Occorsio, il direttore del Corriere della Sera Casalegno, Peppino Impastato, Giorgiana Masi, tanti altri morti anche loro rimasti senza più neanche il nome. E i ferimenti, e le minacce. Quanto ancora sarebbe andato avanti tutto questo? I politici risolvevano i problemi mandando i carri armati all’università e vietando le manifestazioni pubbliche per lavarsi la coscienza nel caso ci scappasse il morto, e intanto continuavano a intrallazzare, come lo scandalo Lockheed aveva dimostrato.
Matteo cercava responsabilità, ragioni, un punto fermo per capire, forse.
Elisa reagiva male: – Che sciocchezze, perché vuoi sempre sentirti responsabile di tutto? A costo di attribuire ad altri cose che non stanno né in cielo né in terra, poi. Io non me le ricordo proprio queste riunioni fumose e clandestine a meditare di abbattere stati e sovvertire governi e sprangare chicchessia. – E se invece la causa di tutto fosse in chi ha impedito che i nostri sogni andassero avanti, di chi ha lasciato che il consumismo divorasse anche noi? In questo gioco delle responsabilità ognuno può scegliere il colpevole che preferisce.
Poi, quando era sola, rifletteva e si faceva domande non troppo diverse, istintivamente persuasa che di quelle morti non avessero colpa loro ma incapace di accontentarsi dell’istinto, perché non sapeva spiegare neanche a se stessa che cosa la rendeva tanto sicura. E così le sue certezze si infrangevano contro frammenti di accuse. Cecità, incoscienza, incapacità di distinguere certi segni in tempo. Ma di una cosa era certa. Se c’era stata dell’incoscienza ad accettare le cariche della polizia come qualcosa di naturale e di avventuroso, nessuno di loro, con la possibile eccezione di Lorenzo, anche quella accettata a malincuore e senza crederci proprio fino in fondo, aveva mai considerato la possibilità di sprangare qualcuno. E però… e però la sua ultima attività politica risaliva a due anni prima, una sporadica partecipazione, freddamente disapprovata da Matteo, a uno dei cortei femministi contro la legge che riconfermava l’aborto come reato. Non aveva più tempo. L’uditorato e la famiglia occupavano ormai interamente le sue giornate. Il ’68 era comunque morto, che fosse o meno colpa loro. Neanche la sua affettuosa difesa avrebbe potuto risuscitarlo.

28. Aladdin and the King of Thieves

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Questo è il terzo e ultimo episodio della “trilogia” di Aladdin.

Aladdin e Jasmine stanno finalmente per sposarsi, ma i Quaranta Ladroni irrompono prima delle celebrazioni, portando via regali di nozze e gioielli. Non riescono però a impadronirsi di ciò che più di tutto cercavano, l’Oracolo, l’unico oggetto in grado di indicare dove si trova la Mano di Mida che trasforma tutto in oro. Interrogandolo, Aladdin viene a sapere che suo padre, creduto morto da tempo, è in realtà proprio il Re dei Ladri, il capo dei Quaranta Ladroni, e parte quindi alla sua ricerca. Nel frattempo uno dei Ladroni trama nell’ombra…

All’inizio ho pensato che il film era carino ma che la magia di Aladdin era irripetibile comunque. Non è del tutto così, però. Il Genio c’è, e si vede. La Disney aveva violato il contratto con cui si impegnava a non utilizzare la voce di Robin Williams per vendere prodotti ispirati ad Aladdin. Così lui, che evidentemente dai tempi di Mork & Mindy aveva imparato a dire qualche no, rifiutò in maniera così categorica di aver a che fare con loro, che per il primo sequel, Il ritorno di Jafar, la Disney fu costretta ad affidare la voce del Genio a Dan Castellaneta. Per il terzo episodio (essendo tra l’altro nel frattempo cambiata la gestione), pensarono bene di scusarsi, credo con la coda ben ben nascosta tra le zampe, e lo convinsero a tornare, per loro fortuna: The King of Thieves non avrebbe potuto bissare il successo di Aladdin ma comunque gli incassi furono molto superiori al precedente.  Del resto Ron Clements e John Musker, registi di Aladdin, avevano fortissimamente voluto Robin nel ruolo, intuendo (con vista lunga), che lui “era” il Genio. Il personaggio era stato costruito intorno a lui, creato su misura (o su dismisura, per meglio dire) per lui e per nessun altro. Non è certo un caso che poi The Genie sia diventato uno dei soprannomi con cui Robin Williams è stato chiamato in vita e ricordato dopo, con evidenti riferimenti alla sua genialità, alla magia che diffondeva e alla sua profonda esigenza di libertà. Il suo talento è quello che – scriveva una recensione del New York Times dell’epoca – rende questo secondo sequel nettamente migliore del Ritorno di Jafar. Nonostante tutto. Perché purtroppo il cambio di regia un po’ si vede. La trama è deboluccia, la colonna musicale è carina ma nulla di eccezionale e non c’è neanche il picco della acclamatissima A Friend Like Me (da brividi, ascoltatela, dico seriamente…). E’ comunque una bella avventura e certo vale la pena di veder sfilare davanti ai vostri occhi (ma soprattutto sentir sfilare nelle vostre orecchie) Sylvester Stallone, Walter Cronkite, Woody Allen, Perry Mason, Elvis Presley, Mrs. Doubtfire… è tutto un gioco di voci e citazioni più o meno nascoste e piccole perle buttate lì senza neanche darci troppa importanza. Ma dietro ci si sente il divertimento, e quando il Genio si diverte…

Everything about this sequel is far better than The Return of Jafar. Williams’ irresistible throwaway lines and barrage of pop-culture characters are the point, of course. The Genie welcomes visitors to the wedding with a quick, glitzy mock-television show, Life Styles of the Rich and Magical.

Caryn James, `Aladdin 3′: Dream Of Genie, The New York Times 13 agosto 1996

LA LETTRICE DELLA DOMENICA 7 – The Human Stain / La Macchia Umana

The Human Stain 2Questo è il primo romanzo che ho letto di Philip Roth e non so se ne seguiranno altri. Mi è piaciuto, anche molto, ricordo (è passato un po’ di tempo), ma per qualche ragione sento che Philip Roth non è il “mio” scrittore. L’io narrante è Nathan Zuckerman, personaggio già comparso in precedenti libri dello scrittore, so, e anche in uno successivo. E’ uno scrittore a sua volta e credo sia un alter ego di Roth. In questo romanzo Zuckerman racconta la storia di un suo vicino di casa, Coleman Silk, ex professore in una università del Massachussets, Attraverso il licenziamento di Silk per un pretesto fondato su una political correctness che entra a piedi uniti nell’ipocrisia, Roth descrive quel puritanesimo d’accatto di una società che in realtà pesca continuamente nel torbido e usa gli scandali (sessuali e d’altra natura) come una clava per colpire i personaggi scomodi, i rivali politici e così via. Ma Silk, a parte avere un’amante che non sa leggere e ha la metà dei suoi anni, ha un altro segreto molto più profondo, intimo, direttamente collegato alla sua identità, a quello che avrebbe voluto essere, alle cose contro cui ha combattuto e a quello che ha finito per diventare a dispetto di sé stesso.

Incipit:

Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà – mi confido che all’età di settantun anni aveva una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al college. Due volte la settimana questa donna puliva anche l’ufficio postale, una piccola baracca rivestita di scandole grigie che pareva aver protetto una famiglia di braccianti dai venti della Dust Bowl negli anni trenta e che, piantata solinga e derelitta a metà strada tra la pompa di benzina e l’emporio, fa sventolare la bandiera americana all’incrocio delle due strade che caratterizzano il centro commerciale di questa cittadina di montagna.”

Citazioni:

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.”

«Tutti sanno… Cosa? Perché le cose vanno come vanno? Cosa? Tutto ciò che sta sotto l’anarchia del corso degli avvenimenti, le incertezze, i contrattempi, il disaccordo, le traumatiche irregolarità che caratterizzano le vicende umane? Nessuno sa, professoressa Roux. “Tutti sanno” è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza, e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula il cliché a riuscire così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente»

This is the first novel by Philip Roth I’ve read and I’m not sure I’ll read any others. I liked it, I really did, I remember (it’s been some time), and yet for for some reason, I feel Philip Roth is not “my” writer. The first-person narrator is Nathan Zuckerman, a character I know was already in a few previous books by this author, and in a subsequent one as well. He’s a writer too, and as far as I know, he’s an alter ego of Roth’s. In this novel, Zuckerman tells the story of a neighbor, Coleman Silk, a former professor in a Massachusetts academy. Through Silk’s dismissal, based on an excuse founded in a political correctness that falls head first into hypocrisy, Roth describes the second-hand puritanism of a society that in actual fact is always fishing in troubled waters and using sex and other scandals as a club to bludgeon troublemakers, political rivals, and so on. Apart from having an illiterate lover half his age, however, Silk has another, much deeper and personal secret, directly related to his own identity, to what he wanted to be, to the things he fought and to what he ended up being, in spite of himself.

Incipit

It was in the summer of 1998 that my neighbor Coleman Silk – who, before retiring two years earlier, had been a classics professor at nearby Athena College for some twenty-odd years as well as serving for sixteen more years as the dean of the faculty – confided to me that, at the age of seventy-one, he was having an affair with a thirty-four-year-old cleaning woman who worked down at the college. Twice a week she also cleaned the rural post office, a small gray clapboard shack that looked as if it might have sheltered an Okie family from the winds of the Dust Bowl back in the 1930s and that, sitting alone and forlorn across from the  gas station and the general store, flies its American flag at the junction of the two roads that mark the commercial center of its mountainside town.

Quotes:

We leave a stain, we leave a trail, we leave our imprint. Impurity, cruelty, abuse, error, excrement, semen – there’s no other way to be here. Nothing to do with disobedience. Nothing to do with grace or salvation or redemption. It’s in everyone. Indwelling. Inherent. Defining. The stain that is there before its mark. Without the sign it is there. The stain so intrinsic it doesn’t require a mark. The stain that precedes disobedience, that encompassesdisobedience and perplexes all explanation and understanding.’

 “Because we don’t know, do we? Everyone knows… How what happens the way it does? What underlies the anarchy of the train of events, the uncertainties, the mishaps, the disunity, the shocking irregularities that define human affairs? Nobody knows. ‘Everyone knows’ is the invocation of the cliché and the beginning of the banalization of experience, and it’s the solemnity and the sense of authority that people have in voicing the cliché that’s so insufferable. What we know is that, in an unclichéd way, nobody knows anything. You can’t know anything. The things you know you don’t know. Intention? Motive? Consequence? Meaning? All the we don’t know is astonishing. Even more astonishing is what passes for knowing.”

SABATOBLOGGER 7 – I blog che seguo

 

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Fiabe atroci Beh, intanto questo è uno di quei blog che sono già interessanti a partire dalla presentazione dell’autore (Gianluca Ricciato) che trovate quiQuesto articolo parla invece di educazione ambientale come non l’avete (forse) mai vista. Il titolare del blog è un educatore e qui propone una impegnativa ma secondo me fondamentale descrizione del suo mestiere (che mi piacerebbe fosse anche il mio) e di cui già basterebbe questo per darsi lavoro per una vita intera:  “educare significa essere implicati in un agire pratico ad alto tasso di problematicità”.

La favola di Orfeo di Mia Euridice è un blog in cui l’autrice esprime soprattutto varie considerazioni generali, in genere brevi e acute (nonché acuminate) come questa, oppure più personali come questa e pensieri intimi come questo (in cui mi sono molto riconosciuta), sempre scritti con uno stile particolare, un po’ secco e un po’ poetico, poche frasi, anche brevi di solito, e che pure contengono tante immagini e un uso delle parole notevole. Lo trovo bellissimo.

Strepitio (Greta Rosso) è un blog di poesia. anche quelli che sembrano racconti sono in realtà poesie. Anche il post “about” è di fatto una poesia. E quale in particolare potrei citare? Sono tutte particolari. Tra le ultime vi proporrò questa come esempio di poesia d’amore e poi questa con pensieri che definirei al tempo stesso molto intimi e molto universali e questa, brevissima, in cui leggo una notevole intensità che non so assolutamente spiegare e che sento somigliarmi. Senza saper spiegare neanche questo.

Filintrecciati è tenuto da due autrici, una donna e una ragazza, Flavia e Francesca, madre e figlia, come si legge nella presentazione. Si tratta in gran parte di poesia giapponese, tanka, haiku, katauta (prendo i nomi dal blog, confesso di sapere molto poco di questo genere), accompagnate da immagini. A questo link ne trovate diversi, ispirati all’autunno, e alcuni mi sono piaciuti molto, mentre questo è un bel racconto (di Flavia).

E anche se non l’ho fatto apposta, posso dire che ho tenuto il meglio (per me) per ultimo. Di Orearovescio (Massimo Legnani) ho già parlato in altre occasioni e credo che lo farò ancora. Che parli di gatti, di colori o di legna, Massimo ha questa dote tutta sua di dar vita a qualunque oggetto su cui la sua penna (e prima evidentemente la sua immaginazione) decida di posarsi, e prima ancora che agli oggetti, al tempo. Il tempo che si dedica a quegli oggetti, il tempo che si dedica alla scrittura, il tempo che non è più solo secondi o minuti, ore, giorni e anni, ma qualcosa di solido, tridimensionale, e in certo qual modo affettuoso.

Buon viaggio tra i blog di questo sabato e alla prossima!

 

IL BOSCO – Parte III – III

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L’autunno del ’77 lasciò a Elisa soprattutto le memorie di quel periodo bellissimo. Parigi! Le Tuileries, Place de l’Etoile, l’Opéra, il Quartiere Latino, il Louvre, Montmartre… e il sogno di vedere dal vero i suoi amati Impressionisti. Proprio sugli Impressionisti, però, ebbero una piccola discussione, perché Matteo li considerava poco più che degli imbrattatele e per Elisa questa era una colpa difficile da perdonare. E un’altra discussione la ebbero a Montmartre. A lei le luci, i colori, l’aria stessa di quel luogo erano entrati immediatamente nel cuore, ma forse non avrebbe dovuto aspettarsi che Matteo apprezzasse quell’atmosfera così bohémien, gli strani souvenir, i pittori di strada.
Ma Elisa era un po’ così, portata a facili entusiasmi, e tanto più per piccole cose come quelle era capace di scaldarsi, infiammarsi, incendiarsi, fino a scatenare litigi di proporzioni bibliche. Matteo lo sapeva, e arrivava a volte anche a dire cose che non pensava, pur di non far scoppiare una guerra.
Non aveva importanza. Fu comunque una splendida vacanza, proprio come l’avevano sognata e voluta. Uscivano sempre a piedi, lasciandosi trasportare dal desiderio di vedere qualcosa, o a volte semplicemente dal caso, infilando strani vicoli per vedere dove li avrebbero portati, fotografando cose che gli altri turisti non degnavano di uno sguardo, ma anche trascorrendo ore nei musei, ai parchi, ad ascoltare concerti e vedere balletti. E poi romantici tramonti nelle piazze più belle (la Place de l’Etoile era la preferita di Matteo, proprio per la sua forma a stella, oltre che per la sensazione di spazio che gli dava), e serate trascorse nei locali più diversi (un paio di volte Elisa riuscì a trascinare Matteo in posti dove probabilmente non si sarebbe mai sognato di andare).
Facevano l’amore praticamente ogni notte, e Elisa si sentiva avvolgere ogni volta dalla tenerezza di Matteo come da un confortevole e caldo abbraccio.

Il ritorno a casa era arrivato, naturalmente, troppo presto, ma Elisa si era subito messa d’impegno in quella sua nuova vita “da signora”.
Benché detestasse cucire, stirare e mettere in ordine, si era rivelata presto un’ottima cuoca, e almeno per un po’ questo fu sufficiente a Matteo per compensare la mancanza di quelle virtù domestiche di cui sia madre era il modello.
Elisa ricordava il pranzo di Natale con la suocera a casa loro come un incubo.
Lei aveva passato da poco gli esami scritti del suo sospirato concorso in magistratura ed era felice. Nel suo entusiasmo aveva pensato che sarebbe riuscita a conquistare anche lei, benché i loro precedenti incontri non fossero stati precisamente un successo. Lo aveva pensato anche quando era arrivata, allo scoccare esatto dell’ora concordata, un trucco discreto, un vestito lilla che sembrava esserle stato cucito addosso, e forse lo era davvero, e neppure uno dei suoi capelli grigio argento dalle delicate sfumature turchine fuori posto.
– Cara, cara, cara – le aveva detto prendendole la mano tra le sue. – Ma che casa deliziosa, così colorata. Certo, probabilmente Matteo avrebbe preferito delle tinte – come dire – un po’ più sobrie, meno vistose, ecco, se posso permettermi – non ti offendi, vero?
– Mamma, non è vero – aveva ribattuto Matteo. – Non cominciare, a me questa casa piace così com’è.
Lei lo aveva del tutto ignorato.
– Certo, io non avrei accostato colori così forti, sai, bisogna considerare bene l’effetto finale, avere una certa attenzione per i particolari… ma non importa, sono certa che con qualche ritocco diventerà un appartamento graziosissimo. Il buon gusto dopotutto si apprende con il tempo – aveva terminato con una risatina.
“Ne dubito” avrebbe voluto rispondere Elisa, che si tratteneva a stento. Se buon gusto significava anche educazione e rispetto verso gli altri, non si poteva dire che la signora avesse imparato molto, eppure tempo ne aveva avuto.
E poi a tavola…
– Matteo mi dice che ci tieni a lavorare… Io ho sempre messo al primo posto mio marito e mio figlio, ma mi rendo conto che adesso i tempi sono cambiati. Certo, tutto non si può fare, e sicuramente se una donna non è in casa non riesce a tenere dietro a tutto. Purtroppo abbiamo perso molte cose, non trovi? C’è più benessere, ma non ci si rende conto che i soldi non sono tutto. Quando in una famiglia manca una mano femminile, si nota subito dalle piccole cose – e qui aveva dato una significativa occhiata in giro, e Elisa, che aveva trascorso gli ultimi tre giorni a pulire, seguendo il suo sguardo aveva notato cose di cui non si era neppure resa conto, la polvere sulle cornici delle porte, un paio di oggetti fuori posto…
Quella sera era scoppiata in un pianto dirotto, e Matteo aveva trascorso mezz’ora a consolarla.
Non che la capisse. Anche se doveva prepararsi per quel suo esame in magistratura e studiava come una matta, in fondo stava in casa e avrebbe ben potuto curarla di più. Lui vedeva bene gli sforzi che faceva per correggere il suo disordine, i pavimenti erano sempre puliti, i piatti lavati, il bucato fatto e stirato, non poteva lamentarsi. Ma mancava quell’attenzione ai particolari, per lui che era abituato ad una casa che era come uno specchio, e che notava anche la più piccola macchia sulle tende e la più piccola piega sui pantaloni. Naturalmente non glielo disse. Ormai aveva imparato che ci voleva troppo coraggio per litigare.
– Però tu così ti stanchi troppo, tesoro – disse solo. – E se dovessimo avere dei figli non so come faresti. Adesso io guadagno abbastanza per tutti e due.
– Ne abbiamo già parlato non so quante volte, credevo che tu avessi accettato il mio punto di vista, e adesso, invece che congratularti con me, sei di nuovo a farmi la predica.
– E’ solo che vorrei sapere che conto più di tutto il resto per te.
– Certo che conti più di tutto il resto, ma non vorrei che questo fosse un ricatto morale. Devo dimostrarti che ti voglio bene rinunciando a qualcosa a cui tengo? Vuoi che mi dedichi solo a te, che viva solo per te, mettendoti al centro del mio universo e lasciando tutti i miei interessi se non sono anche i tuoi? E’ questo che mi stai chiedendo?
– Ma no, certo che no, io… Oh, va bene, lasciamo perdere.
Come al solito, Matteo rinunciò a continuare la discussione, ma non era affatto convinto.
Comunque erano solo momenti, che appannavano solo raramente la regolarità di una vita tranquilla e piacevole.
L’unica nube riguardava piuttosto Cristina, che avrebbe tanto voluto un bambino, ma aveva appena scoperto di non poterne avere. Quando, dopo molta insistenza, si era decisa a parlarne con Elisa e Matteo, proprio in quel periodo natalizio, aveva quasi le lacrime agli occhi, e Elisa, che a sua volta desiderava molto un figlio, la capiva benissimo.
– Non avete pensato all’adozione? Conosco alcune famiglie… tu sei fatta per avere bambini – le disse.
– Ci abbiamo pensato, ma… non vorrei mai che fosse un ripiego, capisci? Visto che non posso averne uno mio, provare con quello di un altro… Saremmo capaci di accettare davvero fino in fondo come figlio un bambino che ha una sua storia diversa dalla nostra, vissuta lontano da noi?
– Ma certo che ne sareste capaci! Tuo figlio è tuo figlio quando lo aspetti, quando lo vedi per la prima volta, in qualunque momento e in qualunque modo questo succeda.
Enrico intervenne: – Il fatto è che non è la stessa cosa. Io pensavo… pensavo che la mia vita, una parte di me avrebbe continuato a vivere attraverso i miei figli.
– Ma certo. E’ quello che succede. I tuoi figli sono persone diverse da te che si portano dentro una parte di te. Non sempre quella che tu vorresti. Quella che loro scelgono, di cui si appropriano giorno per giorno nel tempo che passano a guardarti, ascoltarti, ad avvicinarsi e a combattere con te.
Matteo scosse la testa, scettico.
– Questi bambini hanno subito sempre qualche trauma, l’abbandono, magari le botte, certi hanno vissuto per strada fin da piccolissimi, ho letto certe storie… figli di prostitute, o con un padre in galera… o tutti e due. Sarà difficile.
– Credi che per un figlio tuo sia tutto facile? Niente è mai facile con i bambini. Puoi ferirli senza saperlo, puoi soffrire perché li vedi diversi da come te li aspettavi, perché hanno valori diversi dai tuoi. Io adoro mamma e Fabrizio, ma di conflitti ne abbiamo avuti, eccome! Non dico che sia uguale, dico che non c’è una cosa più facile o più difficile, una cosa più o meno importante, più o meno bella. Dico che avere un figlio… credo che sarebbe meraviglioso comunque, e che tutto cambia quando tu scegli un bambino come tuo figlio, e lui sceglie di essere tuo figlio.
Il dibattito proseguì ancora per un po’, ma Cristina aveva una luce diversa negli occhi, e anche Enrico non sembrava poi così contrario.
Prima di andar via, Elisa lasciò scivolare un biglietto nelle mani di Cristina.
– Ci sono un paio di numeri di telefono, coppie che hanno già dei bambini adottivi. Promettimi che almeno proverete a sentirli, ad andarli a trovare. Io lo so che nel momento in cui vedrai quei bambini non avrai più dubbi.
– Va bene, – disse Cristina – lo prometto. E guardandola Elisa capì che già i dubbi stavano rapidamente scomparendo.
Fu Matteo a sorprenderla, quella sera.
– Sai, oggi mentre parlavamo di bambini, ho pensato una cosa. Con te mi sento veramente a casa, ed è la prima volta. Mi sembra ancora di non riuscire a crederci fino in fondo, ho sempre paura che quello che ho mi sfugga di mano. Il fatto è che, fino a che mio padre era vivo, la sua volontà era legge. Era uno di quei padri che non perdono occasione di dirti “fino a che sei in casa mia, fai quello che ti dico io”, mi sembrava sempre che volesse farmi pesare questa cosa, che stavo in casa sua, e non in casa mia, come se tutto sommato non mi ci volesse, e non vedesse l’ora di non avermi più tra i piedi. Magari è ingiusto, ma è così che mi sentivo. Mia madre era come me in questo, non aveva la forza per litigare, per opporsi. E poi forse anche lei, che ha buttato tutte le sue frustrazioni nella ricerca della Pulizia Perfetta… non mi sono mai sentito libero, con loro.
Era la prima volta che parlava così apertamente del rapporto con i suoi genitori, della sua solitudine, e anche di quello che Elisa riusciva a dargli. Nemmeno lei si era mai resa conto di quanto le fosse mancato quel riconoscimento.
– Sai, anche a me piacerebbe tanto avere un figlio con te – aggiunse lui, e Elisa sentì un piacevole nodo allo stomaco. Aveva sempre voluto avere figli, e sperava che anche Matteo li desiderasse, ma non ne era mai stata certa, lui non ne parlava mai, e anzi, a volte sembrava voler evitare il discorso. Quello era il perfetto coronamento di un momento perfetto.
Lo sguardo le corse alla chitarra di Matteo, che era sempre lì, accanto all’armadio, ma che lui non aveva più toccato da un pezzo.
– Suona un po’ per me, dai – gli disse.
Lui si schernì un po’: – Sono arrugginito, ormai, non mi ricordo più neanche il giro di do…
Ma si lasciò trascinare.
Aveva scelto per lei una canzone di Tenco tra quelle che lei amava di più:
Ragazzo mio, un giorno ti diranno, che tuo padre aveva nella testa grandi idee, ma in fondo poi non ha concluso niente… Ma tu non credere, non essere anche tu un acchiappanuvole, una barca senza vela… Era strano che avesse scelto proprio quella, quasi che, proprio adesso che tutto ciò che quella canzone aveva rappresentato sembrava sempre più lontano, e solo adesso, lui fosse riuscito a rappacificarsi con emozioni che prima aveva sempre respinto.
Forse però era stato un errore. Matteo cantava, e la memoria tornava a tutti quegli amici che non sentivano più, a quei giorni di dibattiti, di occupazioni, di sogni… sogni che adesso sembravano solo inutili.
Non avrebbe dovuto lasciarsi prendere dalla nostalgia, forse avrebbe dovuto chiedergli di cantare qualche cosa di più nuovo e soprattutto di molto meno evocativo e molto più romantico. Battisti, o Baglioni, o magari piuttosto Peppino di Capri. Ma la nostalgia, le venne da pensare, è un sentimento un po’ anarchico, che non accetta governo. Che idea ridicola. Forse solo l’ironia poteva proteggerla.
E all’improvviso Elisa ebbe, per un attimo, la visione nettissima di Andrea che cercava di ripulirsi alla meglio la faccia dal fango e poi la baciava sotto il portone, come in un film degli anni cinquanta… Un istante soltanto, e se ne dimenticò subito, ma le lasciò per tutto il giorno un senso di lieve malinconia difficile da spiegare.
Ma quella sera Matteo insistette per portarla a cena fuori “così poi non ti tocca lavare i piatti” e poi a teatro a vedere una commedia leggera. Chiacchierarono e risero molto e scacciarono via, per un po’, tutte le ombre.

Pietre e parole

Lascio andare il tempo per la sua strada, io sono qui bloccata tra il voglio e il posso, tra il farò e il sono, un grumo di stanchezza che è questo voler essere sempre altro, questo non bastarsi mai che mi impasta la lingua, mi fa incespicare nelle mie parole incerte, le finestre del mio istinto sono chiuse e io non riesco a capire quello che mi dice. Voglio divertirmi e giocare e sorprendere gli altri e me stessa, vorrei che i miei pensieri fossero mongolfiere, aquiloni, deltaplani, qualcosa di leggero e colorato per acchiappare il vento e volare, senza zavorre, vorrei sentirmici dentro come in una di quelle tende dove d’estate si può mangiare fuori al riparo dai raggi troppo roventi del sole, ma lasciandolo comunque entrare, senza porte, senza sbarre o muri. Vorrei che queste lacrime smettessero di arrossarmi gli occhi senza nessuno scopo e sciogliessero almeno la pietra che sta qui sul polmone sinistro, proprio vicino al cuore, non tanto da schiacciarlo o fermarlo, ma abbastanza da porgli comunque un freno, farlo sentire minacciato e sotto assedio, abbastanza da non lasciarmi sentire il respiro. E mi par quasi di vederla, rotonda e liscia, neanche tanto grande o pesante, per meglio nascondersi, se vuole, che quasi non ti sembra più di averla, ma con degli spuntoni aguzzi per entrare ben bene dentro e far male, delle lamine che sanno tagliare bene, se solo gliene salta il ticchio. Coraggio, fiducia, amore, tenacia, dolcezza, creatività, entusiasmo, passione, luce, incanto. Sono sempre queste le parole che mi rigiro nella mente e so che solo queste possono alleggerire il peso. Non sempre è facile metterle in pratica ma riconoscerle immagino sia già un buon passo avanti… poi si tratta di riconoscere luoghi, persone e oggetti che danno forma e sostanza a queste parole.