IL BOSCO – PARTE III – VII

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Distrattamente ascoltava quelli che sembravano echi di antiche discussioni.
La strage di Bologna come Piazza Fontana, l’Afghanistan come un altro Vietnam, l’orrore e il senso di impotenza per la prima volta dopo tanto tempo stemperati nel ritrovarsi. Le discussioni politiche e le risate, lo sdegno e la speranza, le serate al cinema o a mangiare una pizza parlando di bambini, pappine e pannolini e della loro mai spenta voglia di ribellarsi al mondo.
– Berlinguer è un grande. Prenderei anche la tessera, ma sono sempre rimasto un cane sciolto. O per meglio dire, un cane stolto. – Questo era Marco, naturalmente.
– Comunque perderà – disse Matteo scuotendo la testa.
– Va là Matteo, è consolante vedere quanto poco sei cambiato in tutti questi anni. Mi faresti quasi dimenticare il tempo che è passato, se solo non sentissi questi sinistri scricchiolii nelle giunture quando mi muovo e se i miei capelli fedifraghi non mi stessero abbandonando ad uno ad uno!
– Ma non lo trovi un po’ troppo moderato, un po’ troppo riformista? – obiettò Matteo con una punta di ironia.
– Ma io sono per la moderazione! La moderazione è una cosa fantastica! Solo che bisogna essere moderati anche nella moderazione. Troppa moderazione fa male alla salute. Voglio dire, come quei tipi che dicono di essere vegetariani e in realtà sono dei cannibali repressi, perché ti mangiano la faccia come niente se solo ti vedono mangiare una fettina…
– Sei matto, sei sempre matto – disse Matteo, e di nuovo scosse la testa, ma con affetto e persino, parve, con una punta di invidia.
– Non l’ho mai negato questo. Ma certo che sono matto, e ne sono estremamente orgoglioso!
Elisa rise. A trentadue anni Marco aveva lo stesso modo di fare di quando era ragazzo. Le venne da pensare che forse nessuno di loro era cambiato poi tanto. Qualche illusione in meno magari, qualche figlio in più, il tempo che sembrava sempre scorrere più in fretta e niente di più. E poi, però… Anche Matteo stava ridendo ed era tanto che non lo faceva.
“Non ci si può aspettare che i parlamentari rappresentino un esempio della virtù della continenza. Dopotutto siedono in gabinetto molto più spesso di tutti noi”. La battuta non era troppo originale, ma forse per il vino, il cibo, l’atmosfera generale, risero tutti senza frenarsi.
Matteo aveva una nuova, fiammante Mercedes, simbolo visibile della sua nuova posizione sul lavoro, perché da poco l’avevano promosso responsabile dell’ufficio vendite.
-“Preferivo la vecchia Cinquecento!” aveva detto lei quando l’aveva vista la prima volta, pentendosene immediatamente. Perché non riusciva mai a dargli soddisfazione per una volta? Sapeva quanto era importante per lui. L’auto e quello che rappresentava. “Comunque è una bella macchina”, aveva cercato di rimediare, sapendo di non essere stata granché convincente.
La verità era che avrebbe voluto che tutto restasse com’era per sempre. La Cinquecento, la chitarra, i Juke-box, il Carosello, quante cose avevano perduto per la strada? La loro vita era cambiata troppo per lei. E adesso le sembrava di star perdendo anche Matteo. Lui non era mai stato un padre tanto presente, ma adesso era come una meteora. Usciva presto al mattino, tornava tardi, poi si metteva a leggere il giornale o guardare la televisione, sempre troppo esausto per parlare.
“Ci manchi, sai” gli aveva detto. – A me e a Roby. Sono contenta che tu abbia le tue soddisfazioni sul lavoro, ma anche un uomo può lavorare troppo. Anche tu dovresti qualche volta pensare di più alla famiglia.
“Ma è per la famiglia che faccio quello che faccio! E’ perché mi importa di voi, e la prima delle mie soddisfazioni è potervi rendere felici!
“Lo so, e non credere che non lo apprezzi. Ma è il tuo tempo con noi che vogliamo più di ogni cosa”.
– Com’è possibile che tu non senta mai un minimo di rimpianto e di nostalgia per le lotte di un tempo. Perché le sembrava che non fosse mai disposto a impegnarsi in prima persona. Perché le rinfacciava le cose con piccole allusioni, era irritato e sempre nervoso, però non litigava mai e si teneva tutto dentro. Perché a volte aveva la sensazione che, anche se l’amava, non la vedesse così com’era, ma continuasse a cercare in lei qualcosa che non c’era.

Ma già sapeva che era inutile. Da tempo aveva imparato che se lui le lasciava volentieri l’ultima parola in ogni discussione, per quieto vivere, se le delegava senza rimpianto ogni decisione familiare, in quello che gli interessava faceva sempre quello che voleva.
In quel periodo Elisa, stanca di rivolgersi alla schiena di suo marito, stanca dei suoi borbottii assonnati quando cercava di raccontargli di qualcosa che aveva fatto Roby, o dei progressi del più piccolo nella sua pancia, aveva ripreso le sue passeggiate, non più nel bosco, non ce n’erano vicino a casa, ma nel parco di Villa Croce, dove poteva portare Roby a giocare e sedersi sulla panchina, e mentre una parte della sua mente si concentrava su Roby, l’altra parte fuggiva. Lì ritrovava antiche sensazioni, la morbida freschezza dell’erba, la calda luminosità del sole. Le voci dei bambini e dei ragazzi che giocavano erano vicine, ma non tanto da turbare quel senso di quiete, pur nell’intensa allegria. A distanza si rassomigliavano tutte, fino a confondersi in un unico grido di inconsapevole gioia di vivere.
Da qualche luogo indefinito arrivava improvviso il profumo del legno fresco, quello intenso dei fiori e quello più fresco dell’erba e delle foglie, che talvolta si mescolava con gli odori dei cibi speziati provenienti da chissà dove, formando strani miscugli: rose e origano, narcisi e timo, gelsomini e coriandolo…
Matteo, in realtà, avrebbe preferito aspettare. I suoi progetti, i suoi sogni per quel secondo bambino erano stati più a lungo termine. O forse erano solo il frutto di quel momento di ritrovato entusiasmo per il loro matrimonio che era sembrato rinascere. Soprattutto da quando era stato promosso l’idea di un altro figlio era sembrata quasi spaventarlo un po’.
– E’ già difficile con Roby – diceva. – Tu non vuoi rinunciare al lavoro, e adesso io con questa nuova posizione non sono molto spesso a casa. Probabilmente capiterà anche che mi mandino all’estero.
Ma c’era stato un momento in cui tutto era sembrato talmente perfetto, che Elisa aveva pensato che non avrebbe potuto esserci un momento migliore, e Matteo era sembrato d’accordo.
Dopo però erano ricominciate le difficoltà. Matteo aveva detto di non poter tenere Roby per tutto il tempo in cui lei sarebbe dovuta rimanere in ospedale per il parto, e aveva affidato il bambino a Viviana e Fabrizio, che avevano acconsentito volentieri, ma non avevano capito il suo atteggiamento.
Ogni volta che era andato a trovarla era rimasto solo pochi minuti e d era sempre scappato via subito, con la giustificazione che non poteva stare troppo via dall’ufficio.
Era stato Raf a starle molto più vicino, in quei giorni. Con quel suo quieto senso dell’umorismo, la sua capacità di ascoltare, il suo atteggiamento affettuoso, le ricordava sempre di più Fabrizio, e Elisa sempre più spesso si confidava con lui. Era stato Raf il primo a sapere che la sorella aspettava Luca, ed era stato lui il primo a sapere di quanto la ferisse il comportamento di Matteo. Non era stato neppure necessario dirglielo, lo aveva capito da solo, solo guardando la sua faccia. Non aveva detto nulla, ma si era fermato ogni volta per l’intero orario di visita, le aveva portato un enorme vaso di ortensie, i suoi fiori preferiti, e poi una scatola di cioccolatini che si erano mangiati insieme ridendo e scherzando come due bambini.
Quando Matteo era andata a prenderla con la sua nuova, fiammante Mercedes, Elisa aveva pensato, e non per la prima volta, che non si sarebbe mai affezionata alla macchina quanto al suo caro “Macinino”. Sapeva bene che non era possibile continuare a usare la vecchia Cinquecento, e comunque la nuova posizione di Matteo richiedeva anche qualche spesa di “rappresentanza”. Ma in effetti dentro di sé Elisa sentiva che in parte era stata proprio la promozione di Matteo ad allontanarli.
Non solo quella, naturalmente. Già da prima Matteo non dedicava molte attenzioni ai bambini, ma adesso era sempre fuori, e le rare volte in cui tornava prima che i bambini dormissero, era comunque troppo stanco per occuparsi di loro. Se lei gli raccontava qualcosa, gli chiedeva un suo parere, un consiglio, si limitava a dirle, con quel borbottio che aveva imparato a odiare:
– Mah, non so, decidi tu…
Spesso era anche troppo stanco per fare l’amore, e Elisa, per non dargli fastidio, evitava di leggere fino a tardi, ma capitava non di rado che, dopo aver spento la luce, restasse sveglia a guardare il soffitto per ore.
Eppure al di fuori del suo rapporto con Matteo la gioia di vivere di Elisa non si era affatto spenta. Sul lavoro la consideravano una persona serena, che rideva spesso e affrontava con ottimismo anche i momenti più difficili, benché tuttora si facesse coinvolgere troppo dai suoi “casi”. Raf diceva che andava a trovarla quando aveva voglia di passare un pomeriggio a “farsi due risate”, Cristina la chiamava quando voleva tirarsi un po’ su. Insomma, all’esterno sembrava che lei fosse la stessa ragazza di sempre, che vedeva il meglio nella vita e nelle altre persone.
Ma Elisa si accorse presto che Luca non aveva la stessa allegria di Roberto. La preoccupava vedere il suo visino triste, serio, così simile a quello di Matteo. Capiva che la sua ritrovata allegria non le veniva da dentro il matrimonio, ma da fuori.

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2 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE III – VII

  1. La conclusione sarebbe stata anche la mia. Con un compagno così, chiunque avrebbe gettato la spugna e cercato all’esterno quello che all’interno non c’era.
    Due fratelli diversi, dunque. Chissà la sofferenza per Elisa.
    matteo non mi piace, perché è troppo distante dal mio modo di concepire la famiglia. Io mi sono spostato molto per lavoro ma la famiglia era sempre con me. Anche a costo di tornare a mezzanotte e ripartire alle cinque, io lo facevo. matteo non mi pare della stessa stoffa.

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