IL BOSCO – PARTE III – VIII

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VIII

Il treno percorreva lentamente la Val Polcevera. Inizialmente, le case affastellate su quel torrente così nudo, nel suo scorrere su un letto sterile, quel susseguirsi di incongrui resti cittadini, tristi murales e vetri rotti di fabbriche in disarmo le avevano mostrato quella nota di confortevole benvenuto che hanno sempre le cose note, già viste ma non troppo frequentate, anche quando sono brutte. Le ricordava a volte un qualche paesaggio letterario, forse solo un paesaggio dell’immaginazione. Poi quella strada le era diventata fin troppo familiare e le case del Polcevera erano tornate a essere soltanto brutte.
Ma era contentissima della sua sede. Vista la recente maternità, era stata assegnata ad una piccola pretura appenninica, dove il Piemonte già sfiorava la Liguria. Per il momento riusciva a tornare quasi ogni sera a casa in treno, ma presto avrebbe dovuto sicuramente prendersi una macchina. Matteo naturalmente non era stato per niente contento che lei riprendesse a lavorare, ma si era rassegnato.
Era un mondo strano quello. Presto si era affezionata a quel luogo sospeso, con tutto che di rado aveva conosciuto gente più litigiosa di quei contadini, pronti a farsi causa per spostare un confine di mezzo metro, per una pecora che si era spinta troppo in là. Probabilmente le origini delle liti erano molto più antiche. Ma restava comunque un mondo incantato, almeno in parte, un mondo senza tempo e in qualche modo anche senza spazio, perché anche quando ci si litiga sopra, i confini di una collina sono sempre ben più indefiniti di quelli di un giardino condominiale. Imparava a conoscere i nomi delle varie zone e anche quelli contribuivano a quel senso di luogo vicino e irreale al tempo stesso. Il Cuntrò, il Cian dei Luvi, il Vallon de Suta. Imparava a capire l’essenziale di quel dialetto che loro dicevano ancora genovese, ma che già risentiva dell’aria delle Alpi. Un sapore di campagna di cui si nutriva, che beveva e odorava, benché non avrebbe mai potuto viverci. Era un animale da città che distribuiva le sue pur abbondanti scorte energetiche tra cinema, teatro, musica, libri, caffè del mattino, aperitivi serali, cene e discussioni con gli amici, seminari di aggiornamento e commissioni in centro. Per il resto le rimaneva appena il fiato sufficiente per guardare.
Era diventato il suo rifugio.
Nella piccola pretura c’erano altri due magistrati, un pubblico ministero e un giudice civile. Il pubblico ministero Bruno Zedda era un uomo sulla cinquantina, alto e magro, i capelli candidi. Il viso dai lineamenti severi era addolcito dal sorriso di benvenuto, ma Elisa ebbe la sensazione che dovesse essere piuttosto duro con se stesso e con gli altri. Era severissimo, rigoroso e forse non aveva una famiglia cui tornare volentieri. Infatti non era raro trovarlo in ufficio fino a tardi e persino la domenica.
Renzo Bisso aveva quarantacinque anni ben portati, un viso irregolare in cui forse a prima vista ciò che più colpiva era il naso, più da pugile che da magistrato. Ma erano gli occhi l’elemento più caratteristico. Occhi grigi, pacati, come se l’esperienza che aveva gli impedisse di sorprendersi e forse anche di prendere le cose troppo a cuore. Arrivava quasi sempre più tardi di tutti gli altri, non andava mai via oltre le due del pomeriggio se poteva evitarlo e di venire in ufficio la domenica non gli passava neanche per la testa. Ma era un buon giudice, equilibrato, riflessivo e con quel tanto di umanità che l’esperienza e un certo moderato cinismo non gli avevano impedito di continuare a mettere nel suo lavoro.
Lei era l’unica donna.
Uno dei primi casi di cui dovette occuparsi fu quello di un ragazzo dal viso triste, con una lunga storia di furti alle spalle, che questa volta aveva rubato diversi vestiti in un magazzino, e nella fuga aveva dato una spinta al guardiano del negozio, che era caduto per terra. E il furto era diventato rapina.
Sapeva cosa avrebbe detto la gente, che era anche quello che le disse Matteo:
– Bisogna difendere la società da questi delinquenti. Che cosa diresti se tua madre venisse scippata da uno dei tuoi ragazzi tristi, e si rompesse un femore, per esempio? Oppure se io mi trovassi con Roby in banca e ci fosse una rapina?
Cosa poteva dirgli?
– Lo so bene che bisogna pensare anche alle vittime. Ma se si riuscisse a restituire a questi ragazzi il rispetto di sé, forse ritroverebbero anche il rispetto per gli altri e allora le vittime sarebbero veramente più al sicuro, e non solo per i pochi mesi, o l’anno, o i due anni in cui puoi tenere un uomo in galera per furto.
– Spero che non resterai troppo delusa, Elisa – le disse Matteo, a conclusione di quella difficile giornata. – Tu sei sempre stata un’idealista, e credi ancora che basti volerlo per cambiare il mondo. Ma la vita è dura, e le battaglie contro i mulini a vento non si vincono mai. I criminali continueranno a esistere, nonostante te, e finirai per accorgerti che è una guerra persa, che non ne vale la pena, tanto non puoi farci niente.
– Io sono rimasta un’idealista, e tu sei rimasto uno che si arrende senza nemmeno provare – osservò Elisa tristemente, senza rancore.
Il fatto era che adesso, di nuovo, da qualche tempo ad ogni litigio si chiedeva se stare con lui era quello che voleva davvero, se il loro rapporto funzionava. Ogni volta che lui le sembrava un po’ più freddo aveva paura di perderlo, ogni volta che le cose non erano come avrebbe voluto si arrabbiava. Era come ricominciare da capo ogni volta, giorno dopo giorno, era come diceva Fossati, l’amore come un altare di sabbia in riva al mare, per cui ogni volta l’onda distruggeva tutto, e ogni volta ci voleva la stessa fatica per ricostruire.
La sua stessa tenerezza la rendeva a volte insofferente.
– C’è qualcosa in quel suo eccesso di dolcezza che mi irrita fin sotto la pelle – aveva detto a Gianna un giorno. Lei non capiva.
– Tu non ti accorgi di quello che hai, continui sempre a cercare quello che ti manca. In questo modo non potrai mai essere felice. L’amore che dura non è fatto solo di amore, ma anche di cose che avete insieme. Una casa, due bambini.
Lei aveva annuito, credendo di essere d’accordo.
Sapeva che Matteo aveva le sue ragioni. Lei era spesso affaticata e irritata, non era facile conciliare gli impegni di lavoro con il desiderio di occuparsi comunque della casa e di Roby. Dopo quella parentesi in cui aveva mantenuto con se stessa l’impegno di non lasciarsi consumare tutte le energie, adesso che con Matteo erano ricominciate le difficoltà, anche lei si era ributtata nel lavoro. E non sapeva davvero quale delle due cose era successa prima. Del resto non era mai stato un lavoro facile. C’erano momenti in cui rimpiangeva di averlo scelto. Giudicare, decidere, e non poter mai essere pienamente sicuri del proprio giudizio e della propria decisione. Il ragazzo con tre precedenti alle spalle, fermato mentre era su una moto che diceva essergli stata prestata da un amico, era colpevole di furto o no? Ma certo che era colpevole. E allora bisognava dargli la giusta pena. E quale era la pena giusta? Lei non sapeva se sarebbe mai stata all’altezza di quello spaventoso compito, di entrare nella vita degli altri con quella intrusività, dare un valore alle loro azioni, del passato, del presente e persino del futuro. Avrebbero commesso altri reati? Quanto valeva il pericolo che rappresentavano in termini di giorni, mesi, e magari anni di libertà sottratta, in cui la loro identità sarebbe stata interamente racchiusa dalla storia dei reati commessi? Imputato, condannato, detenuto. Delinquente. Sì, a volte arrivava a odiarlo, il suo lavoro, e forse proprio perché lo amava così tanto. Perché si lasciava coinvolgere troppo, come le diceva sempre Bisso. Perché le entrava nell’anima, nel bene e nel male.
– Forse è proprio il fatto di avere così spesso ragione che non riesco a perdonare a Matteo – ammise con Gianna.
– Scusa se te lo dico, Elisa, ma qualche volta mi sembra che tu con tuo marito proprio non ci sei.
– In che senso, non ci sono?
– Sai cosa penso? Penso che tu non riesci a vedere Matteo, non capisci quanto ti vuole bene, non hai rispetto per i suoi sentimenti. Credo che tu vuoi un uomo che ti sta sempre vicino, ti consola quando stai male, è allegro quando tu sei allegra, uno che non ha esigenze sue… una sorta di appendice, che non ti faccia sentire sola, ma non sia neanche troppo di peso.
– Accidenti… è questo che pensi di me? Una specie di sanguisuga, anzi no, un vampiro, che succhia tutto dagli altri e non dà niente?
– Aspetta, non ti arrabbiare, lo sai che non è così. Forse non mi so spiegare bene, ma insomma, Matteo è così dolce, così pieno di attenzioni nei tuoi confronti, e mi pare che tu dia troppo per scontato. Anzi, la cosa strana è che tu di solito vedi sempre cose buone in tutti, persino nei delinquenti, e invece in lui vedi solo i difetti. Ma forse non è neanche proprio questo, è che… sai, tante volte si crede di sposarsi per amore, ma in realtà le ragioni sono altre. La solitudine, ad esempio, è una ragione molto comune, non trovi?
– Sai, è buffo, negli ultimi tempi ho pensato spesso che fosse Matteo, che non riusciva a vedermi per come ero. E non credo di essermi sbagliata. Lui mi ha talmente idealizzata che ho quasi paura. Proprio perché mi ama così tanto, mi sembra un amore fragile, perché se un giorno dovesse capire che non sono davvero come lui pensa, magari non vorrebbe più neanche vedermi. Però forse non hai del tutto torto. Qualche volta me lo sono chiesto anch’io se non c’era tanta paura di restare sola, in quel mio aggrapparmi a lui. Era così rassicurante averlo sempre lì. E poi a volte sembra che essere amati così tanto possa essere sufficiente, anche se ami un po’ meno, come se un amore più grande potesse bastare per tutti e due.
Ma questo lavoro… è così bello, Gianna, fare qualcosa in cui credi, qualcosa che vivi fino in fondo. Lo so che non è facile per chi mi sta vicino, lo so che una cosa così intensa fa anche male, qualche volta, ed è vero che ci sono giorni in cui è dura. Fai fatica a volte a ricordarti che davanti a te passa il lato peggiore delle cose, ma che c’è anche dell’altro fuori. E’ dura anche non farsi una colpa per quello che non puoi fare. Ma nonostante tutto io lo amo questo lavoro. Nei momenti più brutti vorrei parlarne con qualcuno, ma qualcuno che non mi dicesse “te lo avevo detto che sbagliavi a intestardirti, te lo avevo detto che era meglio che stessi a casa”. Tu non riesci a capirmi?
Gianna, che aveva fatto l’infermiera quasi per forza, come una scelta tra le meno sgradevoli che aveva davanti a sé, e che faticosamente si stava abituando a vedere i lati positivi di un lavoro di cui forse avrebbe preferito fare a meno, condivideva fino a un certo punto le parole appassionate dell’amica.
– Parli del tuo lavoro come se fosse un amante, i tuoi occhi si illuminano di più per quello che quando parli di Matteo. Devi stare attenta, appassionarsi così, specialmente a un lavoro così coinvolgente, mi sembra pericoloso.
– Sì, lo so che prendo le cose troppo a cuore, e che dovrei mantenere molto di più il distacco, ma è così difficile.
– Però ti rendi conto che in questo modo carichi sulle tue spalle un peso che nessuno potrebbe reggere. Io ne so qualcosa, col mio lavoro devo sempre combattere per cercare di non colpevolizzarmi o comunque di non rattristarmi ogni volta che qualcuno dei miei pazienti non ce la fa. Altrimenti non ci dormi la notte.
Elisa non disse nulla, perché erano troppe le notti che aveva già perso, troppe le colpe che si era data, troppa la tristezza che provava ogni volta.

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4 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE III – VIII

  1. La vedo dura tra Elisa e Matteo. Due personaggi dai caratteri differenti. Come vedo pericoloso l’attaccamento di Elisa al suo lavoro. Durerà? Non durerà? Non lo so. A spanne direi di no. Ma se riesconoa superare queste bufere allora è fatta. Nulla li potrà mai separare. ottime riflessioni e dialoghi eccellenti.

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