IL BOSCO – PARTE III – IX

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IX

 Il tempo trascorreva in fretta. Luca era nato in primavera, e poi era arrivata l’estate, e ad agosto, proprio quando Luca cominciava a sorridere, c’era stata la bomba a Bologna ed Elisa, sentendo il telegiornale, si era sentita veramente senza più speranza. Non sarebbe finita mai. Giudici, avvocati, giornalisti, uomini politici. E tanti carabinieri e poliziotti da non poterli neanche contare. Elisa non conosceva nessuno di loro, ma ogni volta la sconvolgeva il fatto che si potesse uccidere un uomo solo per il lavoro che faceva. Molti di quegli uomini erano poco più che ragazzi. E comunque erano morti cercando di difendere quello che, giusto o sbagliato, era il loro concetto di giustizia, di ideale. Aveva a che fare tutti i giorni con poliziotti e carabinieri, e sapeva quanto, nella maggior parte dei casi, facevano con dedizione un lavoro mal pagato e poco amato proprio dalle persone che in fondo cercavano di difendere.
La sua colonna sonora non erano più quelle canzoni di ribellione che adesso le sembravano tanto ingenue da ricordarle con la stessa tenerezza di quelle dello Zecchino d’Oro della sua infanzia. C’erano le canzoni di Bertoli, invece, con quella disillusione e quell’amarezza che sentiva molto sue:

Figure di carta che vendono nuovi pensieri e fragili miti
creati dal mondo di ieri,
disperdono giovani forze sottratte al domani,
lasciando distorte le vene e vuote le mani.
Consumi la vita sprecando il tuo tempo prezioso,
raggeli la mente in un vano e assoluto riposo,
trascorri le ore studiando le cose già viste…”.

Oppure, dall’altra parte, le canzoni rassicuranti e dolci dell’amato Baglioni. Ma anche lui aveva il dono pericoloso di saper trasformare il particolare in universale, e lei in quei momenti era il pivot sui 38, appesantito ma/ con le mani ancora buone che si trovava a far canestro per stupire un ragazzo in un cortile e immaginava gradinate urlanti che chissà se aveva mai sentito davvero, era la ragazza di Praga che piangeva per la sua fragile primavera perduta, era Gagarin, l’uomo che guardava le stelle cercandovi Dio, un attimo prima di sparire per sempre tra loro, condannato a vagare in cielo per l’eternità come punizione per aver voluto rivolgere ancora uno sguardo alla terra. Era tutte quelle donne svelate da un semplice dettaglio, era sua quella strana irrequietezza, un misto di rabbia, vergogna, paura, strafottenza e orgoglio, erano suoi i giorni della disillusione, del tradimento e del rimorso. …E porti a spasso due seni sfrontati, padrona del mondo e di te. E nel buio stringi la tua disperata tenerezza…

– Augh! Grande Capo saluta Cerbiatta-dagli-Occhi-Sfuggenti. Si può sapere che cos’hai?
– Augh – Cerbiatta-dagli-Occhi-Sfuggenti saluta Grande Capo Orso-che Balla – Disse Elisa, scoppiando in una risata mentre Raf improvvisava una danza della pioggia in mezzo al salotto.
– Ma come ti vengono queste idee?
– In realtà è molto semplice. Ho appena finito di leggere un enorme libro di leggende indiane, la mia fonte di ispirazione. Tutto qui, come vedi. Però non hai risposto alla mia domanda. Che cosa c’è che non va?
Benché ormai avrebbe dovuto esserci abituata, Elisa rimaneva ogni volta sorpresa dall’acume di Raf, che a sedici anni era in grado di leggerle dentro come soltanto Fabrizio un tempo riusciva a fare. Raf veniva a trovarla sempre più spesso, tra i due fratelli si era creato un legame molto stretto, e quando Elisa sentiva più forte la malinconia che faceva da contrappunto alla sua spensierata voglia di vivere, lui riusciva sempre a restituirle il sorriso.
– Niente, sono le mie lune, passerà. – Disse.
– Quando ci sono le lune, non c’è niente come mettersi a ballare in salotto, per far tornare il sole – Disse Raf, trascinandola in un vorticoso giro di valzer, mentre Elisa si dibatteva un po’ sul serio e un po’ per gioco, ridendo come una matta.
– Sei proprio un ragazzaccio, Raf, te l’hanno mai detto?. Qualche volta non so perché mi prende la paura della solitudine, e non capisco più niente. Se non ci fossi tu non so che cosa farei.
– Ma via, ma via – scherzò Raf, sorridendo con affetto. Poi d’improvviso il sorriso scomparve dai suoi occhi, la guardò con quella strana, adulta saggezza un po’ malinconica che lo prendeva nei momenti più impensati.
– La solitudine fa paura a tutti – disse con curiosa intensità. Elisa ripensò allo sciocco soprannome scherzoso che aveva usato un momento prima. Era abituata agli sbalzi di umore di Raf, lo spensierato, allegro Raf, sempre circondato dagli amici, che rideva di una risata contagiosa, che portava la serenità dovunque andasse, ma a volte sembrava proprio un orso, riservato, silenzioso, forte eppure stranamente fragile. Ma il pensiero passò subito. Come d’abitudine, lui non amava parlare di sé, la sua capacità di ascoltare veniva dalla curiosità, da un reale interesse verso gli altri, da un rispetto che raramente Elisa aveva trovato in qualcun altro.
– Si tratta di Matteo, non è vero?
– No, così non vale, non puoi leggere nel pensiero, non è corretto, – Elisa tentò ancora debolmente di scherzare, ma la tensione era tornata nel suo sorriso, adesso. Matteo quell’anno aveva insistito per portare Roby in montagna, lasciando lei in città con Luca, che era ancora troppo piccolo. Ma non era questo che le pesava, anzi. Era stata grata di quell’opportunità per stare un po’ da sola, per ritrovare i suoi tempi e i suoi ritmi, almeno per quanto glielo consentiva Luca. Ma avere più tempo per pensare aveva riportato alla luce le sue ansie.
– Non credevo che si arrivasse a un certo punto a non avere più niente da dirsi – ammise. – Ho sempre pensato che fosse sciocco lasciare che la mancanza di dialogo uccida i sentimenti delle persone, pensavo, come fa a non esserci dialogo? Per creare il dialogo basta parlare, no? E invece ho scoperto che non è così semplice, che a volte si ha paura delle parole, paura di scoprire, parlando, che la distanza è incolmabile.
– Perché non lo lasci? – Chiese Raf, con la tendenza della sua età alle decisioni drastiche.
Elisa scosse la testa, sorridendo appena.
– Gli ho sempre rimproverato di lasciarsi trascinare dalla vita, di non essere abbastanza deciso nelle sue cose, e adesso scopro che sono più debole di lui. Ho paura di restare sola, ho paura di prendere la decisione sbagliata, ho paura di far soffrire Roby e Luca. Mi sento così debole, e sciocca.
– Perché credi che sia un segno di debolezza, lasciarsi vivere? Forse ci vuole più forza, invece, a non pretendere di voler controllare sempre tutto, ad affidarsi, lasciando che le cose succedano.
Ecco, era quella capacità di trovare sempre un punto di vista diverso, a renderlo straordinario. Non era sempre d’accordo con lui, ma le sue parole la facevano sempre riflettere, anche per giorni, a volte. Davvero aveva così bisogno di dominare le cose, davvero la voglia di prendere la sua vita in mano nascondeva un impossibile desiderio di controllare tutto?
– Comunque, adesso vediamo di non crogiolarci troppo nella malinconia, eh? – Fece Raf, tornando del suo abituale umore scherzoso. Trascorsero il resto del pomeriggio a cantare a squarciagola le canzoni dei “suoi” tempi e quelle più nuove, a ballare, a parlare e a ridere.
Ma forse le cose erano andate troppo in là, forse era troppo difficile, ormai, tornare indietro.
Quella sera, Matteo rientrò molto tardi, come del resto accadeva ormai molto spesso. Elisa non era più capace di ritrovare la dolcezza di dirgli che lo avrebbe voluto vicino. La tentazione era piuttosto quella di lamentarsi, di sfogare la sua irritazione con il sarcasmo e la rabbia mal trattenuta. Per evitare questo, taceva. Andò a letto presto, ma rimase sveglia a lungo. Sentì Matteo entrare in camera, dopo un bel pezzo. Era rimasto a guardare la televisione per un po’, forse lo faceva per non dover parlare con lei, o per non dover restare a subire quella silenziosa tensione che li stava logorando entrambi. Cosa avrebbe potuto dirgli? Finse di dormire.
Matteo la guardava, anche con gli occhi chiusi gli sembrava bella, tutta rannicchiata come un bimbo, una mano abbandonata sul cuscino, e aveva una dolorosa voglia di dirle che l’amava, che voleva tornare a parlare con lei, a ridere con lei, a fare l’amore con lei, ma non disse nulla. Neanche dopo, quando, a sua volta ancora sveglio, la sentì agitarsi e capì che non dormiva, e avrebbe voluto chiederle che cosa la rendeva inquieta, ma aveva troppa paura di sentirselo dire.
Elisa non aveva mai capito che Matteo si immergeva nel suo lavoro perché era tutto quello che sapeva fare per cercare di non pensare, di scacciare le paure. Forse, se quella sera, invece di restare, ancora una volta, sveglia a riflettere, avesse avuto il coraggio di dirgli quello che provava, le cose sarebbero andate in modo diverso. O forse se Matteo avesse smesso di fuggire e avesse finalmente lasciato le sue emozioni andare dove volevano, se le avesse detto che si dimenticava le date proprio perché lei era tutto per lui, e la paura di perderla lo confondeva. Forse sarebbe bastato un gesto, da parte di uno dei due. Ma forse no.
Certi amori, semplicemente, non erano destinati ad essere. E siccome è così difficile da accettare, sembra più facile trovare un motivo, una colpa, una scusa. Perché le cose non possono succedere così, da sole. Elisa non era immune dal cercare di discolparsi da qualunque mancanza, anche insignificante, scaricandola sugli altri. Senza mentire, o meglio, mentendo anche di fronte a se stessa. Non sono io che ho lasciato la luce accesa tutto il giorno. Non sono io che ho posteggiato male la macchina. Ma dare a Matteo la colpa della fine del loro amore, questo proprio non poteva farlo. Fu solo dopo averlo pensato che si rese conto per la prima volta così nitidamente, con quella disperazione lucida e quieta, che il loro amore era finito.

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