32. The Birdcage (Piume di Struzzo)

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Adoro questo film. Devo averlo già detto in qualche precedente occasione, ma siccome l’ho rivisto ancora una volta, adesso lo adoro ancora di più (mi succede sempre così). Gli attori, il regista (Mike Nichols), gli sceneggiatori (l’autrice dei dialoghi è Elaine May, ma si è basata, oltre che sulla pièce di Jean Poiret, anche sulle precedenti riduzioni cinematografiche di Francis Veber, Édouard Molinaro e Marcello Danon) sono tutti meravigliosi, veramente, un cast di mostri di bravura capaci di trascinarci in un mondo “altro” eppure così incredibilmente, spassosamente “nostro”. Per me il film più divertente in assoluto in cui Robin Williams abbia partecipato. Il che è tutto dire, certo, anche se come comico il meglio per quanto mi riguarda lo ha sempre dato negli spettacoli dal vivo che si preparava da sé, più che nei film. I film li amo prevalentemente per altre ragioni. E questo è un concentrato di quello che me lo rende caro. In particolare, lo humour usato per mostrare che al di là delle differenze tra le persone (sempre rispettate), ci uniscono le relazioni, i sentimenti, il nostro essere imperfetti che se lo accettiamo, è anche ciò che ci permette di essere umani, nel senso buono, verso noi stessi e verso gli altri.
Armand Goldman (Robin Williams), titolare e direttore artistico di un locale di spettacoli per gay, vive da oltre vent’anni con Albert, una drag queen (Nathan Lane). La loro relazione, apparentemente tempestosa per i capricci di Albert, in realtà è stata sempre solidissima ad eccezione di un episodio, un’incursione di Armand nel mondo etero, una notte con una ragazza, Katherine, che recitava in uno spettacolo con lui, all’epoca stella del cabaret. Da quella brevissima “avventura” è nato un figlio, Val. Nel film si accenna solo al fatto che una certa quantità di denaro è passata all’epoca dalle mani di Armand a quelle di Katherine, che vi si è costruita un’attività di successo. Non viene specificato, ma si intuisce facilmente che i soldi erano serviti per indurla a tenere il bambino (che lei non aveva nessunissima intenzione di allevare, avendo ben altre idee per la testa) e affidarlo poi ad Armand e Albert. L’avevo detto, eh, che questo film è un bel po’ avanti, certo, all’epoca non si pensava all’inseminazione artificiale, ma per il resto potrebbe essere stato fatto non tanto oggi, quanto tra cinque, dieci anni. Val sa di Katherine, ma per lui sua madre è sempre stata Albert, anche se la chiama “zia”. Il problema è che nel frattempo Val si è innamorato di Barbara (Calista Flockhart), figlia di un senatore estremamente conservatore, Kevin Keeley (il fenomenale Gene Hackman), co-fondatore di una Lega per l’Ordine Morale. Barbara ha detto a suo padre che il padre di Val è un attaché dell’Ambasciata greca e la madre una casalinga. Quando l’altro fondatore della Lega muore tra le braccia di una prostituta nera minorenne, la moglie di Keeley (un’altrettanto strepitosa Dianne Wiest), suggerisce che un matrimonio tradizionale con il rampollo di una famiglia della buona società potrebbe rimediare agli effetti dello scandalo. Così l’incarnazione della perfetta famigliola americana parte verso South Beach (ignorando platealmente di che tipo di quartiere si tratti) e Val scongiura suo padre di reggergli il gioco. Cosa potrebbe fare il povero Armand, pur riluttante, di fronte alla disperata richiesta del figlio? Una frenetica corsa a togliere dalla casa qualunque cosa che possa destare sospetti (praticamente tutto, tanto da farne apprezzare, dai due malcapitati genitori di Barbara, l’austerità quasi monacale). Un tentativo di mandar via Albert per il tempo della visita, che sfocia, da parte dell’apparentemente duro Armand, in una delle dichiarazioni d’amore per me più belle che riesca a immaginare. Ovviamente Albert resta, benché intanto anche a Katherine sia stato chiesto di venire per l’occasione. Ma quando lei rimane imbottigliata nel traffico, Albert si presenta travestito da donna e conquista il senatore con i suoi modi da perfetta padrona di casa…

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