IL BOSCO – PARTE IV – Cap. I – II

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II

Lo spacciatore era davvero molto giovane, ancora non aveva neanche compiuto quindici anni, ma aveva più dei quattordici richiesti per poter essere giudicato capace di intendere e volere, e capace di intendere e volere lo era di sicuro, pensava Elisa. Era entrata da poco nel Tribunale per i Minorenni, quello che aveva sempre voluto. Aveva concluso un paio di adozioni e un affido, la parte in un certo senso migliore, restituire una famiglia e un futuro a bembini che rischiavano di non avere nessuna delle due cose. Aveva potuto, qualche volta, distribuire felicità e non solo punizioni. Ma il lato oscuro non mancava neanche là.
Avevano chiamato anche la madre del ragazzo, una donna piccola, precocemente invecchiata, dai capelli scarmigliati e il viso disfatto dalla fatica.
Non era la prima volta che Elisa vedeva persone come lei, che sopravvivevano, andavano avanti dando continue testate contro muri di disgrazie. La disoccupazione, l’abbandono della famiglia, un figlio drogato. Una lotta continua, a volte, tanto da lasciare senza fiato, senza speranza.
Ci sono tanti modo in cui una vita si può perdere. Quella donna non aveva ritrovato la sua forza per sé, ma solo per i figli, e forse era troppo tardi. Dieci anni passati a svegliarsi ogni mattina solo per cercare di accontentare un uomo nella vana speranza di evitare i suoi scoppi di violenza, nella speranza che bastasse trovare il modo di dargli quello che voleva, perché lui non la picchiasse più, senza sapere che quello che lui voleva, nessuno avrebbe mai potuto darglielo. Non poté fare a meno di chiederglielo, dopo avere ascoltato il fiume in piena dello sfogo di quella povera donna che adesso era costretta a chiedere pietà per suo figlio:
– Perché ha accettato tutto questo per dieci anni? Perché non ha chiesto aiuto? – La donna la guardò con gli occhi gonfi di pianto e di tutta quella fatica di vivere.
– Quello che lui mi faceva era brutto – disse. – Però io lo sapevo quello che mi potevo aspettare con lui. Io a lui lo conoscevo. Ma se me ne andavo via, chi lo sa quello che potevo trovare? Magari anche di peggio.
Il Tribunale decise che, vista la giovane età del ragazzo, e il fatto che non aveva (ancora) precedenti penali, si poteva cercare di evitargli il carcere, mandandolo in una di quelle comunità di recupero che si stavano diffondendo.
Si era alla fine della mattinata, e quando, poco dopo, Elisa uscì per andare a mangiare qualcosa, si trovò faccia a faccia col maresciallo Sciutto, uno dei poliziotti che avevano fermato il giovanissimo spacciatore.
– Allora, l’avete fatto uscire – le disse lui, a mo’ di saluto. – E’ sempre così, noi li becchiamo, ci mettiamo dei giorni, magari dei mesi, e poi il giudice li mette fuori. Non voglio dire che è colpa sua, magari è la legge che è fatta male. Noi li arrestiamo e si trova che l’arresto non era fatto bene, che mancava qualcosa. Oppure si dice può essere che quello non delinque più e così lo mandate a casa, agli arresti domiciliari, o gli date una pacca sulla spalla e gli dite di non farlo più. Tanto poi siamo noi che ce li ritroviamo un’altra volta, sempre gli stessi.
– Mi scusi – azzardò Elisa. – Ma lei non crede che è anche possibile che uno che ha sbagliato una volta, che ha commesso un reato, possa anche tornare a fare una vita normale, se gli si dà una possibilità?
– Mica tanto. Io almeno non li ho mai visti. Questi vogliono la vita facile, fare soldi e non lavorare. Beh, dico io, a chi non piacerebbe? Se lei gli tende una mano, come dice lei, loro si prendono il braccio. E pure l’altro braccio e tutte e due le gambe. Molti di loro non sono persone, sono peggio dei cani. Io ne ho visti tanti, mi creda. Io mi faccio un mazzo così, mi scusi dottoressa, sempre in mezzo a questa gente, e mi faccio pure le trasferte fuori per portarli avanti e indietro ai processi, e dei rischi non ne voglio neanche parlare, poi se mio figlio mi chiede la bici per Natale mi tocca di dirgli “porta pazienza, che papà deve mettere da parte i soldi”. E che gli devo dire, che faccio uno schifo di lavoro? Ma a me questo lavoro mi piace, solo che me lo dice lei perché ci devono trattare come stracci per pulirci i pavimenti? Magari qualcuno vorrebbe davvero uscirne, ma alla maggior parte non gliene frega niente di niente e di nessuno.
Poteva darsi che fosse così. Sciutto aveva molta più esperienza di lei, eppure Elisa non riusciva a dimenticare gli occhi tristi di quel ragazzo.
Non disse nulla. Che cosa poteva rispondere? Aveva ragione lui, un ragazzo, un padre di famiglia, poteva trasformarsi in un bersaglio solo perché faceva quel lavoro. Ma che cosa centrava questo col dare una possibilità a un ragazzino di neanche quindici anni con alle spalle una storia di violenza? Non si stava mica parlando di terroristi. D’accordo, era probabile che la maggior parte di chi entrava in certi vicoli ciechi non ne uscisse più, ma era sempre la stessa storia. Lei non voleva arrendersi senza almeno provarci. Solo che le persone come quel poliziotto, che cercava di mantenersi onesto a costo di rinunciare a fare a suo figlio un regalo che avrebbe voluto con tutto il cuore potergli fare, erano il motivo per cui, ogni volta che sentiva di un nuovo attentato, non poteva fare a meno di piangere.
“Anni di piombo”, li chiamavano i giornalisti, e la definizione aveva avuto successo. La paura si nutriva delle stragi, di bombe e pistole, di mezze verità più nebulose e inquietanti delle menzogne, di cose reali e di reali omertà. Ma la paura si nutre anche di se stessa. La loro paura le persone la ostentavano senza più vergogna, come una prova di consapevolezza. Solo i superficiali possono ricordarsi di vivere invece di tormentarsi doverosamente coi terrori della vita.
Il ragazzo entrò strafottente, le mani nella tasca, il chewing-gum in bocca. Dal suo scranno in cui ancora, dopo anni, si sentiva curiosamente a disagio, il giudice Elisa Martini si sentì stringere il cuore, perché dietro la sfida vedeva la paura, dietro l’arroganza la fragilità e nelle facce impassibili credeva sempre di poter leggere il dolore.
– Sputa quella gomma, e leva le mani dalla tasca”, disse la dottoressa Rota, il pubblico ministero in udienza quella mattina. Maria Stella Rota era preparata, onestissima e sempre disponibile quando c’era da cavare le castagne dal fuoco per qualcun altro. Aveva però una fama di durezza che si era costruita volutamente e perfino con una certa fatica, perché era convinta che nel suo lavoro non ci fosse spazio per la pietà. Il ragazzo ubbidì di malavoglia, sputò il chewing-gum in una sorta di lancio nel cestino della carta straccia, come un gesto di sfida, e tenne le mani ciondoloni lungo il corpo, quasi che non sapesse cosa farsene.
Elisa sospirò. Negli anni ne aveva visti tanti ragazzi come lui, che credevano che qualcosa gli fosse dovuto, ma non sapevano che cosa, né chi avrebbe dovuto pagare quel debito, e così a buon conto se la prendevano con il mondo. Tutti diversi eppure tutti così simili, chiusi nel loro muso imbronciato, jeans stracciati, spesso orecchini e tatuaggi ovunque. Così difficili da salvare.
Aveva quindici anni quel ragazzo. Quindici anni e bruciava i cassonetti della spazzatura per spregio, o per malumore, o per che altro? Mancanza di affetto dei genitori? Una ragazza che non lo aveva voluto? Un brutto voto a scuola? O solo perché quel giorno non c’era niente da fare?
La noia che indossava come una seconda pelle, evidente come il colore dei suoi capelli, la noia che porta a distruggere e a volte a distruggersi, Elisa l’aveva vista tante volte negli occhi di quei ragazzi, tante volte l’aveva sentita nei loro discorsi e nel tono della voce, la conosceva a memoria, ma non l’aveva mai capita. Annoiarsi a quindici anni, con tutto il mondo ancora da vedere.
Sembrava una corazza, una maschera dietro la quale nascondere la rabbia, la paura, l’odio. Era tutto questo che portava dei ragazzi “normali” a una violenza che sembrava non avere una spiegazione, una ragione, uno scopo?
Ogni volta, quando si ritirava per decidere, sentiva la profonda solitudine del ruolo che si era scelta. Ce la puoi fare, avrebbe voluto dirgli. Ce la puoi fare a trovare un senso alle cose, ce la puoi fare a costruirti le tue regole, a rispettarle e ad esserne orgoglioso. Ma il ragazzo mantenne per tutto il tempo quell’aria cupa, strafottente e triste al tempo stesso. Un giorno, pensò Elisa, la disperazione potrebbe portarlo a uccidere, e io che cosa posso farci? Forse niente di più di quello che ho fatto, eppure forse da qualche parte esiste quel qualcosa di più che mi permetterebbe di arrivare al suo cuore, e sciogliere quella disperazione.
Come mai sono arrivata a fare il giudice, si chiese, e non per la prima volta, benché sapesse che non avrebbe voluto fare nient’altro. La domanda in realtà non era quella. La domanda era, come sono arrivata a vivere questa vita, come sono arrivata a essere quella che sono? Perché quella vita sì, quel modo di essere sì che le sembravano fuori posto, senza niente a che vedere coi suoi sogni e la strada che aveva iniziato un giorno e poi perduto da tanti, tanti anni.

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Un pensiero su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Cap. I – II

  1. Ottima puntata anche questa, sfuggita di mano e di vista. Uno spaccato veritiero, almeno per quel poco che ne so, di un mondo difficile come quello della microcriminalità giovanile, dove spesso non si trovano giudici o magistrati capaci di di quel briciolo di intelligenza per evitare che questi ragazzi facciano di peggio. Il poliziotto esprime il pensiero comune che spesso di sente in giro.

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