IL BOSCO – Parte iv – Capitolo II

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I

L’uomo si guardò un momento intorno, parve dirigersi al reparto profumeria, esitò, tornò indietro, fece qualche giro in altri settori del magazzino, poi di nuovo si fermò davanti ai profumi.
La ragazza lo guardò incuriosita, chiedendosi se avesse bisogno di un consiglio. Ma lei era alla cassa, era quasi Natale e l’ora di chiusura non era lontana. Diverse persone che le feste rendevano mediamente non più serene, ma più impazienti e colleriche, aspettavano di pagare. Di tanto in tanto la ragazza gettava uno sguardo all’uomo, che sembrava ancora là intento a cercare qualcosa che non trovava. Era troppo lontano perché potesse vederlo bene, ma poteva vedere quando alzava gli occhi verso di lei, il movimento del suo sguardo.
Quando la fila di acquirenti si ridusse un po’, la ragazza si decise.
– L’ultimo avverta gli altri di andare alla Cassa 3, questa è in chiusura – disse.
Finì si servire l’ultimo cliente e vide che l’uomo era ancora lì, fermo più o meno nello stesso punto, la stessa aria vagamente smarrita.
– Posso aiutarla? – Chiese. – Deve fare un regalo a qualcuno?
L’uomo la guardò e lei vide che aveva gli occhi di uno splendido colore azzurro.
– No, no… grazie – disse lui, piano.
– Mi scusi. – Disse la ragazza, senza sapere perché avesse avuto quell’impulso di chiedere scusa. Lui sembrava stranamente ferito, ma certo non dalla sua domanda. Tornò alla cassa, e lo vide soppesare una bottiglietta di profumo, poi rimetterla a posto, e infine scegliere un dopobarba per sé e avviarsi verso la sua cassa per pagare.
Pagò, e poi, prima di uscire, le rivolse un sorriso, triste eppure stranamente caldo.
– Buonasera, e Buon Natale – le disse. Lei rispose al saluto, poi, mentre riprendeva a lavorare, si ritrovò a pensare a quell’uomo più di una volta. Chissà che cosa lo rendeva così triste. Alla fine alzò le spalle. Cosa le importava dopotutto?

Chissà cosa mai gli era venuto in mente di pensare al profumo, pensò Andrea. Barbara non aveva mai apprezzato le sorprese, e adesso poi era più che mai un’idea fuori posto.
Ripensò alle circostanze che lo avevano portato a sposare Barbara, e a quelle che avevano fatto finire il matrimonio in quella ridda di silenzi, reciproche accuse, solitudine e tristezza che sembrava un destino tanto comune, ma sempre soltanto per gli altri. Non si capacitava di aver potuto lasciare che succedesse, lasciare che un errore potesse condizionare in quel modo la sua vita, come una nave che avesse iniziato il viaggio su una rotta sbagliata, e che nessuno avesse poi avuto il coraggio di riportare sulla strada giusta.
Non era stata la differenza di interessi, a dividerli, era stata la diversa visione della vita. Barbara aveva fatto della bellezza la sua arma e la sua fragilità. Gli ci era voluto un po’ per accorgersene, perché sapeva nasconderlo bene, ma aveva capito che lei odiava tutte le altre donne. Adottava con tutte lo stesso atteggiamento, fossero pure signore di mezza età o adolescenti bruttine: una sorta di annoiato compatimento, e un’infallibile capacità di sfruttare al meglio i punti deboli. Era una tattica che funzionava quasi sempre. Ma se per uno strano caso, l’altra non si lasciava soggiogare e non riconosceva la sua superiorità, era una tragedia. Quello per Barbara era il peggiore dei fallimenti, da cui usciva con le ossa rotte, sentendosi un’inutile, stupida nullità, brutta e insignificante. Di solito a quel punto il rimedio consisteva nel prendersela con le persone che le erano più vicine. Lo sapevano suo padre e sua madre, e presto anche Andrea lo aveva imparato bene.
Quando, anni prima, Andrea aveva proposto a Barbara di trasferirsi con lui a Londra per un po’, il tempo necessario a farsi un’esperienza, lei era stata entusiasta, e lui aveva creduto che questa fosse una prova di quanto lo amava. Ma quando il periodo previsto era vicino a finire, e lui aveva cominciato a parlare di tornare a Genova, lei aveva fatto una scenata. Londra era casa loro, gli aveva detto, ormai lei aveva lì tutti i suoi amici, e lui tanto poteva trovare lavoro in Inghilterra quando e come voleva, che cosa gli importava di tornare in quella stupida città? Andrea aveva risposto che gli mancavano i suoi genitori, i suoi amici, e a questo lei era crollata. Era scoppiata a piangere, e aveva detto che a lui importava di tutti gli altri più che di lei, aveva persino avanzato il sospetto che tra i suoi “cosiddetti amici” ci fosse qualche ragazza che lui voleva rivedere.
Alla fine, Andrea aveva ceduto, perché era ancora il tempo in cui non era capace di rifiutarle niente. Un paio di volte l’anno andava a trovare i suoi, un paio di volte l’anno loro venivano a Londra, lui si era sistemato lì e si era illuso che fosse quello che aveva sempre voluto.
Naturalmente Barbara non desiderava figli. Si era immaginata una perfetta vita a due, in cui lei avrebbe avuto la parte della mogliettina devota e premurosa che attendeva ogni sera il marito dal lavoro, e Andrea avrebbe dovuto proteggerla e guidarla. Questo quadro era molto lontano dalla realtà, ma Barbara vedeva solo quello che voleva vedere.
Poi però, era successo “l’incidente”, e Barbara era rimasta incinta. A quel punto aveva assunto un altro ruolo, quello della mammina in ansiosa attesa, che non voleva altro che dedicarsi al suo piccolo con tutte se stessa. Già fin dai primi tempi della gravidanza dedicava al bambino ogni sua energia, non riusciva a parlare d’altro, comprava ogni libro e rivista che riuscisse a trovare sull’argomento. La casa era diventata un caos di peluche, giochini, biberon, succhiotti, vestitini gialli e bianchi “non rosa o azzurri perché non si sa mai”. Le pareti di varie stanze erano state dipinte in colori pastello e riempite di decori per bambini.
Forse solo a quel punto Andrea aveva capito fino in fondo il pasticcio in cui si era messo, accettando di fare da marito/padre per quella moglie bambina che non voleva decidersi a crescere, e che credeva che essere donna significasse soltanto strofinarsi languidamente contro un uomo, con la consapevolezza della sua capacità di eccitare e delle sue doti di amante.
Naturalmente, sapeva di non essere “caduto in trappola”. Si era lasciato conquistare piuttosto volentieri, all’inizio. E fino a poco tempo prima, quel modo che lei aveva, nei momenti migliori, di fargli sentire che lui era il “vero uomo” che avrebbe saputo tirar fuori la “vera donna” in lei non mancava di avere il suo effetto.
Ma ormai non ci sarebbero più stati “momenti migliori”. Barbara aveva perso il bambino, e non era solo piena di dolore, ma soprattutto piena di rabbia.
– E’ colpa tua! – Gli aveva gridato più di una volta. – Sei un medico, dovevi salvarlo, dovevi sapere cosa fare, dovevi proteggermi! – Il suo dolore per il bambino era probabilmente sincero, ma la sua rabbia veniva da qualcos’altro. Andrea era venuto meno al suo compito, che era quello di tenere qualsiasi contrarietà lontana dalla sua vita.
Andrea si strinse nel cappotto. Faceva davvero freddo. Arrivò alla macchina, l’accese, mise l’aria condizionata, uno dei pochi lussi che si concedesse. In casa non la voleva, ma in macchina gli faceva piacere, quando c’era un tempo come quello. Percorse lentamente la strada liscia e diritta, fino all’incrocio. Attese senza impazienza che l’interminabile coda di macchine in giro per le ultime spese natalizie si muovesse, nel traffico di quel sabato pomeriggio. Nessuno lo aspettava a casa, a nessuno sarebbe importato se arrivava un po’ più tardi, e lui non aveva nessuna voglia di rientrare.
Quando avevano perso il bambino, otto mesi prima, e Barbara aveva cominciato a rovesciargli addosso quelle accuse, lui le aveva chiesto se avrebbe preferito che se ne andasse. Lei gli aveva dato del vigliacco, e lui aveva pensato che non poteva abbandonarla così, che probabilmente il dolore la rendeva più fragile e più aggressiva, ma aveva comunque bisogno di lui. Il tempo che era passato, però, era sembrato non fare altro che peggiorare le cose.
Mentre guidava, quella sera, Andrea pensò alla ragazza del grande magazzino, e per una strana associazione di idee, si rese conto all’improvviso di quanto tutto gli fosse indifferente, di quanto da molto tempo avesse rinunciato alla felicità.
C’era una sola cosa che non gli era indifferente. Una gatta magra, ma dal pelo insolitamente lucido e lo sguardo fiero, con una nidiata di tre micetti che gli vennero incontro cautamente, quando lui posteggiò l’auto nella stradina dietro casa. Nel loro miagolio sommesso c’era una sorta di timido saluto, ma c’era anche, lui lo sapeva, un’esplicita richiesta. Ebbe un accenno di sorriso, tuttavia quando entrò in casa, aprendo la porta gli parve che il freddo, anziché diminuire, lo aggredisse da dentro. Poggiò cappotto e ombrello dove capitava, adesso aveva fretta, fretta di preparare l’abituale scodella di latte per i gattini, e il piattino con gli avanzi per la madre. A sé pensava sempre dopo. Barbara non c’era, ultimamente arrivava sempre più tardi, passava la serata con degli amici, spesso arrivava anche dopo cena. Non che gli importasse. Se non altro, aveva smesso finalmente di sentirsi responsabile per lei, smesso di sentirsi in colpa per quello che aveva imparato di lei, smesso di preoccuparsi di lasciarla da sola. Sarebbe sopravvissuta, poco ma sicuro. Come aveva sempre fatto.
Tornò fuori, mise per terra le scodelline e il piattino e rimase a guardare. I piccoli di precipitarono, affamati e incoscienti di ogni rischio. La gatta rimase a fissarlo con diffidenza, si avvicinò pian piano, ma cominciò a mangiare solo quando lui si fu allontanato un po’.
Prima di rientrare si voltò a guardarla, e udì distintamente la gatta chiedergli:
– Ma che cazzo stai facendo?
Cioè, naturalmente lei non lo aveva proprio detto, però la sensazione era stata talmente netta da farlo sobbalzare.
– Che cosa? – Chiese ad alta voce, sentendosi uno stupido. Poi, con una nuova consapevolezza, cominciò a parlare, prendendo in giro non tanto lei, quanto se stesso. – Guarda che non mi sembra proprio che tu possa farmi la predica, dopotutto sei una gatta madre con tre cuccioli che le tocca tirarsi su da sola.
Si chiese se avesse le allucinazioni e se fosse il caso di preoccuparsi, poi improvvisamente invece scoppiò a ridere. Una risata meravigliosamente liberatoria, come se finalmente si fosse perdonato per non essere l’incrollabile baluardo che tutti credevano che fosse.
Ricordava quante volte sua madre glielo aveva detto, fin da bambino:
– Tu sei la nostra roccia. Ci sarai sempre quando chiunque avrà bisogno di te. Non puoi farci niente, sei fatto così.
Ma davvero aveva così bisogno di qualcuno che dipendesse da lui? Beh, forse. Dopotutto aveva fatto il medico, e l’aveva fatto per la ragione che sembrava la più giusta, la più altruista, la più disinteressata: aiutare gli altri. Forse questo soddisfaceva anche un suo bisogno personale, e con questo? Andrea non passava molto tempo a chiedersi il perché delle sue scelte e dei suoi comportamenti.
Però adesso capiva di aver sposato Barbara anche perché lei era così fragile, e lui pensava che l’avrebbe fatta diventare più forte, l’avrebbe aiutata a crescere, sarebbe stato sempre accanto a lei, sempre al suo fianco. Come una roccia, appunto. Non che non gli piacesse, in un certo senso. Aveva sempre cercato di essere così. Lo aveva reso forte, determinato e indipendente. Ma adesso poteva permettersi di sentirsi fragile anche lui, qualche volta, di ammettere che aveva paura di non farcela, che anche lui soffriva e anche lui avrebbe avuto bisogno di conforto.

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Un pensiero su &Idquo;IL BOSCO – Parte iv – Capitolo II

  1. Ottima puntata. hai descritto il travaglio interno di Andrea con molta lucidità. Quasi mi sono sentito dentro al personaggio. Non per nulla ha scelto la professione del medico. Diciamo che suscita simpatia, perché pur nella consapevolezza di avere commesso un errore cerca di non far precipitare gli eventi. Una calma attesa prima di prendere una decisione drastica e chirurgica – almeno questa è la mia impressione.

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