UN LEONE A COLAZIONE 15. Autonomia e regole

pc5rrebni

Mi veniva da mettere una bella risata a mo’ di introduzione a questo post: regole? hahahahaha!

Non è un mistero che l’autonomia passi sempre per la messa in discussione delle regole e che questo sia uno degli aspetti che rendono l’adolescenza una fase della vita tanto affascinante e appassionante, per chi la vive e per chi ne è affetto solo indirettamente.

Non è che abbiamo finito di parlare di scuola! E’ un campo bello vasto! Ma del resto è uno dei terreni in cui si misura la capacità dei ragazzi di adeguarsi alle regole, di discuterle, di appropriarsi di alcune e rifiutarne altre, di “incorporare” quelle accettate fino a farle diventare parte di sé.

L’altro campo, naturalmente, è la famiglia… Mettere a posto quello che si è tirato fuori, rifarsi il letto, aiutare in casa, assumersi piccoli compiti… io non so quanto davvero tutto questo sia collegato all’autonomia e al superamento della paura, ma so che in qualche modo lo è. I “no” che diciamo aiutano anche i ragazzi, in un certo senso, a imparare a dire i loro “no”. Perché dire di no nella vita è importante tanto quanto dire di sì. E capire quali regole vanno rispettate sempre e su quali si può essere più flessibili (e a quali ci si deve opporre sempre e comunque) è parte della crescita e della costruzione delle proprie ali.

Ma all’atto pratico…

Non è solo una questione di difficoltà, comune a tutti i genitori, di trovare l’equilibrio, da ripensare quotidianamente del resto, tra autorevolezza e indulgenza, tra comprendere e giustificare, tra ostilità verso la disciplina (io odio la disciplina!) e l’esigenza di trovare però un minimo di regole condivise senza le quali diventa difficile la convivenza. La paura del conflitto, la responsabilità che si avverte si amplificano. Cosa significa prendersi cura? Fino a che punto è giusto occuparsi di un ragazzo fino a sostituirsi a lui, e per quanto tempo?

Sembrano, e sono, niente più che i dubbi di qualunque genitore, credo. Però c’è alla base una difficoltà dei figli adottivi a gestire le frustrazioni, anche le più piccole, che può facilmente sfociare, per questioni apparentemente minuscole, in quella che è stata definita una rabbia cosmica. E in certi momenti quella rabbia cosmica è contagiosa, posso dirlo per esperienza, e bisogna fare un passo indietro in tempo perché il rischio di infilarsi in un vortice senza uscita non è così remoto. E’ così facile per loro sentirsi accusati, criticati (tu pensi che io sia stupido!)… E d’altra parte il bisogno di mettersi alla prova passa anche attraverso l’aiuto dato in famiglia, o il riordinare la camera.

E’ che poi… l’adolescenza è un’età di domande sui massimi sistemi, sull’esistenza, sull’origine nostra e dell’universo. Almeno, per noi lo è: ma le stelle, quando cadono, poi, dove vanno a finire? Ma quando i dinosauri si sono estinti, tu c’eri? (beh, questa domanda era venuta un po’ prima dell’adolescenza, ma per dire…); ma l’universo… ok, il big bang, ma perché tutto è esploso? Che cosa è esploso esattamente? Chi lo ha deciso? Ma io da dove vengo? Chi ha deciso che dovevo essere qui? Insomma, ne avete un’idea.

Tra queste domande spesso ce n’è una che sovrasta tutte le altre: fino a che punto devo fare quello che dici tu? E perché? 

E qui una frase chiave che ci era stata detta è che i ragazzi “devono passare dal devo al voglio“. Per cui punire (che del resto è una cosa che io sono quasi costituzionalmente incapace a fare, anche se almeno ai primi tempi ho dovuto imparare, in certi casi) è poco utile. Più utile è mettere in evidenza le cose fatte bene ogni volta che si può, non dimenticarsene mai, e partire dalle cose positive anche quando si rimprovera.

Nel nostro caso, più utile di tutto è stata la leggerezza: rispostaccia? Smorzare con una battuta. Esorcizzare la rabbia con smorfie fatte insieme, a specchio. Quando si è tranquilli, certo, non nel mezzo di una lite familiare. Non sentirsi mai, o il meno possibile, messi in discussione, perché quello è il primo passo per perdere autorevolezza. in realtà, quella che i figli mettono (costantemente) in discussione è la solidità della nostra fiducia in loro. Rispetto delle regole compreso.

E anche quando ci aggrediscono (sono capaci di ferire in profondità, ve lo assicuro), ripetersi sempre, tipo mantra non lo sta dicendo a me, non è conntro di me questa furia. Perché è la verità. Infrangeranno le regole perché è, tra l’altro (ma non solo) un modo di provocare, sondare la solidità dell’affetto e del legame. Ma di fatto, la paura che c’è dentro questo comportamento, e subito dietro la rabbia, che spesso viene fuori quando vengono sgridati, sono frutto di una fiducia tradita che va ricostruita con molta pazienza. La pazienza verrà premiata. Perché quando non sono sulle difensive, i ragazzi sanno benissimo che le regole e le sgridate sono parte dell’amore (più volte mi hanno riferito, con tono sgomento, di compagni che potevano fare e dire quello che volevano “e il padre non li sgrida mai! Non gli dice mai niente!”).

Per finire, un piccolo recente dialogo buffo sul tema dell’autonomia, per chiudere di nuovo su un tono più leggero…:

mamma: domani devo andare via per lavoro e devo partire prima di pranzo, non avete problemi a  farvi da mangiare da soli, no?

bertuccia piccola: mamma, non ho cinque anni, un piatto di pasta me lo so fare. E comunque, col mio naso da roditore, qualcosa da rosicchiare lo trovo, stai tranquilla…

😀

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