SABATOBLOGGER 18. I blog che seguo

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Diario di Petra Petra è una giovane (giovanissima!) donna, una sognatrice con l’idea che ognuno debba potersi esprimere per come è e che le differenze vadano accettate e rispettate. Alla diversità ha infatti dedicato una categoria dei suoi post, mentre vari articoli sono dedicati alle piccole cose della vita, come questo sulla bellezza. Tra gli altri indico questa lettera al padre che esprime credo sentimenti tutt’altro che rari.

tratti e spunti (Marco Guzzini). Le “illustrazioni da passeggio” di Marco Guzzini credo siano conosciutissime, anche se lui si definisce un autodidatta che “se può, scarabocchia”. Non ero neanche certa che avesse senso sceglierne tre ma alla fine ho deciso comunque di farlo, esprimendo personalissime (ovviamente!) preferenze non solo sul disegno ma anche sulla “didascalia”, che spesso è altrettanto significativa. Vi propongo SpaziSilence e Take Care.

Errori di battitura, chimica e letteratura da bagno un blog ironico, a cominciare dalla presentazione (e… beh, dal titolo). Un autore venuto dalla campagna (non la provincia. Campagna. […] Tra pendolarismi, tempismi sbilenchi, semplice impossibilità…), e mi dà l’idea che scriva per rabbia, ma di quella rabbia che forse è data da quella voglia che avremmo tutti o quasi, di svegliarci e trovarci in un mondo diverso. Meno superficiale, meno cinico, meno attaccato alle sue identità immobili, ai suoi fraintendimenti, peraltro abbastanza comodi per chi non vuole rotture di nessun genere. Senza case chiuse a doppia mandata. Un blog ben scritto, spesso duro, ruvido.

Nel mio cuore (Tony M.) Un blog il cui titolare dichiaratamente non posta nulla di personale. Molta musica, che spazia tra vari generi, io per dire questa voce la trovo notevole, anche se sono abituata alla versione di Percy Sledge, ma secondo me è una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Molta poesia (in traduzione): Tagore, Walt Whitman, Neruda, ma anche Antonia Pozzi, Andrea Zanzotto, Garcìa Lorca e altri e io – vi sorprende? ho scelto Neruda, e in particolare Autunno. C’è anche la “poesia dell’universo”, poi, ossia qualche sorpresa che ogni tanto viene dall’astronomia, come la scoperta di un nuovo pianeta, nascosto chissà dove, eppure in qualche modo presente e percepibile, benché non visibile.

Il colibrì rosso traduttrice, golosa di gelati e libri, londinese d’adozione… le affinità qui non sono poche! Anche nella sua bella presentazione, le idee sulla scrittura somigliano molto alle mie. Del colibri ama “il suo essere solitario, territoriale, protettivo, e i colori iridescenti del suo piumaggio” e ne ammira “lo spirito libero, la furbizia che lo aiuta a sfuggire ai predatori, la maestria e l’eleganza che mantiene in volo”. Se potesse rinascere animale, vorrebbe essere un colibrì. Rosso, rigorosamente rosso. Vi propongo questo post sulla Creatività e il rapporto quasi materno che spesso abbiamo con ciò che scriviamo (o creiamo, comunque); questo su La responsabilità di ogni artista nel “donare un po’ della sua grazia” al mondo; e questo articolo poi era irrinunciabile per me amante del tè (e anche delle curiosità ad esso collegate).

Cantiere poesia è un laboratorio sempre aperto, un laboratorio di sogni, naturalmente, dove tutti sono benvenuti a contribuire o anche “solo” a leggere e dove la poesia in ogni sua forma ha evidentemente il ruolo di protagonista (includendo la poesia “classica”, quella dei cantautori e quella dei sognatori/autori del blog). Ho scelto Cosmic architecture di Enrico Tartagni, perché tutto si trasforma davanti ai nostri occhi e noi possiamo vedere in ogni cosa ciò che ci appartiene o che vorremmo ci appartenesse; Marina di Paul Eluard perché c’è una musicalità lenta e quasi solenne, una dolcezza malinconica ma intensa; Ritratto a carboncino sanguigno: un lampo, due soli versi che mi hanno colpito come una scossa.

Diario dal bordo (Incagliatoh) scrive frasi che sono finali fulminanti senza la storia (no, però scrive anche storie. A volte), battute in forma di poesia o poesie in forma di battuta, l’autoironia gli tende agguati che trasformano a tradimento le cose più commoventi in sorrisi cinici (e anche viceversa però). E’ nato l’anno dello sbarco su Marte ma visto che poi gli hanno detto che quello sbarco non c’è mai stato, “Ora il passo nel cosmo me lo faccio da me. / Come i castelli in aria / col secchiello / lì dove il respiro è quasi meno che vento ed è così alto che poi mi si sciolgono le scapole. E i piedi comunque non li tiene per terra perché vuole vedere il mare. Poi qualche volta si apre uno spiraglio e si vede anche un pezzo di cielo, come qui. Oppure il dolore diventa musica, crea un Contrappunto. e qualcosa che è stato diventa infinito: Stare… e insomma questo è un blog che amo moltissimo, si capisce?

Questi tre li riunisco perché sono in effetti blog “di lavoro” in un certo senso, ma mi sembrava comunque giusti inserirli perché qualcuno può essere interessato all’inglese e questi sono tutti molto interessanti secondo me. That is Evil! è il blog di un’insegnante che gioca con la sua “cattiveria”, ci si diverte e fa divertire gli studenti. In generale la trovo adorabile e se mai riuscissi nel mio secondo progetto sicuramente sarebbe uno dei miei modelli ispiratori… ma prima devo finire il primo, di progetto! 🙂  Ho scelto questo post perché sì, ho sempre pensato che i cartoni animati, i film, i fumetti, internet e un sacco di altre cose potessero far da ispirazione per un insegnante. E amo Kung Fu Panda e sì, Maestro Shifu è una figura molto vera di insegnante disilluso e riluttante che finisce per ritrovare il senso dove meno se lo aspettava. Il secondo è Oxford University Press, beh, poco da dire, è un mito. Molto dedicato alla grammatica e alla linguistica, ma se mai voleste prepararvi per un esame IELTS, o preparare i vostri studenti, non c’è altro luogo come questo. Thoughts on Translation  invece è dedicato alla traduzione e al suo mondo. Si rivolge prevalentemente ai traduttori (o a chi vuole diventarlo), ma ci sono sicuramente aspetti che anche per un “non addetto ai lavori” può essere bene conoscere, anche perché potrebbe trovarsi comunque nella posizione di “cliente” 🙂 , per esempio in questo articolo si parla proprio del rapporto con i clienti privati.

Racconti della controra (rebeccastories) La Controra è l’ora che mette in dubbio tutte le nostre certezze, anche quelle che sembrano inoppugnabili, l’ora in cui il sole è perfettamente perpendicolare alla Terra e noi possiamo scegliere di cercare comunque un’ombra di verità fresche ma illusorie, o farci travolgere da quel dubbio, quello smarrimento, uscire e lasciar bruciare le nostre illusioni come miraggi. Una scrittura dolceamara, fluida, quasi senza un confine, mi viene da dire, anche quando apparentemente i confini ci sono, dati dalla punteggiatura, ma una punteggiatura che non costringe a soste non volute, come in questo quaderno dei fiori. Altre volte la punteggiatura scompare proprio e resta soltanto il flusso libero dei pensieri, come nel sogno dedicato a chi non respira, che infatti va letto senza fiato. O il vento, come nell’orlo del mattino, che colpisce con lame e confonde i sentimenti, la musica, i colori e le parole.

Interno Poesia è un blog prevalentemente dedicato alla poesia d’autore ma anche qui sono presenti inediti. A me piace molto questa di Veronica Cavedagna. Qui si lasciano parlare solo i versi, eventualmente i commenti, nient’altro. La categorie sono divise per nazionalità dei poeti, a parte, appunto, quella dedicata agli inediti. E dunque come scegliere? Ancora una volta, a capriccio, sperando che poi ognuno scopra dell’altro, viaggiando. Una, dunque, di Camillo Sbarbaro, dedicata al padre, stupenda; una di Tahar Ben Jalloun, anche questa bellissima, che parla di patria, una patria che è volto, assenza, incontro e molte altre cose, tutte lontane. Infine, questa di Eugenio Montejo, perché gli inni di fede nella vita toccano sempre corde importanti dentro di me.

Yeni Belqis è il blog di Chiara, una persona curiosa, e ha il nome nome arabo della Regina di Saba (ma anche un significato più personale per la protagonista). Un blog dove “si chiacchiera, si rimugina, talora si pontifica e si ride spesso e volentieri, anche di cose serie (anzi, soprattutto di cose serie)”. Mi piacciono molto queste digressioni sull’autorità, concetto con cui ho un rapporto (almeno) altrettanto conflittuale. Il lavoro di Chiara ha a che fare con i rifugiati e chi per sedici anni ha avuto quotidiani contatti con queste situazioni, credo che qualcosa da dire possa ben avercelo, o se non altro qualche domanda sufficientemente ben posta. Infine, perché ogni tanto anche alleggerire ci vuole, un bel film (anzi tre, per la varietà, che non guasta).

Massimo Botturi Ok, anche qui, che ve lo dico a fare, chi non lo conosce… Poesia per immagini, quella di Massimo. Questa volta sono tanti i blog di poesia perché forse era il tempo che cominciavo a credere quasi di poter davvero scrivere versi, e lui è stato uno dei primi ad alimentare questa idea, non so se balzana o un po’ magica o entrambe le cose. Massimo è passato senza nostalgia e presente senza rimpianto, poesia di carne e sangue che mi ricorda Neruda ma ha uno stile tutto suo, riconoscibile. Ho scelto Prove tecniche di resistenza, forse perchè mi sembra di leggerci dentro parole da padre che mi piacciono, Giorno bambino e I fiori dell’acqua, così, tanto per indicarne qualcuna, ma sono tutte belle.

The World According To Me (Rory) è una “donna expat” e scrive principalmente sull’argomento, vive a Dublino e quindi parla molto di questa città: curiosità, abitudini, luoghi da vedere… Uno degli ultimi post, per esempio, parla di una parola abbastanza curiosa e molto usata in Irlanda.Qui invece si parla di lavoro, e più precisamente dei rispettivi vantaggi e svantaggi di lavorare da casa o fuori casa (argomento sensibile per me che passo metà del tempo a ringraziare il cielo di lavorare a casa, e l’altra metà a cercare di trovare un modo per lavorare fuori). Infine ci sono questi consigli per visitare Dublino in un giorno. Nell’archivio ci sono solo i post di aprile di quest’anno, dev’esserci stato qualche drastico rinnovo, perché io lo seguo da molto, molto più tempo anche se devo essermi persa qualche passaggio 🙂 .

Buon viaggio a tutti, a sabato prossimo!

 

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo V – II

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Stephanie aveva seguito tutto il ciclo delle conferenze di Grenville, per quattro settimane, e ogni volta si era divertita. Ogni volta il pubblico aumentava, probabilmente per il passaparola di chi era rimasto affascinato dal suo modo di dire le cose. Le erano piaciute tanto che dopo era andata qualche volta a seguire i suoi corsi all’università, e aveva scoperto che era amatissimo dai suoi studenti. Le sue lezioni erano affollatissime. Adrien amava la sua materia – insegnava storia della letteratura moderna – e adorava insegnare. I ragazzi assorbivano la sua passione, e sembrava quasi che gli volessero bene. Lui li rispettava, scherzava con loro. Agli esami era serio e piuttosto severo, le avevano raccontato, ma durante i corsi non si stancava mai di rispondere alle domande o di spiegare qualcosa a chi glielo chiedeva. Dimenticava tutto, gli occhiali, i fogli con gli appunti della lezione, gli appuntamenti. Si sedeva sulla cattedra. Veniva alla lezione in blue jeans. Non aveva mai l’aria di sentirsi superiore agli studenti. Insomma, tutto il contrario di quei pomposi baroni che davano cattiva fama al mondo accademico.
Le piaceva e ne era consapevole.
Sempre più spesso si sorprendeva a pensare che probabilmente Matteo non si sarebbe più fatto vedere, benché avesse voluto credere il contrario. Forse non era giusto sentirsi tradita, ma questo era quello che provava.
Con Adrien presero a fare lunghe passeggiate, e discorsi molto intellettuali sull’università, la cultura, le lettere e la politica.
– E’ importante tenere viva la coscienza – diceva sempre lui. – Non bisogna pensare che la superficialità, lo scarso amore per lo studio, l’idea che sapere le cose sia inutile, siano un problema dei nostri tempi. Il potere ha sempre cercato di tenere le persone lontane dalla cultura. E’ importante diffondere la consapevolezza che più cose sai, più hai la possibilità di fare scelte autonome, di accorgerti dei condizionamenti anche quando sono subdoli, di non farti incantare da chi è bravo a comunicare, senza avere nessuna sostanza.
C’è troppa gente che crede che essere normali ed essere conformisti sia la stessa cosa, gente che ha paura di uscire dai binari, che cerca sempre il giusto mezzo. Sai cosa diceva André Gide? Che chi cerca sempre il giusto mezzo, rischia di sedersi tra due seggiole. E’ importante difendere l’unicità di ciascuno di noi, l’individualità, la differenza.
E poi però, una volta che ci riconosciamo tutti diversi, una volta che smettiamo di credere che i Francesi siano Francesi, tutti accomunati da una sorta di “normale-francesità” da uno standard che non esiste, ma che ognuno di noi ha qualcosa di diverso da dire, qualcosa di diverso da fare nel mondo e non esiste un’opinione comune, allora potremo riconoscere anche che siamo parte di una grande famiglia, e che non ha nessun senso dividere le persone in categorie. Francesi ed extracomunitari, Cristiani e Musulmani, o magari anche agnostici, tifosi del Marsiglia e del Paris Lyon. E’ tutto un “noi” e un “loro” che non dovrebbe esistere. La mentalità del “o sei con me o sei contro di me”.
Annullare le differenze individuali, creare le categorie, è quello che ha sempre portato alle guerre. Se “noi” siamo da una parte e “loro” sono dall’altra, allora “noi” non abbiamo niente da imparare da “loro”, e “loro” anzi sono dei nemici pericolosissimi, da distruggere. Smettono di essere padri, madri, figli, non ci preoccupiamo troppo della loro sorte perché non li consideriamo più persone.
E ci dimentichiamo che siamo tutti nati da un’unica ameba.
Stéphanie era quasi sempre d’accordo con lui, le piaceva vederlo così infiammato, la divertiva il suo senso dell’umorismo, e le piaceva molto ascoltarlo parlare, ma questo non le impediva di pensare che anche a lui piacesse molto ascoltarsi parlare. Più che delle discussioni, le loro erano delle conferenze, in cui lei aveva il ruolo del pubblico, e non le era facile dire qualche parola ogni tanto. Anche se scherzava con i suoi studenti, e sembrava trattarli da pari a pari, lui restava sempre il professore, e tutti gli altri, lei compresa, erano gli allievi. Non li trattava con superiorità, ma era, forse inconsapevolmente, molto preso dal suo ruolo di trasmettitore di conoscenze. Le sembrava anche che restasse tutto su un piano molto razionale, “libresco”. Una passione, una veemenza tutta cerebrale che derivava dallo studio e non dall’esperienza personale, “dalla pancia”, come diceva lei.
Quando non parlava dell’importanza della cultura, o di altri argomenti altrettanto socialmente impegnati, Adrien tornava a farle la corte. Ma anche lì, sempre in modo quasi scientifico. L’aveva già paragonata, per una ragione o per l’altra, alla fedele Penelope (qui il motivo era evidente), alla passionale Emma Bovary, alla protagonista di “Una donna spezzata” della Beauvoir, quella che usciva distrutta dall’abbandono del marito, perché aveva intuito quanto l’uomo che amava diventasse il perno unico della sua esistenza, senza il quale si sentiva persa. Le aveva anche detto che era “irraggiungibile come Beatrice per il povero vecchio Dante”. Le recitava poesie di Prévert e di Garcìa Lorca.
E l’affascinava, comunque.

Pensieri della sera

Lavorare ascoltando Mozart, con un gatto acciambellato sulla sedia accanto. La sera, guardare un telefilm particolarmente amato. Andare avanti con quel libro che è una delle cause di certe tempeste emotive ma anche il momento in cui sono più vicina a me stessa e faccio qualcosa per realizzare un sogno importante. Fare una lavatrice, guardare i fiori sul balcone, tornare al libro, scambiarsi un abbraccio prezioso e poi scrivere ancora. Momenti necessari alla sopravvivenza, ma mi manca scrivere a te. Dicevo qualche giorno fa che sono una lottatrice, e non mi arrendo, no, I won’t give up, ma la battaglia contro la paura di non credere più a niente è la più difficile di tutte e io ti prego, ti prego, ti supplico (begging is supposed to be humiliating. I don’t care), non lasciare che io ti perda e mi perda perché ho paura. Le piccole cose danno molto ma senza qualcosa che vada oltre rischia di mancarmi il senso e il fiato. Quasi faccio forza alle mie dita e ai miei pensieri, per scrivere a te, sperando di tornare a sentirti.

UN LEONE A COLAZIONE 19. – Storie intorno all’adozione

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La gratitudine, o meglio, la pretesa della gratitudine, è sempre in agguato nei rapporti tra genitori e figli, ma quando si parla di adozione di più. Quando eravamo in Brasile la gente ci fermava e parlava con i nostri figli dicendo loro quanto dovevano essere contenti, quanto erano fortunati. Ma non è così facile sentirsi fortunati quando quello che hai vissuto nel tuo cuore è uno strappo, un’incomprensibile ingiustizia. Tutti gli altri, o quasi, vivono tranquilli con la loro “mamma di pancia” e la famiglia di origine (sì, sì, lo sappiamo che non sono sempre così tranquilli, ma quello che sappiamo è una cosa, le nostre sensazioni istintive sono un’altra). E tu invece… vuoi essere felice, vuoi dare tutto il tuo amore alla tua famiglia di adozione, al tuo Paese di adozione, alla tua lingua di adozione. Ma non ti senti fortunato. E’ vero, è una fortuna avere una famiglia che ti ama, comunque. Ma in fondo non dovrebbe esserci niente di strano in questo. Nessuno sceglie i propri genitori, ma i genitori scelgono di avere dei figli e di amarli. E’ bello essere grati alla vita per tutto ciò che ti dà ma più di tutto è bello essere grati a se stessi per ogni sogno che si insegue, anche quando non si riesce a realizzarlo. Che poi non lo si è realizzato oggi, ma domani, forse. E’ bello imparare a “vedere” le mani tese, l’amore che si riceve, la bellezza che c’è intorno. Vederli per riconoscerli in se stessi. Credo. La lettera che segue (e anche la foto) è tratta dal blog di una mamma adottiva, il blog si chiama  Wonderment, etc., è in inglese, è aggiornato abbastanza raramente ma secondo me è molto bello e vale la pena anche andarsi a guardare gli articoli passati.

i don’t want you to be grateful

I wish so many things for you – the children who have my heart for all of time:
I hope that you will know how to love and be loved.
I hope that you will be happy.
I hope that you will live the life you want to have and not the life anyone, including me, dreams for you.
I hope you will be kind.
I hope you will be brave.
I hope you can view the world as it truly is and still find the strength to believe you can make it better.
And along with all those things I hope with everything in me that you take my love for granted.
People are going to tell you you’re lucky. They already have. They look at you and look at me and know I’m your adoptive mother. And they tell you you’re lucky. Don’t listen to them.
You never have to feel grateful for your adoption. We don’t have to have special gratitude for something that is inherently ours. And my love? That’s yours. It was yours before we met. It will be yours when time is gone. It was, and is, your right to have. My love for you is something I want to be so part of your being that it doesn’t cross your mind to even contemplate its existence. Take it for granted. Assume it will always be there. Because it will.
There were losses in your lives. I know them. I respect them. My love for you does not take away those losses. But those losses don’t mean you owe us some form of special gratitude. Don’t ever believe someone who tells you they do.
I don’t need you to be grateful, I want you to know, to assume, to not even think that there was another option except me loving you. Because there wasn’t. This love? It was here waiting for you all along.

/

Desidero tante cose per voi – I miei figli, che avete il mio cuore in ogni momento.
Spero che saprete come amare ed essere amati.
Spero che sarete felici.
Spero che vivrete la vita che volete e non quella che gli altri, me compresa, sognano per voi.
Spero che sarete gentili.
Spero che sarete coraggiosi.
Spero che sappiate vedere il mondo come è davvero e trovare comunque la forza di credere che potete renderlo migliore.
E oltre a tutto ciò, spero con tutta me stessa che prendiate il mio amore per scontato.
Vi diranno che siete fortunati. Ve lo hanno già detto. Vi guardano e guardano me e capiscono che sono la vostra madre adottiva. E vi dicono che siete fortunati. Non ascoltateli. Non ci sarà mai alcun bisogno che siate grati per la vostra adozione. Non dobbiamo alcuna speciale gratitudine per qualcosa che era già nostro per sua stessa natura. E il mio amore? Quello è vostro. Era vostro prima che ci incontrassimo. Sarà vostro quando il tempo sarà finito. E’ vostro diritto averlo. Il mio amore per voi è qualcosa che vorrei fosse talmente parte del vostro stesso essere, che non vi passi neanche per la testa di riflettere sulla sua esistenza. Prendetelo per scontato. Partite dal presupposto che ci sarà sempre. Perché è così.
Ci sono state perdite nella vostra vita. Le conosco. Le rispetto. Il mio amore per voi non cancella quelle perdite. Ma quelle perdite non implicano che voi ci dobbiate qualche particolare forma di gratitudine. Non credete a chi vi dice questo.
Io non ho bisogno che voi siate grati, voglio che sappiate, che siate certi, che non abbiate neanche il minimo dubbio che ci fosse per me altra possibilità che amarvi, perché non c’era. Questo amore? E’ stato là per tutto il tempo in attesa di voi.
Non avete fatto altro che chiedere quello che era già vostro.

take it for granted

Ci sono poi altre cose che io penso non si debbano prendere per scontate. Quando i ragazzi crescono, il rispetto per il lavoro dei genitori, in casa e fuori, è difficilissimo da ottenere. Ma appunto, parliamo di rispetto e non di gratitudine. Rispettare gli altri e il loro lavoro per essere poi capaci di pretendere rispetto per se stessi e per ciò che si fa. E questo, ovviamente, vale per tutti. Anche se, qualche volta, i figli si confondono, e anche noi.

 

Bianco e nero

Non abbandonarmi, che io ti sto pensando,
sai, perché tu esista, e ci sei anche in quest’urlo
che mi brucia la gola, che mi scava da dentro
fino al grumo oscuro della cieca disperazione,
e non ti vede, non ti sente, l’atroce dubbio
del nulla, del non senso, l’acqua intorbidata
da un desiderio obliquo e irrealizzabile,
da una fede che scompare a tratti e lascia
tracce fangose nel cuore dove non alberga vento.
E sì che avrei offerto la mia bocca e tutto il resto,
per sentirti, il canto dell’universo sospeso a mezz’aria
tremulo come l’incerto filo dell’arcobaleno
appena prima che termini la pioggia, il mio seno caldo
riempito d’attesa, l’abisso che confonde i corpi
senza confini e tempo, non questo baratro inerte,
il gelo incredulo, il terrore insano che niente esista.
E se anche fosse? Ma mi ero abituata a vederti
nelle stelle cadenti e nelle nuvole bizzarre,
e questo silenzio bianco, l’immobilità dei sogni
e degli uccelli migratori che non tornano
mi hanno invischiato il cuore in una rete
a cui s’appiccicano le ali e da cui non so più uscire.
Volevo la tua anima sulle mie labbra, come un segno
di quando i pensieri s’incamminano su una strada
che sia quella giusta non so, ma una strada
che t’incontri in qualche luogo, non importa,
il cielo è dove sei, il mare ti ricorda;
in questo bianco o nero tu sei multiforme colore,
e poi ci sono quelle pietre grandi, e dure, e tu
che m’impedivi di cadere, mentre adesso dalla rete
in cui mi dibatto grido il tuo nome, ma tace
quella voce, non è che un flebile lamento d’illusione,
eppure sai che l’amo, non potrei farne a meno
l’assenza è una guerra, questo silenzio muto
è un’incrinatura del cuore, spaccato dal freddo
dall’eco vuoto di queste pareti chiuse che
mi soffocano il cammino e il volo ed io suono
la tua musica mi prendo cura in qualche modo
alla meno peggio aspettando una luna disattenta
che ti lasci passare, la porta dimenticata aperta
così, per distrazione o forse apposta, per amore
o indulgenza basta che non sia saggezza, oppure
che il senno sia temperato dalla grazia dell’istinto
e si pieghi il resto al capriccio eterno dei pianeti,
che si spenga questo brusio di falene impazzite
e almeno in dormiveglia io possa riavere
le tue mani nelle mie, un tuo cenno, una risposta
o una domanda, lo stupore della luce, fino
a poter morire di notti e brividi, e morire ancora
e mille altre volte vivere oltrepassando ogni soglia
ripetere ogni errore fino a sfinirmi di sbagli e di carezze
lasciando indietro la pelle e tutte le ragioni, che resti
solo un respiro nudo, e noi, e nient’altro.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IV – II

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Questa “puntata” in realtà andava letta prima di quella che avevo postato venerdì scorso, ho invertito l’ordine, su un blog forse non è gravissimo, ma se voleste riprendere il filo, la parte immediatamente precedente era questa

– Ma insomma, che hai? – chiese Elisa.
– Niente – rispose Matteo, scrollando le spalle.
Già, che cosa aveva? Niente che potesse spiegarle. Aveva che la patina di civiltà dell’uomo colto e sempre presente a se stesso aveva ceduto, lasciando il posto a un animale che lottava per il suo territorio e la sua compagna. Solo che, piccolo dettaglio, la sua compagna non era più tale, se non formalmente, da molti anni. E per questo lui aveva rinnegato l’amicizia di una vita.
Lealtà. Andrea non aveva avuto paura di incontrarlo, non aveva indossato maschere, nemico da sempre di ogni ipocrisia, comprese le più diffuse e le più necessarie per la pace quotidiana. Ed era anche evidente che Elisa non sapeva nulla dei suoi sentimenti, altrimenti non lo avrebbe certo invitato a cena. E quindi cosa mai poteva avere, lui, da rimproverargli? In realtà l’unico ad avere qualcosa da perdere era Andrea, e si era esposto completamente, come aveva sempre fatto. Gli era passato qualche volta per la testa che con quella partenza improvvisa per l’Inghilterra, che a lui era sempre parsa un po’ come una fuga, Andrea volesse allontanarsi da Elisa e che questo c’entrasse con il fatto che lui era il suo migliore amico. Adesso si rendeva conto che era un’idea sballata. Andrea era sempre rimasto una specie di mito, per lui, aveva continuato sempre a vedere in lui quello che avrebbe voluto vedere in sé. Ma anche senza quel velo eroico, gli sembrava che Andrea non fosse una persona comune, ed era questo che non riusciva a perdonargli, lui che invece si sentiva così “normale”. Così come non riusciva a perdonargli il fatto di non averlo mai realmente conosciuto, non riusciva a perdonarlo perché ora che cominciava a vederlo per come era realmente gli piaceva di più, e non di meno. Quando è che si tradisce un amico? No, Andrea non lo aveva tradito, era stato piuttosto il contrario. Non riusciva a perdonarlo proprio perché dopo averlo fatto scendere dal piedistallo su cui lo aveva collocato, continuava a sentirlo migliore di se stesso.
Credeva che Elisa non avesse diritto di innamorarsi di un altro uomo, perché avrebbe potuto fare del male ai bambini.
Qualche giorno prima, quando era tornato a casa, Roby gli aveva raccontato di essere stato dal dentista.
– Io non ho avuto per niente paura. Non mi ha fatto niente. Guarda. – Gli aveva fatto vedere il suo nuovo apparecchio, orgoglioso del suo coraggio.
– Io ho avuto paura, e mi sono messo a piangere, però solo un pochino – aveva detto Luca. – E poi la mamma ci ha comprato un gelato e allora ero contento. – Si era messo a ridere, e aveva riso anche lui.
Forse che lui non avrebbe potuto far del male ai bambini? Aveva pensato che loro potessero crescere benissimo senza di lui, padre distratto e svagato come era sempre stato. Ma allora quale idea aveva della famiglia, dell’onore, della lealtà?

– Non può essere gelosia, è assurdo – disse Elisa. Erano stati al cinema, con Andrea, e si erano divertiti un mondo con un film che era appena uscito, Roger Rabbit. I cartoni animati piacevano a tutti e due. Ma Elisa non riusciva a dimenticare quello che era successo. Si sentiva responsabile senza sapere bene di che cosa.
– Forse l’allontanamento tra te e Matteo non è reciproco.
– Oh, lo è. Credo che Matteo abbia un’altra donna.
– Un’altra donna! Matteo! Quando eravamo ragazzi… ma non può essere solo una sensazione la tua?
– Sai bene che Matteo è sempre stato trasparente. Non gli ho chiesto niente, e quindi non ha dovuto mentire. Non so se ne sarebbe capace. Ma qualche tempo fa è andato in Francia, ed è tornato con un che di diverso. Lì per lì non ci ho fatto troppo caso, poteva essere stato il cambiamento di atmosfera, il successo del suo incarico. Poi tutto è tornato come prima, ma recentemente c’è stato un mese in cui l’ho visto di nuovo come se fosse un’altra persona. Usciva spesso anche di sera, sembrava ringiovanito, sempre sorridente. E adesso è di nuovo preoccupato, più ansioso del solito, forse. E’ così facile leggergli in viso, non te ne sei mai accorto?
– Sì, certo, non è mai riuscito a nascondere le sue emozioni. Come non sai nasconderle tu. Questa cosa ti ferisce, in qualche modo.
– Non so se parlare di ferita. Non entro più nella sua vita da tanto tempo. Siamo amici, ci vogliamo bene. Se il matrimonio è finito non è certo colpa sua. Forse un po’ colpa di tutti e due, se si può parlare di colpa. E’… non so, orgoglio, temo. L’idea di non essere riuscita a tenermi un amore che sembrava così grande, e che un’altra donna potrebbe renderlo più felice di quanto sia mai riuscita a fare io… e ho un po’ paura per i bambini. – Fece una pausa, poi all’improvviso parve cambiare discorso, come seguendo un filo di pensieri tutto personale.
– Forse da bambina ci ho sofferto un po’ sai, quando mia madre e mio padre si sono lasciati. Eppure… Lei e Fabrizio non hanno mai avuto paura di darsi troppo, di soffrire o di essere delusi. Hanno sempre preso quello che gli veniva dato, e non riesco a pensare che abbiano fatto male. Sono due belle persone.
– Tu non sei troppo diversa. Sei sempre stata innamorata dell’amore, della vita… e sei una delle più belle persone che conosco.
Elisa sorrise, un po’ stupita.
– Grazie, sono felice che lo pensi. Sai, nonostante le apparenze tra me e Matteo ho sempre pensato che fosse lui quello che amava di meno. Non sembrava mai forte abbastanza, sicuro abbastanza di quello che voleva da lottare per ottenerlo con tutte le sue forze. E invece per tutto questo tempo ero io che ho tenuto le mie emozioni ibernate, dopotutto l’avevo sposato proprio perché non mi chiedeva troppo, anche se sembra così brutto adesso a dirlo così. Chissà se lui sarebbe capace di lasciare tutto e andarsene… o se ne sarei capace io, quanto a questo. Forse gli somiglio più di quanto credo.
– Tutti mettiamo le emozioni nel congelatore per un po’. Basta scongelarle al momento giusto. Ma forse non ti conosci così bene, se davvero credi che avresti paura di dare troppo. Quando qualcuno ti farà uscire dal congelatore ci sarà un bell’incendio… – Fingeva di prenderla in giro e lei si mise a ridere. Forse gli credeva, forse no, ma un po’ era arrossita. E lui sapeva di aver detto solo la verità.
La polvere del male di Fitzgerald non sembrava averla toccata, o meglio, sembrava esserle scivolata addosso, sfiorandola appena. Doveva averne visto di male negli anni, col lavoro che faceva, eppure ne sembrava curiosamente immune, non perché perfetta, ma perché imperfetta in un suo modo ingenuo, onesto, che gli ricordava l’onestà che tutti loro avevano avuto a vent’anni, l’onestà non contaminata. La sua consapevolezza del lato oscuro di ciascuno diventava comprensione, immedesimazione, mai complicità. Nihil humanum… Sono realista, diceva lei. Non nego il male nel cuore dell’uomo, compreso il mio. Questo però non mi acceca di fronte al bene. E questa non-cecità di fronte al bene, questo strenuo non arrendersi al cinismo, a costo di dure battaglie con se stessa, la teneva al riparo da quel male. Ne riconosceva, con la pericolosità, anche la pochezza, la sostanziale impotenza, il meschino arrendersi di fronte alla grandezza della vita.