IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo II – II

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II

Gianna non aveva avuto una vita sentimentale particolarmente semplice. Era una di quelle donne che sembrano cercarsi con il lanternino le storie più sbagliate che possono trovare. Uomini irresponsabili, belli e impossibili, sposati con figli, una volta aveva trovato il grande amore niente meno che in Olanda.
Elisa aveva sempre gestito i suoi momenti di euforia e i fiumi di lacrime che erano seguiti. Adesso era un momento di relativa quiete, in cui essendo momentaneamente da sola, Gianna dava il meglio di sé: andava a ballare, a teatro, al cinema, leggeva, invitava persone a cena… soprattutto questo. Adorava dare feste e avere amici intorno, ed essendo una persona molto dolce e simpaticissima, ne aveva una gran quantità.
In cambio della pazienza con cui Elisa resisteva per ore al telefono cercando, secondo i casi, di limitarsi ad ascoltarla parlare dall’alto di una nuvoletta rosa, oppure di riportarla con i piedi per terra, o ancora di consolarla dopo lo scontro con le (gravi) imperfezioni del principe azzurro di turno, Gianna usava la stessa pazienza quando, come in quel momento, Elisa aveva bisogno riversare da qualche parte l’amarezza e la frustrazione che periodicamente le montavano dentro a causa di un lavoro che la coinvolgeva sempre troppo.
Mentre Elisa si riconfortava davanti ad una bella coppa di gelato, Gianna aveva ripiegato su un più morigerato caffè.
– Ci sono dei momenti in cui vorrei piantare lì tutto e andarmene. – Disse Elisa.
– Ha! – Si limitò a rispondere Gianna.
– Sul serio! Sono davvero stanca, tutto quello che mi passa davanti sono ragazzi sbandati, brutte storie, vite sprecate. Finirà che prima o poi mi sentirai dire che ai miei tempi le cose andavano meglio…
– …non ci sono più i valori di una volta…
– I giovani d’oggi non hanno rispetto… Insomma, una volta qui era tutta campagna e non ci sono più le mezze stagioni. Voglio dire, qualche volta il mondo mi sembra triste, e vedo solo l’albero che cade e smetto di vedere i cento che crescono. Mi sembra di riuscire a fare così poco…
– Poco è meglio di niente, ma tu continui a pensare di dover salvare il mondo. Devi smettere di fare come se tutti questi ragazzi fossero tuoi figli. Occupati di loro, lotta per loro, fai del tuo meglio, poi una volta che ti sei chiusa la porta dietro, occupati di te stessa. Nessuno dovrebbe mai chiedere nemmeno a se stesso di fare niente di più che del proprio meglio. E tu fai sicuramente del tuo meglio.
– Questo lo so. Io forse prendo le cose forse fin troppo a cuore, ma vedo certi miei colleghi, specialmente nel tribunale ordinario, che si occupano delle persone come se fossero solo dei fascicoli e basta. Sono pochi, fortunatamente, ma ci sono, e io non so come fanno a dormire tranquilli la notte.
– Probabilmente dormono molto più tranquilli di te, perché non si sentono responsabili della vita degli altri. Tu devi smettere di caricarti sulle spalle il peso degli errori altrui. Magari la società non è giusta, e sicuramente ci sono dei genitori che nessuno meriterebbe di avere, e se nasci in certi ambienti la vita può essere più difficile. Ma alla fine ognuno fa le sue scelte. Oppure credi di potere in una mattina rimediare ad anni di bastonate sulla testa? Non gliele hai date tu le bastonate, no?
Elisa sorrise al modo sempre così pratico che Gianna aveva di vedere le cose.
– Sei rimasta la stessa che aveva in casa il frigorifero, la lavatrice, persino la televisione, e pensava di dover combattere perche ce l’avessero anche gli altri.
Il tono dell’amica la colpì, le parve che ci fosse un sottotono amaro, molto personale.
– Ma voi non avevate neanche la lavatrice e il frigorifero? Doveva essere dura.
– oh, era dura davvero, te l’assicuro. Compravamo sacchetti di ghiaccio, usavamo la cantina, e d’inverno mettevamo le cose fuori dalla finestra – Sulla faccia seria di Gianna ricomparve l’ombra di un sorriso. – Ebbene sì, noi facevamo parte di quei milioni di persone, figli di contadini e operai, che prima del grande boom degli anni ’60 neanche se lo sognavano il frigorifero. Mi sembra che mia madre abbia comprato la prima lavatrice nel ’67. E conta che non avevano l’acqua calda corrente come adesso.
– Non me n’ero mai accorta, non ci avevo mai neanche pensato, io… per me erano cose normali.
– Già. Tu eri molto presa dalle tue lotte, proprio come adesso, tutti voi eravate così, ma a volte eravate così lontani dal mondo reale. Non capivate che stavate lottando contro una forza infinitamente superiore e che non c’era vittoria possibile. Non c’era modo di sconfiggere la voglia di avere di più. Noi volevamo di più perché ci sentivamo poveri. E’ contro questo sentimento che voi stavate combattendo. Ed era un sentimento continuamente alimentato da… da tutto. Dall’industria, dai cartelloni pubblicitari, e anche dai tuoi amici che prendevano per scontate le cose che per noi erano sogni quasi irraggiungibili, ma stavano diventando delle necessità. Come avreste potuto vincere contro tutto questo?
– L’unico che lo aveva capito forse era Matteo – disse Elisa, pensierosa.
– Già. Ma nessuno di voi voleva ascoltare. Voi credevate di dover combattere la miseria in posti lontani, ma sembrava che non vi accorgeste di quando vi sfiorava da vicino.
– Dargli ascolto avrebbe significato la rassegnazione. Forse sarebbe stato meglio, col senno di poi. Tutto sarebbe stato diverso… noi saremmo stati diversi.
– Non fraintendermi, non è una critica la mia. E’ che eravate tutti così idealisti… e così… vicini in questo vostro idealismo, sempre tutti insieme, inseparabili. Io ve lo invidiavo un sacco quell’idealismo, perché mi sembrava di non potermelo permettere. Io venivo con voi, e ci stavo bene, venivo ai cortei per i neri, contro la guerra del Vietnam, tutto quanto, però l’importante per me sono sempre state le lotte per il salario, per il lavoro. Per me era una questione di sopravvivenza, non di idealismo, capisci? Voi combattevate per gli altri, io combattevo per me.
– Ma non è così. Ognuno di noi combatteva per se stesso e anche per gli altri. Per ognuno di noi era una questione di sopravvivenza.
– Lo so. Molti anni più tardi l’ho capito. Voi vivevate di idealismo, vi serviva per respirare. Ma restavate sempre quelli che non sapevano che i vostri amici potevano vivere anche senza frigorifero e senza lavatrice. Anche se naturalmente, questo vi fa onore, in un certo senso, perché non vi preoccupava, non eravate certo i tipi da vantarvi, mio padre c’ha questo o c’ha quest’altro, non guardavate se una veniva sempre con lo stesso vestito magari con le toppe, non guardavate se aveva una casa in un quartiere elegante o no. Questo mi è sempre piaciuto. E mentre voi imparavate a fare i conti con la realtà, io ho imparato un po’ di idealismo.
“Ma troppo idealismo uccide. Se fai un lavoro come il tuo o il mio, devi guardare continuamente avanti. Se un paziente muore, devi pensare al prossimo. Se pensi a tutto quello che avresti potuto fare e non hai fatto finirai per impazzire. Ma se anche una sola volta, per una sola persona riesci a fare qualcosa di buono, quella è una cosa che devi portare sempre con te, una cosa a cui pensare per sostenerti nei momenti difficili.
“E adesso scusa se cambio discorso, ma ho intenzione di invitarti ad una delle mie famose feste, e questa volta non voglio sentire un no come risposta. Sono già due o tre volte che mi tiri il pacco.
– In effetti è un periodo che non ho tanta voglia di uscire, arrivo sempre alla sera esausta. E poi sai che a Matteo le feste non piacciono…
– Beh, se vuole venire anche lui, è il benvenuto e mi fa molto piacere, altrimenti vieni da sola. E guarda che se non ti vedo ti vengo a cercare a casa e in qualche modo ti ci trascino.
Elisa alzò le braccia in segno di resa.
– Va bene, va bene! Questa volta prometto che ci sarò.
– Brava, così mi piaci. Conto di farti anche una piccola sorpresa, che dovrebbe farti piacere.
– Ah, se è così, non mancherò di sicuro. Mi piacciono le sorprese.
In effetti Gianna era riuscita ad incuriosirla, anche se probabilmente si trattava solo di qualche nuovo piatto esotico scoperto in uno dei suoi viaggi in giro per l’Africa o l’Asia. Anche se fosse stato così, comunque, forse sarebbe valsa lo stesso la pena: Gianna cucinava benissimo, e di solito le sue nuove ricette si rivelavano autentici manicaretti.

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Un pensiero su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo II – II

  1. Wp continua a fare il malandrino. Aspettavo l’uscita ma non arrivava. E va bene. Rimedio adesso.
    Una puntata dove si parla del passato, di un mondo giovanile che vede nell’idealismo il motore della propria vita. Mondo che si scontra con il senso pratico di Gianna, affascinata dagli ideali ma pragmaticamente incentrata sul quotidiano fatto di rinunce e difficoltà
    Chissà chi sarà la sorpresa? Andrea? O qualche altro ancora.
    Intuisco che la storia sta cambiando passo e Elisa è a una svolta.
    Aspetto la prossima.

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