Il cioccolato non basta

Stamattina mi ronzavano in mente queste parole, quelle del titolo. Poi è arrivato il racconto.

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Livia è alla stazione. Aspetta il treno e sgranocchia senza voglia, anzi, il dolce le lascia come un senso di leggero disgusto, il sapore vagamente nauseante delle cose fatte tanto per fare, fingendo di crederci. Fingendo di credere che un po’ di cioccolato possa riempire il vuoto. E’ oggettivamente buono, in realtà. Tuttavia, lei lo inghiotte come una medicina; quasi lo sbrana, ma con angoscia, non con cupidigia. Non distingue più il confine tra il piacere, il cervello che cerca di convincerla che davvero è quello che desidera, e la necessità, l’istinto che le svela che solo un bisogno potrebbe farla agire così. Finto, per giunta. Come quando aggiunge coperte al letto benché si renda conto perfettamente che non fa abbastanza freddo da giustificarle, che non è il freddo quello che combatte. Non quello esterno, almeno. Il treno che deve prendere sta arrivando. Lascia che si fermi del tutto, che apra le porte, prima di alzarsi dalla panchina e salire con calma, lentamente, come se non importasse poi tanto perderlo. Le sue mani, invece, sono ancora avvinghiate a quello che resta della tavoletta con forza innaturale, e quando porta un altro quadratino alla bocca lo fa rapidamente e con foga, con impazienza, con un po’ di paura, diresti, come fosse la tavola che si dà in piscina a chi non sa nuotare. O come quando si è aggrappata a un uomo, non perché lui la facesse stare meglio di come stava da sola, ma perché lui l’aveva voluta, anche se lei non era sicura di volerlo, non lo è mai stata e non lo è neanche adesso. Adesso che lui se n’è andato non sa più nulla, non capisce neanche se le manca o no, se è la confidenza, di cui ha nostalgia, la conoscenza dei piccoli gesti, il sapere in anticipo come muoverà le spalle per esprimere imbarazzo, o dove si poggeranno le sue mani quando deve dire una cosa importante. O gli abbracci, o semplicemente il fatto di avere qualcuno che l’aspettava e le parlava. Oppure se è proprio lui che voleva e non lo sapeva. Non lo sapeva e non lo sa e non sa a chi chiedere. Perché per certe domande, il cioccolato non basta.

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32 Pensieri su &Idquo;Il cioccolato non basta

  1. “…Come quando aggiunge coperte al letto benché si renda conto perfettamente che non fa abbastanza freddo da giustificarle…”
    adorevolissimevolmente!
    :*

  2. Sai che è proprio così? Io adoro il cioccolato ma ultimamente lo mangio come fosse una sorta di stucco, per riempire e tenere insieme non so neppure io cosa. Sicuramente non il buon senso perchè ormai me lo sono lasciato alle spalle, però è così, sono nauseata ma continuo!

    • Sai, anche questa parte è un po’ “autobiografica”, nel senso che in effetti quando attraverso periodi un po’ difficili capita anche a me di divorare cioccolato così e tra l’altro so che mi fa male… sì, diventa più un riempitivo che un piacere, Mi piace tanto eppure davvero diventa come una medicina, lo prendo sperando abbia un effetto di conforto, tipo coperta, appunto… Dài però, mi dispiace sentirti così, vieni a genova che ci facciamo una cioccolata, un caffè, due chiacchiere… :*

  3. Sono d’accordo, il cioccolato non basta: deve essere fondente, extra amaro e accompagnato da un buon rum invecchiato.
    A parte gli scherzi, racconto molto delicato, dolce ma anche amaro, proprio come il cioccolato fondente, il mio preferito.

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