UN LEONE A COLAZIONE 16. Il principe che non voleva andare a scuola – I parte

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Quando il Leoncino Kleo aveva sentito parlare della scuola per la prima volta, non si era preoccupato poi tanto. A dire la verità, aveva già avuto qualche esperienza con la scuola, e non era andata troppo bene. Ma visto che gli avevano detto che nel Paese Lontano tutto era più bello, più grande e più ricco, e che se avesse studiato sarebbe diventato sicuramente una persona importante, pensava che forse anche la scuola sarebbe stata più bella, più grande e più ricca e ci sarebbe stato bene. E poi era un bambino molto curioso. La curiosità è un brutto difetto, gli avevano detto tante volte, ma lui non ci credeva del tutto. Aveva sempre qualche “perché” che gli ronzava nella testa, e forse qualcuno nella nuova scuola avrebbe saputo rispondere a qualcuno di questi perché. 

All’inizio non andò male. C’erano tanti bambini da conoscere, per dimenticare quel po’ di nostalgia che aveva dei compagni con cui aveva vissuto fino ad allora. C’erano quelle due persone che adesso doveva imparare a chiamare Mamma e Papà ma ancora non è che gli venisse proprio sempre. E qualcuna, non tutte, eh, ma qualcuna di quelle “zie” che si erano occupate di lui per tanto tempo gli mancava un po’. E poi lì da dove veniva tutti gli altri bambini erano soli come lui. gli adulti si occupavano di loro, davano loro da mangiare, li facevano lavare e vestire e giocare e andare a scuola e qualche volta sorridevano, ma quasi sempre a tutti, senza differenza. Anche i rari regali erano sempre uguali per tutti, piccole inezie, niente di divertente. Lui aveva avuto una Mamma e un Papà un tempo, ma erano andati via molti anni prima e lui non ne sapeva più niente e quasi per tutti era così, in quella grande casa dove stavano tutti insieme. 

Adesso aveva una Mamma e un Papà ma erano una Mamma e un Papà nuovi, ancora sconosciuti, che qualche volta gli facevano persino un po’ paura, e non capiva perché i suoi compagni avevano sempre avuto la stessa Mamma e lo stesso Papà e lui invece no, aveva dovuto cambiare. Ecco, questo era un “perché” grande come una casa che a volte gli scoppiava dentro. Allora certe volte veniva fuori una parte molto arrabbiata, che veniva da lui ma non era lui, era come un mostro rosso che usciva dalla sua pancia e che lui non riusciva a controllare bene e allora diventava sempre più grande. Qualche volta si era spaventato davvero e aveva cominciato a pensare che forse quella parte rossa e arrabbiata di lui faceva paura anche agli altri. In quei momenti a volte si intestardiva, si fermava e non voleva andare più né avanti né indietro.

Poi tutti volevano qualcosa da lui, adesso, e prima non era così. Sì, i compiti, ma in realtà nessuno si preoccupava veramente che lui li facesse. A nessuno dava fastidio più di tanto se non studiava, bastava che se ne stesse lì dove lo mettevano, zitto e tranquillo. E adesso invece, i compiti, le interrogazioni, i voti, e devi stare seduto, devi stare attento, devi ascoltare, devi, devi, devi. Quante regole! Troppe! Gli dicevano che erano necessarie e lui si forzava moltissimo di crederci, però in realtà anche questa era una cosa che a volte lo faceva molto arrabbiare. Voleva fare contenti tutti ed era contento anche lui quando imparava una cosa nuova e la Maestra gli diceva bravo. Però avrebbe anche tanto voluto essere lasciato in pace, non avere nessuno che gli dicesse cosa fare, non avere nessuno che si preoccupasse per lui, che gli dicesse se era stato bravo oppure no. Questo non era del tutto vero, però qualche volta i grandi non capivano che lui aveva proprio tanto, tanto bisogno di stare da solo, tranquillo, senza tante cose da fare, senza preoccuparsi di essere o non essere bravo. 

Passarono gli anni, e Kleo era sempre più contento della sua nuova vita, quella piccola lacrima che stava in fondo al suo cuore quando pensava al luogo dove era nato sembrava quasi scomparsa, a volte si dimenticava che c’era. Poi tornava, magari, ma faceva meno male, era minuscola e quasi dolce.

Ma un giorno…

(il resto alla prossima puntata) 😀

Sono tornata al linguaggio fiabesco per dire qualcosa di un problema dal nome un po’ preoccupante, la fobia scolastica, di cui si parla poco ma che è più diffuso di quanto si pensi e se affrontato con qualche informazione in più si può tranquillamente superare, anche se richiede tempo e molta pazienza. Può riguardare qualunque studente, ma ha naturalmente un’incidenza maggiore quando la scuola diventa un punto di snodo in cui confluiscono tanti aspetti importanti della vita (non necessariamente negativi, ma emotivamente intensi). Ho diviso la puntata perché mi sono accorta che c’era da raccontare un bel po’. Ho preferito partire da lontano perché anche questo rifiuto parte da lontano.

 

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