IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo III – II – continua

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Capitolo lungo, ma non era facilmente divisibile. Non vogliatemene 🙂 

Non è che Elisa avesse pensato molto alla promessa che si erano scambiati con Andrea, di risentirsi e rivedersi. Aveva fatto e ricevuto decine di quelle promesse, che erano sempre rimaste nebulose: “dovremmo vederci più spesso”, “ci sentiamo”, “ti chiamerò presto”. Ma lui, invece, aveva continuato a pensarci. Si era detto che probabilmente era la solitudine, e aveva chiamato Marco e Filippo.
Marco giocava a pallone con degli amici, e lo aveva entusiasticamente inserito nel gruppo, presentandolo come “un centravanti spettacolare”, il che non era stato vero neanche quando aveva vent’anni, ma insomma, se la cavava. Quanto a Filippo, avevano organizzato uno scambio di libri: gli aveva prestato un bellissimo libro di Sepùlveda, “Le rose di Atacama”, e da lui aveva avuto “In Patagonia” di Chatwin, che era una delle cose più appassionanti che avesse letto negli ultimi cinque anni. Si immedesimava in quell’impulso irresistibile, mettersi in viaggio per cercare le tracce di qualunque cosa, un colore, una leggenda, ma avrebbe potuto essere anche un milodonte. Una vita diversa. Qualche volta lo sentiva ancora, ma adesso c’era anche il bisogno di ritrovare una radice, un posto dove fermarsi, un posto che potesse chiamare casa sua, fosse pure solo per tornarci dopo un viaggio.
Forse continuava ad avere voglia di chiamare Elisa perché mentre era con lei la sensazione di essere a casa era diventata più nitida.
Alla fine, le telefonò, dicendosi che era perfettamente naturale invitare una vecchia amica a teatro, al cinema, a bere qualcosa.
La trovò in un momento non troppo felice, che cercava di districarsi tra i compiti (non fatti) di Roberto, le lune di Luca e quelle di Matteo, un fascicolo da finire di studiare e il suo stesso malumore.
– Non volevo disturbarti, è stata una scelta dei tempi sfortunata – disse.
– tu non mi disturbi mai – rispose lei, e bastarono quelle poche parole a fargli capire perché lei rafforzava il suo desiderio di casa. E oltretutto, accettò immediatamente con entusiasmo di andare a teatro con lui.
Andarono a vedere “L’importanza di essere Ernesto”, Elisa adorava le commedie di Wilde, e per tutto il tempo lui la guardò ridere con la sua risata piena, allegra, la testa gettata all’indietro, qualche volta addirittura le lacrime agli occhi, lasciandosi andare fino quasi a non riuscire più a fermarsi.
Forse era perché rideva così poco, che quando cominciava non voleva più smettere, ma quella risata a lui parve bellissima, non gli accadeva spesso di veder ridere in modo così liberatorio e vitale.
La guardava e gli tornavano insieme dettagli che non immaginava di ricordare, o per dirla tutta, che non credeva neppure di sapere. I piatti che amava di più, i suoi cantanti preferiti, l’amore per il teatro, il cinema, i libri.
Dolce Elisa, così entusiasta per la bellezza del mondo, e capace di feroce indignazione contro tutte le piccole e grandi ingiustizie e crudeltà che guastavano quella bellezza. Elisa che vedeva in tutti la parte migliore, e sentiva sulla pelle la sofferenza di tutti, anche quando non c’era niente che potesse fare per evitarla. Elisa con quel sorriso che accendeva scintille luminose nei suoi occhi scuri, Elisa che gettava indietro la testa in quella risata così libera e gioiosa da essere quasi incredibile.
Però quella luce che le si accendeva nello sguardo un tempo quando guardava lui, quel modo di scherzare con lui con dolce malizia e negli occhi l’incanto di un’emozione scoperta da poco, quello non riusciva a vederlo.
Forse non era più bella di allora, ma certo più sensuale, più intensa, più… luminosa. E lui si stava innamorando di lei, era già innamorato di lei, forse già da tanto tempo, anche quando disperatamente lo negava. Chissà perché, forse per paura, per immaturità, per ingenuità.
E adesso che forse si sentiva più maturo e consapevole, e aveva meno paura, era troppo tardi. Elisa era la moglie di Matteo, Matteo era stato, o era ancora, il suo migliore amico, chissà se il tempo aveva davvero cambiato questo. Chissà se sarebbe stato capace di dimenticarlo.
Ma Elisa sembrava cercare da lui solo amicizia. Meglio così, lei almeno non avrebbe sofferto. E lui non si sarebbe trovato a dover scegliere, a dovere una volta per tutto rompere quel legame che aveva tenuto in sospeso per tanto tempo, ma era ancora vivo dentro di lui. Non le avrebbe più telefonato, avrebbe cercato di non rivederla più, avrebbe sperato di dimenticarla presto.

Fu lei a telefonargli.
Era un periodo che si sentiva spesso irritata e anche un po’ triste, e lui riusciva ancora a farla ridere. La sua ironia non era studiata, eppure senza neanche rendersene conto lui sapeva dosarla perfettamente per qualunque situazione. Verso se stesso la usava per non prendersi mai troppo sul serio, verso chi non gli piaceva come arma per esprimere una distanza senza essere scortese, e verso chi gli piaceva come un elemento di fascino.
La incantava la sua mente multiforme e curiosa. Andrea non amava le certezze, non prendeva niente per scontato e non rifiutava niente. Era l’uomo che si sarebbe fatto legare all’albero della nave per ascoltare il canto delle sirene, mentre a Matteo bastava il racconto. Matteo immaginava, Andrea doveva vedere, sentire, vivere tutto. Sarebbe rimasta ore ad ascoltarlo parlare dei suoi libri, della sua musica, dei suoi strani viaggi.
Ma non aveva pensato a questo. Era stato l’impulso del momento, l’istinto di sapere che lui avrebbe potuto farla stare meglio.
– Avevo solo voglia di rivederti – disse. La certezza di non essere più innamorata di lui aveva cancellato l’imbarazzo di una franchezza eccessiva, e non poteva sapere che quelle parole avrebbero potuto avere per lui un effetto dirompente.
Infatti Andrea aveva pensato per un momento di chiudere la comunicazione subito, aveva provato l’assurdo desiderio di offenderla, forse perché se lei non lo avesse più cercato, avrebbe significato la pace per tutti e due.
Ma nello stesso tempo avrebbe voluto potersi permettere di vivere fino in fondo la gioia indicibile che gli dava sapere che lei voleva rivederlo. Quest’altalena lo stordiva, e continuava a tacere.
– Mi sa che non sei dell’umore giusto – osservò lei, ma dietro il tono leggero Andrea intuì che la sua freddezza l’aveva ferita. Sapeva che la sua malinconia non aveva nulla a che fare con lui. Forse avrebbe potuto starle vicino, darle quello che lei era convinta potesse darle, allegria, coraggio, comprensione, senza soffrire troppo, e senza che lei dovesse soffrire.
Eppure, se solo le sue emozioni fossero state meno violente, se fosse riuscito a tenerle sotto controllo, almeno un po’…
Nel suo cervello balenò l’idea che si era innamorato di una donna che, sebbene diversa da Barbara come il giorno dalla notte, era quasi altrettanto lontana, difficilmente raggiungibile. Era la distanza che l’attirava? Beh, forse, in parte. Era abbastanza onesto con se stesso da ammetterlo. E con questo? Ci si può innamorare per tante ragioni sbagliate. Bisogno, solitudine, paura. Non è un motivo per rinunciare, fino a che c’è la possibilità che, invece, la ragione sia quella giusta.
E d’improvviso non gli importava più che lei se ne accorgesse oppure no, non gli importava se era giusto o sbagliato, né quanto dolore e quanta felicità gli avrebbe dato. Voleva solo vivere quell’amore fino in fondo, accettando quello che avrebbe portato con sé.
Aveva imparato che soddisfare un bisogno altrui – o il proprio – è più facile che darsi, abbandonandosi senza difese. Adesso era pronto a dare tutto se stesso, ad affidarsi senza più paura di essere ferito. Nessuna ferita può mai fare più male del consapevole sacrificio delle proprie emozioni ad una vita priva di qualunque turbamento. Gli bastarono pochi secondi per prendere la sua decisione.
– Non devi neanche pensarlo. Sono sempre contento di vederti.
Il che era vero, naturalmente.
Le propose Boccadasse, e lei accettò con entusiasmo. Sedettero lì sul muretto, mentre il sole scompariva in un tramonto straordinario, nuvole con orli d’oro e un cielo in cui l’azzurro si scioglieva chissà come nell’arancio e nel rosso e nel giallo. Le case in controluce sembravano la scena di un film, l’ombra di un paese al crepuscolo. Ma loro non parlavano d’amore, come probabilmente sarebbe successo in un film. Parlavano di Gorbaciov, di perestrojika e glasnost, di quella strana Russia che era sempre sembrata così lontana e adesso sembrava correre incontro al resto del mondo ad una velocità vertiginosa. Parlavano dello scandalo della corruzione negli appalti per la costruzione delle carceri. E poi parlavano di cose quotidiane, Roby che stava per entrare alle medie, Luca che faceva quarta elementare, ed era incredibile come passava il tempo, e il suo lavoro di medico, e come si era trovato a cambiare e ricominciare tutto da capo. Ma non d’amore.
Che ne è stato di Lorenzo? Non l’ho mai più visto.
Non indovineresti mai. E’ stato eletto nel consiglio comunale di un piccolo centro della Val Polcevera… con la destra nostalgica della Fiamma Tricolore. Te lo saresti aspettato?
Elisa rimase per qualche istante senza parole per lo stupore, poi d’improvviso scoppiò in una risata irrefrenabile, rideva e rideva e le scendevano lacrime d’ilarità lungo le guance, finché anche Andrea cominciò a ridere senza neanche sapere perché. Ridevano perché avevano capito che il tempo passato non aveva importanza, che erano cambiati solo quel tanto che bastava a restare se stessi, che c’era ancora, nel mondo, quel lato irresistibilmente ridicolo che era l’unica cosa che avrebbe sempre permesso loro di amarlo così com’era, nonostante tutto, proprio nel momento in cui si faceva più forte la volontà di cambiarlo.
– Scommetto che questo è il tuo posto preferito per portarci le donne – disse a un tratto Elisa, mentre il sole da dorato si faceva rosso fuoco e il mare sembrava incendiarsi.
Indossava un paio di jeans e una maglietta, aveva raccolto i capelli in una coda di cavallo e sembrava una ragazzina. Lo sguardo le brillava di malizia come allora. Da quanto tempo non portava una donna da nessuna parte?
Ma non glielo disse.
– E’ naturale – disse, sorridendo. – Tutte le donne che rimangono folgorate dalla mia faccia ma poi si lasciano smontare dal mio carattere.
– Il tuo carattere? – Elisa tacque un momento, pensosa. – Tu hai un carattere splendido. Un viaggiatore appassionato, con mille interessi, racconti storie meravigliose e hai il cuore più grande che abbia mai visto. Sei qui con me, mi ascolti, ridi con me, mi lasci sfogare quando sono arrabbiata o triste, e chissà quante cose avresti da fare.
Andrea alzò le mani, schernendosi in un gesto che le ricordò il giorno in cui si erano conosciuti. Ma questa volta doveva difendersi dal turbinio che quelle parole avevano causato nel suo cuore. La guardò, e per un attimo gli parve di vedere nei suoi occhi un lampo di… che cosa? Comprensione forse. Solo un lampo, troppo veloce perché potesse essere sicuro di non esserselo solo immaginato.
– Sono qui con te perché mi fa piacere esserci, Elisa, – disse. Poi sorrise. – Spero di non averti lasciato vedere solo la parte migliore, perché non vorrei che scappassi anche tu, quando ti accorgerai della parte peggiore.
– Allora parlamene.
– Della mia parte peggiore? Preferisco lasciarti il tempo di scoprirla da sola. Forse, quando ti accorgerai di quanti difetti ho, mi vorrai troppo bene e sarà troppo tardi per scappare.
Stava oltrepassando il confine che si era imposto, e lo sapeva. Ma ogni minuto che passava quel confine si allontanava sempre di più, e diventava sempre più labile. Non voleva porsi limiti. Viveva ogni minuto lasciando che il suo istinto parlasse per lui, appena imbrigliato da quel barlume di ragione che gli restava.
Se lei si era accorta di qualcosa, non lo diede a vedere.

Dopo quella sera i loro appuntamenti divennero una piacevole abitudine.
Lei gli chiedeva spesso di raccontarle ancora dei suoi viaggi, e lui parlava dei tramonti di Manhattan e di Parigi, dell’incanto che aveva provato nel parco di Yellowstone coperto dalla neve d’inverno (con un freddo cane, ma ne valeva la pena!), della polvere del deserto rosso in Tunisia, del sole di mezzanotte in Finlandia. Lei si lasciava trasportare lontano. Era la vita che avrebbe voluto ma non aveva osato vivere. In Andrea c’era quella stessa sete di conoscenza della natura intima e reale di tutte le cose che Elisa sentiva dentro di sé, ma che non aveva mai avuto il coraggio di seguire. Lui girava il mondo da quando aveva sedici anni, persino adesso che sembrava essersi fermato, un giorno aveva lasciato il mondo a cui aveva ormai fatto l’abitudine, ed era tornato indietro, accolto a braccia aperte, questo è vero, tuttavia si era trattato pur sempre di un rischio, una sfida. Ma Andrea apparteneva a quella fortunata e poco numerosa schiera di persone che non hanno ambizioni, ma solo sogni, e il coraggio sufficiente per cercare di realizzarli. Il suo desiderio di avventura lo rendeva insofferente a tutte le cose date per garantite, a tutte le verità rivelate e ai dogmi, dovunque ce ne fossero.
Elisa era affascinata da questi aspetti del suo carattere, aveva capito che Andrea era l’uomo che poteva restituirle l’entusiasmo e il coraggio che lei aveva in parte perduto per strada. Ma non era innamorata di lui. No, certo che non ne era innamorata. Se aveva a tratti una punta di nostalgia, un minuscolo tuffo al cuore, sapeva benissimo che non era per lui, ma semmai, forse, per quello stesso passato a cui appartenevano entrambi.
Eppure nessuno sembrava crederle. Gianna le aveva consigliato di non giocare col fuoco, e Raf le aveva chiesto con sguardo birichino ma non senza serietà se era proprio sicura che non ci fosse niente tra loro due. Cristina, invece, era presa da tutt’altri problemi, con Anderson che cominciava a risentire della sua storia familiare, Mauro che andava male a scuola, e non ci aveva dato peso. Viviana e Fabrizio l’avevano guardata, l’aria degli anziani, saggi genitori, e quasi all’unisono avevano commentato – Se tu e lui siete contenti, tutto il resto non ha importanza.
Qualche volta ai loro incontri era venuta con Roby e Luca, e per Andrea, che pure si era molto affezionato ai due bambini, questa era una dolorosa conferma che per lei non c’era niente più che amicizia. Né dava segni di sospettare che per lui fosse diverso. “Come può non capire?” si chiedeva qualche volta, sfogando la rabbia e la tristezza in lunghi monologhi notturni, quando gli era difficile dormire.
Diceva, anche a se stesso, di non volere che Elisa sapesse, ma invece lo voleva, eccome. Avrebbe voluto porre fine a quella sua tranquilla incoscienza raccontandole l’inferno che viveva ogni volta che erano insieme e ogni volta che erano lontani. Non diceva mai niente di esplicito, ma si comportava, quasi per sfida e testardamente, in un modo che sarebbe stato trasparente per chiunque. Ma Elisa, altrettanto testardamente, non se ne accorgeva.
E lui lì, professionalmente così in gamba che due ospedali se l’erano conteso quando aveva cominciato a pensare di tornare, e sentimentalmente così vulnerabile e irragionevole. Eppure il matrimonio con Barbara avrebbe dovuto renderlo più cauto. Ma cauto, Andrea Bruzzo non lo era mai stato e non lo sarebbe diventato mai.

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10 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo III – II – continua

  1. Sembrano le schermaglie amorose di due quindicenni invece che di due maturi quarantenni. mentre Andrea ne è conscio, Elisa vuole ignorare quello che il suo cuore le detta per un malinteso senso della famiglia, della fedeltà. Matteo è fuori dal suo radar. C’è solo Andrea. Un amico? Forse no ma un amante quello sì, anche se non hanno fatto nulla.
    Ricordo un vecchio commento su loro due. Avevo scritto che erano fatti l’uno per l’altro e che Matteo non era adatto a Elisa. Non ho cambiato idea.

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