Portami con te (leggendo Neruda)

Queste parole sono venute fuori leggendo due poesie di Neruda. La prima, Giochi ogni giorno, l’ho trovata aprendo semplicemente uno dei libri che ho a portata di mano in questo momento e se volete potete leggerla per esempio qui in italiano o a questo link in inglese. Perfetta, per me, per questo miscuglio di serenità e tempesta che spesso ho dentro. La seconda… ho digitato due nomi e avviato una ricerca. Il primo risultato è il filmato che ho inserito alla fine dell’articolo, tratto dal sonetto XVII. Apparentemente, non ha nulla a che vedere con il fatto che Patch Adams sia proprio il film di cui parlerò domani. E’ una poesia che trovo molto bella, in generale amo moltissimo Neruda come molti di voi sanno e quindi, quei due nomi insieme sono un’emozione davvero molto forte. Qui la versione italiana. e qui quella inglese, parte della quale è inserita in una scena del film

Ti sento dentro con violenza, una violenza che amo e temo, come quel vento che ulula e sbatte le finestre, quei venti, anzi, tutti, che si riuniscono insieme nello stesso angolo di cielo e fanno fuggire gli uccelli e scatenano temporali, denudano la pioggia, sollevano foglie oscure e sciolgono le barche ancorate al cielo. Non sono più capace di fare niente che non sia ancorato al cielo, e le mie barche sono esposte a ogni uragano. Non so più cosa è vero e cosa non lo è, forse non l’ho mai saputo. Incontrarti è la cosa che più voglio al mondo e non posso senza la poesia. Non è irragionevole questo sentirsi come se il petto ti si squarciasse, e non averti mai neppure sfiorato, no, niente topazi o frecce di garofani infuocati, ti amo perché sei l’ombra della mia anima, tocco il mio cuore per sentire la tua mano, chiudo gli occhi per guardarti dormire, ti amo perché solo scrivere di te placa il furore della tempesta e perché solo scrivere di te fa sì che la tempesta non si spenga mai. Ti amo perché in te riesco a sentire il seme che germoglia nelle viscere della terra e immaginare il fiore che verrà, senza vederlo. E non fuggirei, no, ti risponderei fino all’ultimo grido, mi raggomitolerei al tuo fianco fingendo di avere paura, ma la guarderei negli occhi, e mi abituerei a te come ci si abitua al buio del bosco, imparando a vedere nell’ombra delle querce la luce dei tuoi occhi, non fuggirei, no, ti risponderei fino all’ultimo grido e ti direi cosa significa, quell’ombra strana nei miei occhi. Significa che la tua acqua è la mia acqua e la mia terra è la tua terra, e che rispondo al tuo grido perché se vai via, non mi importa di restare, il mio cuore batte finché la tua mano resta sul mio petto. Portami con te, perché la luce dell’universo, la lacrima che schiude il mio fiore alle tue mani, l’acqua da cui nasco se mi stringi, sono nel tuo sguardo e nella tua carezza, e fino a che non mi hai ricordato non esistevo, nulla esisteva, e non esisterà più, quando avrai dimenticato. Portami con te perché sei così vicino che se tu dormi, i miei occhi non vedono. Portami con te perché non mi ci vuole niente, sai, a darti la mia vita, tutta intera, in cambio di un brivido, o anche di niente, perché mi ci vuole l’eternità di tutte le galassie e impararti e poi ricominciare da capo e dimenticare quando, e da dove, e l’orgoglio, e ricordare solo che ti amo, e che non voglio essere, se tu non sei.

 

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