38. Patch Adams

 

pablo

Io mi prendo la responsabilità di dire che questo film è bello.
Intendo dire poeticamente bello, umanamente bello.
Le obiezioni che sono state fatte sono molto simili alle critiche che vengono mosse a Patch nel film. Questo è un ospedale, che diamine, la gente qui muore, sta male, se uno come Patch entrasse in ospedale, non si riderebbe ma si chiamerebbe la polizia (questo, più o meno, il tono della recensione di Roger Ebert).
Non dico che abbiano del tutto torto. Siamo così tanto abituati a pensare che la salute sia una cosa seria. Quasi sicuramente avrei io stessa un momento e più di un momento di perplessità se vedessi qualcuno che balla con ai piedi due padelle da letto. E’ esagerato, smodato, fuori dalle righe, iperbolico, eccessivo, di cattivo gusto? Certo che lo è.
E’ strappalacrime, anche? Immagino lo sia. Ebert dice che non è semplicemente strappalacrime, è senza vergogna, ti aspira direttamente le lacrime mediante liposuzione senza anestesia. Io non finisco mai di commuovermi guardandolo, pur senza piangere, ma essendo sentimentale non faccio testo. Qualche scena avrebbe potuto essere tolta o ridotta senza danno. Non dirò nemmeno che Robin Williams e Philip Seymour Hoffman siano al meglio delle loro possibilità di recitazione perché è chiaro che non è così. E’ un film non privo di difetti.
E’ chiaro anche che nessuno dice che tutti quei medici che non fanno ridere i loro pazienti devono per forza avere ingoiato un manico di scopa e andare in giro pensando che quel manico li renda speciali.
Ma oh, di senso di superiorità dei dottori ne sappiamo qualcosa. Di gente che passa, non ti guarda, parla coi colleghi del “caso” e ti chiama col numero del letto, anziché per nome. Di gente che ti guarda con lieve disgusto perché sbagli il nome scientifico di un organo e poi chissà se a casa riesce a cambiare una lampadina. In quei casi sì, credo che chiedere “come si chiama” un paziente sia una forma di cura. Non c’è niente di nuovo. Sappiamo già tutti quanto sia impersonale il sistema. Tutto vero. E non è detto, certamente, che mettersi un naso rosso sia l’unico modo di esprimere uno spirito libero, ribelle e anticonformista. E’ solo uno dei modi possibili. Magari neanche il migliore. E’ un modo, semplicemente.
Ridere fa bene, questo lo sappiamo tutti, ma è chiaro, la comicità è anche una delle cose più soggettive che esistano. Uno può anche restare del tutto indifferente o sentirsi irritato da qualcosa per cui altri si sbellicano (a me capita tutti i momenti). Però ridere “è” una forma di cura, e soprattutto è una forma di cura realizzare desideri. Anche senza ridere. Ridere non è il punto. Il punto è vedere gli altri. Fino in fondo e pagandone il prezzo. Una delle scene che mi piacciono di più è quella in cui “Patch” e Bill Davis fanno a gara a chi trova più modi, eufemistici, scherzosi, scientifici o quel che sia, per indicare la morte. Non si ride e non si piange, qui, secondo me. Si legge la paura dietro la rabbia e si va oltre, si mette in scena ciò che spaventa per renderlo più vicino e meno minaccioso. Lo sapete che sono strana, ma a me questa scena trasmette davvero un senso di pace. Magari non funziona per tutti, ma per ognuno si trova un modo diverso perché ognuno “è” diverso.Il punto è non scappare, affezionarsi, accettare la perdita, il rischio del dolore.
Our job is to improve health. You know what that means? That means improving the quality of life, not just delaying death.
Neanche questa è una novità, ma siamo ancora a dibatterci nelle sabbie mobili di questi argomenti.
What’s wrong with death, sir? What are we so mortally afraid of? Why can’t we treat death with a certain amount of humanity and dignity and decency and, God forbid, even humor?

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29 Pensieri su &Idquo;38. Patch Adams

  1. Mia figlia ha incontrato il vero Patch Adams a una conferenza e ne è rimasta entusiasta. Credo che al di là dei pregi o dei difetti cinematografici questo film abbia messo sotto i riflettori un certo modo di approcciare il tema della guarigione. Buona serata

    • Mi sono resa conto che nemmeno ho raccontato la trama. rimedierò. Ma sì, sono d’accordo. e credo che abbia anche scoperchiato qualche vaso che specialmente in America, qualcuno avrebbe preferito rimanesse chiuso (sul tema assicurazione e salute). grazie, altrettanto 🙂

  2. Un po’ di tempo fa è venuta da me una cliente, più o meno della mia età. La conosco da anni ormai, ne ha passate tante ma ha un modo di affrontare la vita a testa alta che la rende magnifica, forte, da ammirare. Quel giorno aveva gli occhi cupi, senza luce. Mi mette in mano un fascio di fogli, mi guarda bene in faccia e mi dice sii sincera. Ho letto, ho deglutito, ho respirato per prendere coraggio e ho parlato, con tatto ma sinceramente, senza parolone altisonanti.
    Mi ha baciato prima di andare via, perché le ho spiegato meglio del suo medico, perché “se devo morire voglio sapere di cosa”. A volte una risata ci vuole proprio, se no non ha senso vivere. Un bacio grande ❤

    • Già… anch’io la penso così. Ora. Poi chissà. Non è facile per nessuno dire e sentir dire la verità e anche da parte tua c’è voluto un cuore grande. Le risate sono un grandissimo dono. In ogni momento e fino all’ultimo, questo almeno è il mio pensiero. ❤

  3. Anche a me è piaciuto moltissimo, l’ho visto più volte. La scena tra Peter Coyote e Robin Williams è davvero dissacrante, ma il film è pieno di momenti così. Probabilmente la vita andrebbe presa con più leggerezza.

    • La leggerezza è proprio una delle caratteristiche di Robin Williams (dei suoi film, dei suoi spettacoli, delle sue interviste) che amo di più. Non è stato facile rivedere il film, benché anch’io l’avessi visto più volte, anche proprio per i temi che tratta. E’ quel tipo di leggerezza di cui è capace chi ha profonda conoscenza delle persone e delle loro necessità, oltre che delle loro reazioni (Robin era appassionato di neurologia e uno studioso del comportamento umano). Chi sa come alleviare il dolore perché ne conosce tutte le pieghe e non lo sminuisce mai, proprio per questo riesce a sentire e far sentire la gioia e la bellezza con la stessa intensità. Quando ci riesco, nei momenti difficili, cerco di portare quel tipo di leggerezza nella mia vita. Il suo sguardo sugli altri e sulle cose, il suo modo di scherzare, il suo modo di partecipare alle emozioni altrui. E’ un grande aiuto…

      • Mi stai facendo apprezzare un attore/Uomo- credo che la maiuscola ci stia tutta- che conoscevo solo di sfuggita, da bimba con Mork&Mindy e poi un paio di film, i più famosi…

      • Io mi domando come una persona col suo talento possa fare una fine così terribile, a tanti artisti e letterati è capitato, forse hanno scavato troppo dentro di sè o forse semplicemente erano più deboli di quello che apparivano con le loro opere. Io non riesco più a vivere con leggerezza, forse non ci sono mai riuscito, per fortuna ogni tanto trovo rifugio nella scrittura, visto che il mondo del lavoro non mi vuole più (ma io nemmeno lo voglio). Buona giornata.

      • Ne ho scritto tanto, e certo non sono sicura di sapere come sia andata. Ma la citazione dal film non è casuale. E’ quello che lui ha sempre sostenuto, come si è sempre comportato, giocare con la vita e la morte ad armi pari. Era stato operato di cuore due volte (e ne era uscito con più voglia di vivere di prima), ma di recente aveva scoperto di avere il Parkinson e il morbo di Lewy e di essere destinato a una morte lenta e a perdere la ragione. Cosa avrebbe dovuto fare? E’ stata una morte terribile? Forse, ma vivere senza la libertà di essere quello che hai sempre voluto essere è peggio. anche per le persone che ami. Credo sia stata una scelta di coraggio e di coerenza, non di debolezza. Ha vissuto come ha voluto, credo che sia anche morto come ha voluto. “He was a comedian. He lived on his own terms, even to the end” (e questa è tratta da “Moscow on the Hudson”). Ha sistemato le sue cose, e poi è “andato via”. Non è stato sempre forte (chi lo è?), ma una persona di notevole statura intellettuale (suonava un paio di strumenti, parlava varie lingue, aveva milleuno interessi) e libertà morale, anticonvenzionale nel senso più vero della parola, senza ostentazione ma nei fatti. Capace di amare profondamente la vita e accettarla con tutto quello che comporta. Così l’ho sempre visto, così continuo a vederlo.
        Capisco profondamente il sollievo che dà la scrittura. Io non sono mai stata granché capace di leggerezza. Sto imparando, e anche quel poco mi serve enormemente 🙂

      • Io con la mia domanda non volevo giudicare, ma solo capire. Credo che non ci siano risposte valide per tutti. Siamo così diversi, seppur simili! Mi rendo conto che anche a me non piacerebbe l’idea di diventare un vegetale, forse a nessuno piace, anche se i credenti hanno la fede che li sostiene, assieme alla speranza, ma non è il mio caso. 🙂

      • No, non l’ho sentita giudicante. La mia risposta è quella che mi sono data io perché è da sempre una delle persone che stimo e ammiro di più, e la notizia ai tempi mi aveva sconvolta, non riuscivo a crederci. Ho pensato che dovesse esserci una ragione molto forte e ne ho avuto conferma. Sono d’accordo con te, non ci sono risposte valide per tutti. Ma se a me succedesse di trovarmi in una situazione simile, vorrei avere il coraggio (e l’altruismo) di prendere quella decisione. Che non è facile, mai, in qualunque cosa si creda o non si creda. E certo non giudico chi ritiene che si debba accettare qualunque sofferenza, ma non è il mio pensiero, anche perché appunto, non si tratterebbe solo di me ma anche delle persone che ho vicino. Dico la verità, non so se poi quel coraggio l’avrei. Ma vorrei averlo. E il mio rispetto nei suoi confronti è aumentato insieme all’affetto e al dolore per quello che ha dovuto affrontare. Lui significa moltissimo per me, per questo “studio” così approfonditamente quello che lo riguarda. Sto scrivendo un libro. E di quello che c’è qui dentro, sono pochissime le cose che non siano scritte per lui 🙂

  4. Se solo tutti riuscissimo a prenderci un po’ più cura delle anime altrui, a trattare l’essere umano con la stessa attenzione che siamo soliti riservare ai nostri affetti più cari! Probabilmente sarebbe un universo parallelo, però sono certa che l’amore dato ci renderebbe migliori,
    Amo le persone che sanno sdrammatizzare stringendo i denti, quelle che credono che finché ci sia vita ci sia anche speranza, speranza di allietare ed alleviare. E quale rimedio migliore di un bel sorriso? ❤

  5. C’e’ un equivoco di fondo nella critica di Ebert e anche in certe tue parole su alcune esagerazione di Patch prima del film: certo che la salute o meglio la malattia e’ una cosa seria, ma anche ridere, far ridere, e’ una cosa seria. Due padelle per orecchie sono un atto d’amore che non nega la morte ma l’accantona per qualche istante. Naturalmente non e’ facile portare due padelle per orecchie, occorre convinzione e fede nel prossimo.
    ml

    • Le padelle erano ai piedi a dire la verità 🙂
      Accipicchia se sono d’accordo con te. Moltissimo. Che ridere e far ridere sia una cosa seria. Che sia un atto d’amore. Su tutto. Ci vuole grande intelligenza per essere esagerati e fuori dalle righe non per esibizionismo, ma per scardinare le abitudini e le idee precostituite, per amore appunto, quindi non per sé ma per gli altri. Credo che questo faccia tutta la differenza. Ed è anche, credo, la differenza tra me e Ebert. Lui trovava il film “falso”, a causa delle sue esagerazioni (soprattutto, diceva che a lui le trovate di Patch non sembravano affatto divertenti, ma irritanti e ha molto criticato anche la storia d’amore, comunque). Io, in parte almeno, lo sento “vero” per la stessa ragione. Forse non era chiaro questo passaggio, in effetti. Ho scritto un po’ troppo di getto. In realtà, le scene che secondo me potevano essere un po’ abbreviate sono proprio quelle più “strappalacrime”, ma ovviamente anche questo è soggettivo. Per dire, la farfalla. Quando Patch si rivolge a Dio e gli dice “you are not worth it”, l’ho trovata una frase (e una scena) molto forte. Si poteva chiudere lì (pensiero strettamente personale, anche se capisco che ci fossero ragioni anche in favore della farfalla). Lo stesso vale per la scena finale, che ricorda (sempre secondo me) un po’ troppo Dead Poets’ Society senza l’intensità e la freschezza di quella. Resta un film che a me personalmente coinvolge molto.

  6. Credo sia un film da interpretare, da guardare con uno sguardo critico e uno sguardo sentimentale… può sembrare lontano dal reale, e forse in un certo senso lo è… ma contiene un messaggio attualissimo 😉

    • In realtà io lo trovo estremamente reale. Non perché è una storia in buona parte vera, né tantomeno perché siamo tutti capaci di comportarci come Patch, ma perché molti di noi “vorrebbero” farlo e questo è il primo passo. E’ reale come una fiaba. Possiamo immedesimarci, vivere attraverso il racconto le nostre difficoltà, le nostre paure e il nostro dolore ed “esorcizzarli” in un certo senso. Non negarli, ma non permettere loro di impedirci di vedere tutto il resto. 🙂

  7. Pingback: L’elenco promesso – II parte | intempestivoviandante's Blog

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