IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IV – I

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I

– E’ incredibile – disse Elisa. – Ormai sono mesi che ci vediamo praticamente tutte le settimane e non hai neanche rivisto Matteo. Quand’è che pensi di venire a trovarlo?
Andrea pensò che lo sconcerto doveva leggerglisi molto bene in faccia.
– Non so, Elisa, non credo di sentirmela, non gli ho più scritto da anni.
– Ma questo non ha importanza! Era il tuo migliore amico, e se conosco Matteo, gli anni che sono passati non sono certo un ostacolo. Con tutto quello che ti è successo, capirà sicuramente.
Non poteva. Ma non poteva neanche rifiutare, non senza spiegare la ragione vera.
Un invito a cena, e la speranza di riannodare un rapporto interrotto da anni con l’uomo che aveva sposato la donna che lui, con un bel po’ di anni di ritardo, aveva scoperto di amare. Niente male come situazione da tragedia – o da commedia. Il suo migliore amico. Ma Matteo lo aveva mai davvero scelto, o aveva accettato la loro amicizia così, per caso, come faceva sempre con i doni della vita, raccogliendo i frutti come fortune inaspettate, contento che toccassero proprio a lui, ma senza sentirne in alcun modo la mancanza quando non c’erano? Niente più mezzi termini, adesso. Se lui fosse stato certo che Matteo non amava Elisa, la sua lealtà avrebbe preso una forma completamente diversa, non avrebbe avuto più niente a che fare con una famiglia che non esisteva più. Quell’amicizia poteva solo ritrovarsi nonostante tutto, oppure morire definitivamente.
– Va bene – disse. – Tu dimmi quando vi è comodo, e io verrò.

Matteo accolse Andrea con una pacca sulla spalla che si trasformò rapidamente in un abbraccio
“Non sai quanto mi fa piacere rivederti. Mi dispiace che con Barbara le cose siano andate come sono andate, ma ho sempre sperato che un giorno o l’altro avresti comunque finito per tornare, in un modo o nell’altro”.
Eppure non era del tutto sincero. In parte, sì. Quella distanza così faticosamente costruita in tanti anni era stata annullata in un attimo, improvvisamente ridicola di fronte ai suoi stessi occhi, nel momento stesso in cui se lo era trovato davanti. Ma dall’altra parte…. C’era stato un tempo in cui avrebbe voluto fingere che Andrea non fosse mai esistito. Quel tempo aveva lasciato tracce. Tracce lievi, certo, ma ancora visibili.
– Ci ho messo qualche anno in più di quello che credevo, ma alla fine… – Andrea aveva parlato quasi con leggerezza, il sorriso di chi non ha lasciato che il passato potesse cambiare il suo modo di essere. Tuttavia, c’era nei suoi occhi un che di guardingo, di stonato.
– Lo so che avevate cercato tutti di mettermi in guardia… ma non puoi costringere qualcuno a vedere se si ostina a voler essere cieco. Tu avevi ragione e io avevo torto e non è stata la prima né l’ultima volta. – proseguì Andrea, e ancora a Matteo parve di cogliere qualcosa… ma niente di definibile.
– Non saprei. Io ho sempre avuto ragione ogni volta che avrei voluto avere torto – ammise con un po’ di amarezza. – E se io avevo ragione su certe cose, tu avevi ragione su certe altre. Tu eri quello che prendeva le decisioni, io ero quello che non sapeva decidersi mai. Tu eri quello che viveva le avventure, io ero quello che non si allontanava mai troppo dalla porta di casa. Tu non avevi paura di difendere i tuoi sogni da tutto e tutti, io avevo paura di mia madre e del mondo intero. – Perché gli stava raccontando tutto questo, ora? Non gli era mai piaciuto scoprirsi tanto, con nessuno. Forse neppure con se stesso.
– Forse è solo che le mie paure le so nascondere meglio… E comunque non mi idealizzare troppo. Anche tu avevi delle cose che ti invidiavo. Per esempio, tu non hai mai avuto bisogno di far finta di sapere esattamente cosa fare. Le tue indecisioni, le tue esitazioni, le facevi vedere anche agli altri, e ci vuole coraggio per questo. E poi con tutti i tuoi dubbi, tu eri sempre con noi. Pensavi, riflettevi, obiettavi e poi alla fine non ti sei mica mai tirato indietro. Anche se non ti piaceva quello che facevamo.
– E’ stato un periodo meraviglioso. Non ho saputo godermelo e adesso è troppo tardi, ma ho tenuto tutto nella memoria, non c’è niente che vorrei buttare via o dimenticare. Oggi amo tutto quello cha abbiamo fatto, incondizionatamente.
– Non guardare le cose con lo specchio della nostalgia. I ricordi sono qualcosa che si chiude in un cassetto e si guarda ogni tanto con una specie di voluttuosa malinconia, come le foto di quando eri ragazzo o il primo disegno di tuo figlio. Non fanno parte davvero della tua vita.
Matteo sussultò, suo malgrado. Era così che era successo, certo. E non solo per le sue avventure di gioventù.
– Dobbiamo fare i conti con i nostri limiti per poter meglio difendere tutto il resto, con le unghie e coi denti – continuò Andrea. – Perché i nostri figli capiscano. Tutto quello in cui credi va rimesso in discussione continuamente, perché sopravviva. Forse gli operai, gli operai come erano allora, non ci sono più e nessuno di noi del resto è uguale ad allora. Puoi anche dire, magari, che Drive-In ha sostituito la rivoluzione e che nessuno si sogna più di combattere il consumismo perché i desideri dei borghesi sono diventati i desideri di tutti. Ma non sta a noi dire ai ragazzi come devono usare le cose che gli diamo. Possiamo solo mettergliele in mano e saranno loro a distinguere il grano dalla gramigna. E’ nostra, però, la responsabilità di vivere secondo le nostre passioni.
– Quindi stai dicendo che non hai rimpianti o che li hai? Mi sento confuso – Matteo scherzava, eppure si accorse che la sua voce tradiva una certa irritazione. Del resto Andrea aveva sempre avuto il potere di irritarlo, ogni volta che scuoteva le sue certezze, e accadeva spesso.
– Rimpianti? Qualcuno, forse. Se scavi abbastanza a fondo forse tutti hanno almeno un rimpianto, fosse solo che vorremmo avere di nuovo vent’anni con la serenità che puoi raggiungere solo a quaranta. Ma a dire la verità non ci penso molto. Ho capito che non vedrò il mondo che volevo, non nella mia vita. Qualcuno ha preteso di prolungare con le armi un sogno che era già morto, altri sono tornati a fare i borghesi, e io sono uno di questi. Sono un medico, e un medico è un borghese, in tutto e per tutto. Ma per quanto strano ti possa sembrare, sono contento di questo mio modo di essere borghese che devo al ’68. Sono un medico, non saprei fare altro. E se mai mi viene la tentazione di far dell’ironia su chi non sa spiegare bene i suoi mali, faccio esercizi mentali pensando a me stesso che cerco di spiegare un guasto all’impianto idraulico, di sventare una rapina o di fare una lezione a un gruppo di alunni di prima elementare. Sono situazioni in cui mi renderei talmente ridicolo da togliermi ogni possibile senso di superiorità. Sono borghese senza orgoglio e senza rassegnazione, sono borghese senza mai smettere di cercare di essere anche qualcosa di diverso, e combatto ogni giorno la mia ipocrisia, la mia viltà, la mia pigrizia, la tentazione di pensare che potrei benissimo star bene come sto e che il mondo comunque va avanti da solo per la sua strada, senza di me.
“E non è così?”
“Certo che è così, in un certo senso, eppure nello stesso tempo non è così. Sisifo ogni giorno porta sulla montagna la stessa pietra e quella continua a rotolare giù e tutto il suo lavoro sembra inutile. Ma le sue impronte scavano un solco, che nel corso della storia contribuisce, per quanto in maniera a malapena percettibile, a dare alla montagna la sua forma. Senza di lui, la montagna non sarebbe esattamente quella che è.
– Mamma mia che discussione impegnata –Elisa sorrideva ma anche lei sembrava a un tratto inquieta, per qualche ragione. – Comunque il ’68 appartiene davvero al passato, è solo il periodo in cui eravamo ragazzi e ci piace pensare che fosse meraviglioso. E’ tutto qui, non credete?
– No.
– No?
– No, non è tutto qui, non per me. Tutto quello che sono stato e quello che sono oggi lo devo a quel periodo. Le mie idee, il modo in cui faccio il mio lavoro, quello che cerco quando viaggio, il mio rapporto con le persone, le mie paure, il mio coraggio se ne ho. Il tempo in cui viviamo è tutt’altro che ininfluente sulla nostra anima, siamo forgiati dal passato nostro e da quello dei nostri antenati, ma la memoria è un oggetto che va maneggiato con cura. Sono contento di essere quello che sono, e niente di tutto questo potrebbe esistere se avessi fatto allora scelte diverse. Volevamo tutto, e solo in questo senso abbiamo perduto. Ma non si perde mai definitivamente. E se abbiamo perduto per non aver voluto dimenticare il senso delle cose che facciamo, allora è stato meglio così.
– Non siamo più quelli che eravamo allora – continuò lei, irritata con se stessa per la nota di rimpianto e insieme di rassegnazione che la sua voce tradiva.
– Nessuno di noi lo è. Ma se tu mi chiedessi se vorrei avere di nuovo vent’anni non saprei risponderti. A vent’anni siamo felici nella misura in cui siamo inconsapevoli di qualunque cosa al di fuori di noi stessi. Forse è una condizione invidiabile, per un po’, ma i vent’anni appartengono a chi li ha, e oggi non vorrei rivivere quel tipo di felicità e non ne sarei capace se volessi. Credo che ad ogni età dovremmo chiedere quello che può darci.
– Mi ricordo quando parlavi di come si deve fare il medico, della responsabilità di chi conosce il dolore così da vicino… – Matteo voleva ancora lasciarsi commuovere, dopotutto, dal suo passato privato, da quello che voleva conservare.
Elisa annuì. – Non le ho mai dimenticate quelle parole. Ci penso spesso, quando lavoro, perché anche un giudice è molto vicino al dolore, sai? Non pensare mai che la tua parte sia inutile… – disse le ultime parole come a se stessa, piano, guardando un punto nel vuoto. Ma lo stesso era come se avesse parlato solo per Andrea. No, pensò Matteo, si capiva che non ne era innamorata. Non più. O non ancora. Ma li sentiva uniti da qualcosa che avevano sempre condiviso e lui non aveva mai capito. E poche cose aveva visto così chiaramente nella vita come quello che c’era adesso negli occhi di Andrea.
Tutto quello che portava dentro da tanti anni esplose all’improvviso. Si alzò in piedi.
– Si è fatto tardi – disse con una freddezza che a malapena nascondeva la furia trattenuta – e sono molto stanco. Vuoi scusarmi, Andrea?
Elisa lo guardò a bocca aperta, evidentemente chiedendosi che cosa gli era preso. Andrea invece non sembrava affatto stupito, ma il dolore nei suoi occhi colpì Matteo come una sua personale ferita.
– Ma certo. Stavo proprio per andare via – rispose.
E nonostante tutto Matteo sapeva di avere ancora sul volto quell’espressione quasi sprezzante. Odiandosi, ma non poteva cancellarla. Andrea non abbassò lo sguardo, anche se i suoi occhi sembravano un po’ velati. Appena prima di uscire si voltò indietro a guardarlo. – Per quello che vale, Matteo, non sono venuto per ferirti ma per capire. Quando è che si tradisce un’amicizia? Credevo di saperlo, ma non ne sono più così sicuro. Però se mai dovessi avere bisogno di me, io ci sarò.

L’eco di quelle parole altisonanti continuò a rimbombare nella testa di Andrea anche fuori dalla casa, per parecchi minuti. Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione. Ancora Pasolini, la ragione e la passione come fari a illuminare ogni strada, fosse amore o politica. Sembrava una fanfaronata e non lo era, ma è proprio quando uno cerca di esprimere i suoi sentimenti senza pudore che la retorica è in agguato e questo lo sapeva da tempo. Oppure voleva credere di essere migliore di quello che era? Non aveva più dubbi. Era evidente che Matteo non amava più Elisa, eppure non c’era nessun sollievo in questo. Aveva voluto sfidare la loro amicizia, vedere se avrebbe potuto sopravvivere, e fino a che punto. Aveva avuto la sua risposta.

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9 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IV – I

  1. Siamo arrivati allo scontro verbale tra Matteo e Andrea. Matteo mi è apparso fragile e incapace di difendere le proprie idee. Andrea lo surclassa per pragmatismo. Andrea accetta la realtà non con rassegnazione ma con la consapevolezza che il tempo passa, le idee restano ma la vita è un altro oggetto.
    Ho molto apprezzato questa affermazione di Andrea ‘ Rimpianti? Qualcuno, forse. Se scavi abbastanza a fondo forse tutti hanno almeno un rimpianto, fosse solo che vorremmo avere di nuovo vent’anni con la serenità che puoi raggiungere solo a quaranta. Ma a dire la verità non ci penso molto. Ho capito che non vedrò il mondo che volevo, non nella mia vita. Qualcuno ha preteso di prolungare con le armi un sogno che era già morto, altri sono tornati a fare i borghesi, e io sono uno di questi.’ perché è molto vicina al mio modo di pensare. Il passato va visto come tale. Ogni tanto si dà una sbirciatina dentro ma si deve guardare al futuro.
    Cosa succederà adesso? Elisa voleva vedere o ingenuamente ci ha provato?

  2. Pingback: IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IV – II | intempestivoviandante's Blog

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