IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo V – I

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Questa è una parte che non sono sicura di inserire nella versione finale del romanzo, vediamo che ne pensate 🙂

I

Stéphanie si svegliò lentamente, e si alzò a fatica. Il giorno prima aveva piovuto ininterrottamente, eppure sembrava che adesso ci fosse il sole, un sole brillante che scintillava provocatorio, guardandola con ironica strafottenza. Matteo le mancava. Gli aveva dato tempo, e adesso si accorgeva che invece aveva fretta. Erano mesi che era tornata in Francia, lui continuava a scriverle, ma questo non le bastava a capire cosa c’era davvero nella sua testa.
Le avevano chiesto di andare a seguire un ciclo di incontri di un certo professor Grenville, sul ruolo dell’infelicità nell’amore, o qualcosa del genere. Non si sentiva proprio dell’umore adatto.
Fece colazione con calma, prendendo tempo. Uscì di malavoglia, irritata con quel cielo così perfetto, senza nemmeno la più piccola nuvoletta bianca. Arrivò tardi, ma la conferenza era appena cominciata. La sala era molto piccola e gli spettatori erano pochi, non più di una ventina, ma sembravano interessati. Come nel Faust, gli spiriti erano venuti da soli, senza bisogno di magie, pensò sarcastica.
– Molti di noi pensano di essere sfortunati e mediamente infelici. – stava dicendo il professor Grenville. – Vi siete mai chiesti perché? Immagino che ve lo siate chiesto. Ora, per quanto riguarda il rapporto tra amore e infelicità, che è l’argomento di queste mie chiacchierate, potrebbe sembrare un argomento un po’ menagramo – qualcuno nella sala ridacchiò. – La verità è che io mi sono posto il problema perché ho trovato che di solito è molto difficile dire perché scegliamo una certa persona, perché ci innamoriamo, ma c’è una tendenza che ho trovato in molti, ed è quella di scegliersi la persona con cui è più probabile che saranno infelici. – Risate e cenni di approvazione.
Naturalmente so benissimo che la ricetta della felicità non esiste, ma il fatto è che ho visto con frequenza statisticamente impressionante uomini e donne – in questo caso senza grandi differenze – scartare l’idea di uscire con un’altra persona perché “con lui/lei mi diverto, va bene come amico, ci sto bene, ma l’amore è un’altra cosa”.
Ah, e qui siamo arrivati al nocciolo della questione. L’amore è un’altra cosa. Quando siamo patiti, il viso scarno, l’aria di chi non dorme da mesi – e qui fece alcune buffissime smorfie, imitando una persona dall’aria molto sofferta. Quando qualcuno ci fa stare veramente molto male, solo allora pensiamo “quanto soffro, evidentemente è perché lo amo moltissimo”.
E’ da quando andiamo a scuola che ce lo dicono, no? Amore e morte, il vero amore non può mai essere ricambiato, e se è ricambiato deve esserci qualche altra cosa terribile che ci impedisce di essere felici. Potremmo avere una vita serena, un amore ordinariamente felice? Ma no, noi vogliamo qualcosa di straordinario, vogliamo essere Anna Karenina, Madame Bovary, il Giovane Werther…. Vogliamo un amore infelice, perché almeno sapremo che è amore. Nessuno ci ha insegnato a capire se amiamo o no una persona quando siamo felici.
Sapete chi erano Filemone e Bauci? Vedo alcune facce stranite, dal che deduco che non tutti lo sanno.
Dunque, Filemone e Bauci erano due vecchietti greci, vissuti un bel po’ di secoli fa, che si amavano di un grande amore, ma un amore molto tranquillo e poco tragico. Niente suicidi, niente dee gelose che avessero scatenato la loro furia con qualche orribile vendetta, come in Grecia pare succedesse spesso, niente faide familiari finite con maledizioni destinate a colpire tutta la famiglia, che pure era una bella tradizione del luogo. Erano invecchiati insieme, in poche parole. Un giorno, Zeus ed Ermes decisero di andare a vedere un po’ come andavano le cose in un certo paese, dove abitavano anche Filemone e Bauci, e fingendo di essere viandanti cominciarono a bussare a tutte le porte, ma con una scusa o un’altra, tutti rifiutavano di accoglierli. Ma Filemone e Bauci, che erano molto poveri, divisero con loro il poco che avevano, e alla fine Zeus ed Ermes si rivelarono per dei, sommersero tutto il paese e salvarono solo i due vecchietti, lasciandoli vivere ancora un po’. Tutto quello che loro chiesero come ricompensa fu di morire nello stesso momento, perché nessuno dei due si trovasse a dover vivere senza l’altro.
Ora, io la trovo una storia molto commovente, ma anche qui, nessuno ci dice come avevano condotto la loro vita Filemone e Bauci fino a quel momento. L’unica cosa che sembra degna di essere raccontata è la loro morte, invece a me interesserebbe molto sapere della loro vita, perché era una vita normalissima, anche piuttosto miserella, niente di particolarmente avventuroso o denso di avvenimenti, eppure erano stati baciati dalla felicità.
Adesso io vorrei che rifletteste sul fatto che di solito, se non state bene, sapete precisamente perché non state bene, e se qualcuno ve ne chiede il motivo potete rispondere senza difficoltà. Ci sono persone che dei loro malesseri fanno un argomento di amabile conversazione, sviscerandoli per bene in ogni loro sfumatura.
Ma se qualcuno di voi sta bene – ci sarà pure qualcuno tra voi che non si sente perseguitato dalla sorte – e se io vi chiedessi perché state bene, potreste rispondermi? Sareste in grado di dirmi esattamente che cosa vi rende felici? Volete provare?
Una ragazza si alzò in piedi.
– Io sono felice perché il mio ragazzo non mi ha lasciato – disse, un po’ provocatoriamente. Tutta la sala rise, e il professore si inchinò scherzosamente.
– Immagino che questo sia un ottimo motivo, – ammise. – anche se per esserne sicuro dovrei conoscere il suo ragazzo. Qualcun altro?
– Io sto bene perché non ho né mal di pancia, né mal di testa, né mal di schiena – intervenne un altro, continuando il gioco delle battute.
Grenville sorrise, poi replicò, più serio:
– forse è solo perché siamo rimasti sul piano dello scherzo, però vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che tutti voi avete detto di stare bene per delle cose che non vi sono successe. E’ come se voi consideraste la felicità come qualcosa di residuale. Quando non siete infelici, allora vuol dire che state bene. E anche come qualcosa di statico. Se non succede niente, state bene, mentre se succede qualcosa, tendete a viverlo come probabilmente negativo. Sto esagerando? Può darsi, però vorrei che la prossima volta che ci incontriamo mi faceste qualche esempio, serio, di una ragione positiva che vi fa stare bene. E con questo vi saluto e spero di rivedervi venerdì prossimo.
Stéphanie cercò di intercettare il professore per intervistarlo prima che andasse via. Fortunatamente, vide che si era fermato a parlare con qualcuno. Anzi, diverse persone sembravano essere rimaste incuriosite o divertite dalla sua conferenza e volevano fermarlo per chiedergli qualcosa, tanto che ci impiegò un po’ di tempo prima di arrivare fino a lui.
– Volevo ringraziarla. Ho trovato deliziosa la sua “chiacchierata”, credo che potrebbe essere una delle cose che mi hanno fatto stare bene.
– Ah, ma lei è incantevole, la ringrazio.
– E lei?
– Io?
– Che cosa la fa stare bene?
– Beh, in questo momento potrei risponderle che sono felice di averla incontrata. – vide la sua faccia, e continuò: – Naturalmente lei lo ha preso come un complimento inopportuno e neanche troppo originale, ma ci pensi. Gli incontri non sono forse tra le cose migliori della nostra vita? Non parlo necessariamente dell’incontro con la persona di cui finiremo per innamorarci, anzi, qualche volta quello può essere un incontro anche molto sfortunato. Parlo degli incontri casuali, non sempre destinati a ripetersi. un attore che hai sempre stimato e che riesci ad avvicinare per un autografo, qualcuno con cui hai chiacchierato sul treno, una persona che non vedevi da anni e che incontri sull’autobus e ti sorride, mostrandosi contenta di vederti. Qualcuno che ti fa un complimento inaspettato, anche. Direi che anzi, visto il narcisismo di tutti i conferenzieri, per me questo è il migliore.
Stéphanie rise.
– Ahi, questa sì è una tragedia. Se la donna che voglio conquistare mi trova buffo, cosa mai può esserci di peggio al mondo? – disse lui, portandosi una mano sul cuore con gesto drammatico.
Lei rise di nuovo, poi gli disse:
– Allora, visto che ho reso più bella la sua giornata, spero che mi concederà un’intervista.
– Ah, l’intervista. Ma certo, lei è la giornalista che lavora per quella rivista di arte e letteratura. Risponderò volentieri a quasi tutte le sue domande, ma a una condizione.
– Perché “quasi”? – Lo interruppe lei.
– In tutte le interviste che si rispettino c’è sempre qualche domanda a cui non si vorrebbe rispondere, no? Comunque risponderò anche a quelle, se lei verrà a cena con me.
“Ahi”, pensò Stéphanie. Il professore era attraente, a suo modo. Un viso molto francese, un profilo affilato e un po’ angoloso, i capelli bruni non troppo pettinati, occhi scuri e intelligenti. Prima che potesse rispondere, lui continuò:
– Non mi fraintenda, parlo di cena esclusivamente di lavoro, naturalmente. – Il sorriso appena un po’ beffardo sembrava invitarla a contraddirlo, ma lei scelse di credergli. O comunque di accettare in ogni caso.
– Spero che i suoi lettori siano un po’ di più del mio pubblico. Ma si sa, una buona stampa può fare miracoli… A proposito, il mio nome lo ha visto nelle locandine, comunque le rinfresco la memoria, le servirà per l’intervista: mi chiamo Adrien Grenville. Lei invece è Stéphanie Lambras, se non mi sbaglio?
– Si è preparato bene, a quanto vedo. In quanto giornalista, sono obbligata anch’io ad avere una buona dose di narcisismo, ma non tanto da credere che lei abbia letto i miei articoli.
– Ah, sono costretto ad ammetterlo. Ma adesso che l’ho conosciuta, giuro che comprerò la rivista ogni mese, solo per leggerli. Sono sicuro che ne varrà la pena.
– Lei tiene viva la tradizione della galanteria francese – disse Stéphanie con un sorriso.
– E’ il suo senso dell’umorismo che mi ispira. E certo anche il fatto che lei è molto carina.
Fu una serata molto piacevole. Nonostante la promessa, lui le fece una corte serrata tutta la sera, ma quando infine, usciti dal ristorante, tentò di baciarla, lei lo respinse.
– C’è un altro – gli disse, parlandogli di Matteo e dicendo un po’ di più di quello che avrebbe voluto.
– Capisco, scusami. – Disse lui. – Ma mi farebbe piacere lo stesso rivederti, anche solo come amico. – Non era del tutto sincero. Quel Matteo era lontano, lei era sola… Lei esitò un momento, poi rispose:
– Va bene. Solo amici, allora.
– Solo amici. – Confermò lui con un sorriso.

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3 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo V – I

  1. la mia impressione? La parte migliore e che conserverei è quella dell’incontro Grenviulle e Stephanie. Ovvero la parte finale. Quella che la precede è troppo lunga e andrebbe tagliata, accorciata. Un monologo troppo noioso.

    • Forse hai ragione ma sono incerta se togliere tutto anche perché diventa una specie di valzer di tradimenti… ci penso. Tra l’altro questa puntata l’ho proprio sbagliata perché avrei dovuto postare la prosecuzione della precedente, credevo di averla già inserita, sono stordita in questi giorni, in pratica a questo punto dovrò pubblicare martedì la puntata che precede questa e poi andare avanti, ho fatto un po’ di confusione e mi dispiace ma non sto benissimo.

      • mi dispiace che tu non stia bene e ti auguro di rimetterti in fretta.
        Questa puntata l’ho letta con lo spirito con cui tu hai chiesto i nostri pareri.
        Togliere tutto? sarebbe un peccato, perché quello che ho apprezzato ci potrebbe stare benissimo nel contesto della storia. Quello che mi convince di meno è il monologo su amore, felicità e infelicità. Opportunamente tagliato e miscelato con interventi dello scarso pubblico, ci potrebbe stare. E’ in linea con la storia di Matteo e Stephanie.

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