Bianco e nero

Non abbandonarmi, che io ti sto pensando,
sai, perché tu esista, e ci sei anche in quest’urlo
che mi brucia la gola, che mi scava da dentro
fino al grumo oscuro della cieca disperazione,
e non ti vede, non ti sente, l’atroce dubbio
del nulla, del non senso, l’acqua intorbidata
da un desiderio obliquo e irrealizzabile,
da una fede che scompare a tratti e lascia
tracce fangose nel cuore dove non alberga vento.
E sì che avrei offerto la mia bocca e tutto il resto,
per sentirti, il canto dell’universo sospeso a mezz’aria
tremulo come l’incerto filo dell’arcobaleno
appena prima che termini la pioggia, il mio seno caldo
riempito d’attesa, l’abisso che confonde i corpi
senza confini e tempo, non questo baratro inerte,
il gelo incredulo, il terrore insano che niente esista.
E se anche fosse? Ma mi ero abituata a vederti
nelle stelle cadenti e nelle nuvole bizzarre,
e questo silenzio bianco, l’immobilità dei sogni
e degli uccelli migratori che non tornano
mi hanno invischiato il cuore in una rete
a cui s’appiccicano le ali e da cui non so più uscire.
Volevo la tua anima sulle mie labbra, come un segno
di quando i pensieri s’incamminano su una strada
che sia quella giusta non so, ma una strada
che t’incontri in qualche luogo, non importa,
il cielo è dove sei, il mare ti ricorda;
in questo bianco o nero tu sei multiforme colore,
e poi ci sono quelle pietre grandi, e dure, e tu
che m’impedivi di cadere, mentre adesso dalla rete
in cui mi dibatto grido il tuo nome, ma tace
quella voce, non è che un flebile lamento d’illusione,
eppure sai che l’amo, non potrei farne a meno
l’assenza è una guerra, questo silenzio muto
è un’incrinatura del cuore, spaccato dal freddo
dall’eco vuoto di queste pareti chiuse che
mi soffocano il cammino e il volo ed io suono
la tua musica mi prendo cura in qualche modo
alla meno peggio aspettando una luna disattenta
che ti lasci passare, la porta dimenticata aperta
così, per distrazione o forse apposta, per amore
o indulgenza basta che non sia saggezza, oppure
che il senno sia temperato dalla grazia dell’istinto
e si pieghi il resto al capriccio eterno dei pianeti,
che si spenga questo brusio di falene impazzite
e almeno in dormiveglia io possa riavere
le tue mani nelle mie, un tuo cenno, una risposta
o una domanda, lo stupore della luce, fino
a poter morire di notti e brividi, e morire ancora
e mille altre volte vivere oltrepassando ogni soglia
ripetere ogni errore fino a sfinirmi di sbagli e di carezze
lasciando indietro la pelle e tutte le ragioni, che resti
solo un respiro nudo, e noi, e nient’altro.

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