IL BOSCO – PARTE IV Capitolo VI

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Era da troppo tempo che Raf si portava quell’enorme peso dentro. Tutti lo consideravano un ragazzo sempre allegro e disponibile, a cui piaceva stare con gli altri, e che non si lamentava mai di niente. Ed era così davvero. Ma gli era impossibile essere del tutto sincero. Non ne aveva il coraggio. Sapeva che cosa la maggior parte della gente avrebbe pensato, se avesse detto la verità. Anche i suoi amici, con la loro visione di un mondo diviso in bianco e nero, senza spazio per le sfumature e per le differenze, e forse persino suo padre e sua madre, Cristina, magari anche Elisa, che tra tutti era la persona che sentiva più vicina. Così col tempo si era isolato sempre più, in una sorta di esilio che non avrebbe voluto, ma che considerava, con una sorta di stanca rassegnazione, come inevitabile.
Naturalmente sapeva che la sua famiglia lo avrebbe accettato, qualunque cosa avesse fatto, e comunque fosse. Suo padre certo non lo avrebbe giudicato, e nemmeno Elisa. Tutti, anche sua madre e Cristina gli volevano abbastanza bene da affrontare praticamente qualsiasi cosa. Eppure… anche senza giudicarlo, avrebbero continuato a considerarlo come sempre, il Raf che conoscevano, il Raf che amavano, oppure ci sarebbe stato qualcosa di diverso, quel disagio che aveva sentito sempre, quelle rare volte che aveva provato a presentarsi senza maschere, credendo di essere con persone con cui avrebbe potuto farlo? Aveva paura del disagio degli altri nei suoi confronti.
Forse però era venuto il momento di parlare, di lasciare che qualcuno almeno potesse conoscere anche quella parte nascosta di lui, perché se anche solo una persona avesse mostrato di non fare nessuna differenza, allora avrebbe potuto sperare che ce ne sarebbero state altre, avrebbe potuto ritrovare il coraggio.
Andò a casa di Elisa. Era lei, sempre così forte, che aveva vissuto il dolore e lo vedeva tutti i giorni nel suo lavoro, eppure così innamorata della vita, sempre pronta ad appoggiare gli altri e dar loro fiducia, l’unica che poteva restituirgli la voglia di portare avanti la lotta contro tutto quello che a volte gli faceva sentire l’inutilità di qualunque sforzo, e la fatica di vivere.
Sapeva anche che Matteo era partito per il fine settimana con i bambini, quindi lei sarebbe stata sola. Sarebbe stato meno difficile.
Ma Elisa non c’era.
In quel momento di disperazione quello gli parve un abbandono. L’ennesima conferma che non avrebbe mai trovato quello che cercava, che sarebbe stato solo sempre.
E quel pensiero che era nella sua testa divenne una decisione lucida e determinata. La decisione di uccidersi. Sapeva quello che doveva fare. Sapeva esattamente quali farmaci doveva ingoiare, e ne conosceva a memoria le dosi, quelle che non gli avrebbero lasciato possibilità. Ci aveva pensato, e non era la prima volta. Non avrebbe mai avuto il coraggio di uccidersi con una lama, e non avrebbe saputo dove trovare una pistola. Aveva escluso il gas, perché avrebbe potuto mettere a rischio la vita degli altri. Persino in quel momento Raf restava il dolce, affettuoso ragazzo che pensava agli altri più che a se stesso, e che avrebbe trovato intollerabile far del male a qualcuno che non centrava. Non più di quanto sarebbe stato inevitabile. Aveva pensato a lungo anche a quelli che avrebbe lasciato, al loro dolore. Ma il suo dolore era arrivato ormai a un punto in cui non sarebbe stato più capace di sopportarlo.

Elisa tornò a casa qualche ora dopo. Le sembrava strano, irreale, quel silenzio, senza i bambini con il loro vociare, le liti, le risate, la confusione che creavano.
Andò in cucina, le parve che qualcosa fosse stato spostato. Non si sarebbe preoccupata, Raf veniva spesso a trovarla, e sapeva di poter fare come a casa sua. Anche Cristina ogni tanto capitava di sorpresa. Ma era molto strano che andassero via senza salutarla, o almeno lasciarle un biglietto, e se c’era qualcuno, perché tutto era così silenzioso?
Guardò in tutte le stanze.
Raf era nella camera degli ospiti, quella che aveva usato anche lui qualche volta, quando si era fermato a dormire. Sentì il suo strano modo di respirare e in qualche modo capì immediatamente che non stava dormendo. Gli si avvicinò, lo chiamò, ma lui non rispose. In seguito non avrebbe neanche saputo dire se aveva davvero gridato, o se quell’urlo spaventoso, irrefrenabile, le era rimasto nell’anima.
Chiamò un’ambulanza. Vennero in pochi minuti, ma era troppo tardi. Glielo dissero subito che sarebbe stato difficile salvarlo, e dopo, all’ospedale, quando un medico le confermò che non c’era più niente da fare, tutto si confuse in una nebbia di incomprensione. Non sapeva quanto tempo era passato, non sapeva più niente. Ricordava soltanto, con spaventosa nitidezza, il momento in cui aveva trovato suo fratello sul letto in fin di vita.
I medici dovevano aver chiamato la polizia. Le chiesero se aveva lasciato qualche lettera, qualcosa che spiegasse il suo gesto, ma Elisa era appena in grado di spiegare che non aveva visto niente, non aveva pensato a niente se non a cercare di salvarlo.
Rivedeva la solitudine che qualche volta aveva scorto nel suo sguardo, si chiedeva che cosa non aveva capito. Raf non aveva mai parlato tanto di sé, ma forse in qualche modo le aveva chiesto aiuto, aveva mandato dei segnali che nessuno aveva raccolto. Aveva tenuto per sé tutta quella disperazione, e lei non era stata capace di vederla.
L’idea che non lo avrebbe visto mai più era insopportabile. Elisa scoppiò in singhiozzi disperati, senza conforto. In quel momento il rimorso era più forte persino del dolore, e la lacerava. Credeva che sarebbe rimasta così per sempre, che per tutta la vita non avrebbe mai potuto smettere di piangere, schiacciata dal senso di colpa per non aver saputo leggere nei pensieri di Raf, anche se lui aveva fatto tutto quello che poteva perché nessuno ci riuscisse mai.
Un poliziotto la riaccompagnò a casa, le chiese se voleva che chiamasse qualcuno. Elisa pensò ad Andrea come un riflesso automatico, ma non poteva chiamare Andrea, riversandogli addosso tutta quell’angoscia spaventosa. E poi lui stava sicuramente lavorando. Una parte di lei riusciva ancora a ragionare, anche se si sentiva così stordita. Il dolore sembrava irradiarsi dentro di lei da un orrendo buco nero che aveva nello stomaco, espandersi in tutto il suo corpo. Non riusciva a muovere le gambe, non riusciva a respirare. Sembrava che anche il sangue dovesse smettere di scorrerle nelle vene. Ma una parte della sua mente ancora resisteva.
– La ringrazio, adesso chiamerò i nostri genitori. Loro lo sanno già, vero?
– Sì, l’ospedale li ha chiamati. Se le serve qualcosa me lo faccia sapere. – le disse lui con dolcezza. Poi se ne andò, rattristato per lei. Era una cosa tremenda quando moriva un ragazzo di poco più di vent’anni, ma un suicidio era devastante.
Elisa si sdraiò. Non voleva dormire, solo che le sembrava impossibile muoversi, pensare, parlare con qualcuno. Non c’era niente che avesse senso nella sua testa. Si addormentò, invece, ma il sonno non le portò nessun conforto, solo incubi. Raf che fuggiva nella nebbia, inseguito da un enorme cane rabbioso. Lei che cercava di raggiungerlo, ma le sue gambe diventavano sempre più pesanti, di piombo, e avrebbe voluto gridare ma non uscivano suoni dalla sua gola. E all’improvviso davanti a lei c’era qualcuno che voleva accoltellarla, e lei non poteva né muoversi né parlare. Si svegliò con un senso di gelo, un tremito che la scuoteva in tutto il corpo.

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5 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV Capitolo VI

  1. una puntata triste e intensa allo stesso tempo. Un finale che lascia qualcosa in sospeso. Cosa ha percepito Elisa?
    Hai ben descritto sia il dramma di Raf che l’angoscia di Elisa.
    Sempre più intrigante e seducente questo affresco che stai dipingendo.

  2. Terribile. Un brano che mi colpisce e mi coinvolge in modo particolare. Speravo tanto in lieto fine…. I segnali dei ragazzi alle volte non si colgono, presi come siamo dalla vita frenetica e dagli impegni incessanti

    • Questo episodio del roman<o è un dubbio che mi porto dietro da quando ho iniziato a scriverlo, e parliamo di oltre vent'anni fa. Ogni tanto ho pensato di cambiarlo perché mi affeziono ai miei personaggi. Però l'ho sempre lasciato. Del resto pensavo che da quell'epoca le cose fossero cambiate ma temo in realtà non poi tanto. E hai ragione anche sul fatto che spesso non cogliamo i segnali dei ragazzi (e delle persone che ci sono vicine, in genere). Trascuriamo troppe cose pensando che troveremo il tempo in un secondo momento ma non sempre è possibile.
      Grazie del tuo passaggio

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