41. A.I. Artificial Intelligence / Intelligenza Artificiale

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Film di Spielberg del 2001, in parte basato su una pellicola inizialmente diretta e prodotta da Stanley Kubrick, si è detto che unisca abbastanza bene, pur se non sempre in modo del tutto fluido, le due anime, quella più cupa e desolata di Kubrick e quella più fiduciosa e ottimista di Spielberg. I ruoli principali non sono affidati ad attori notissimi (a parte Jude Law e William Hurt), ma il cast è lungo almeno mezzo chilometro e annovera tra gli attori che prestano solo la voce e non la propria faccia, Ben Kingsley, Meryl Streep e, naturalmente, Robin Williams.

In realtà la presenza di Robin Williams è passata quasi inosservata, e in Italia poi ancora di più, dato che appunto “si limita” a dar voce a un personaggio del tutto secondario. Nel suo caso, tuttavia, il concetto di limite non andrebbe riferito alla voce e forse non andrebbe usato proprio. Quanta magia è uscita da lì, Good Morning Vietnam, Pecos Bill, Aladdin (ah, il Genio, la grazia dell’esagerazione, l’incanto della libertà, malinconia e fantasia sfrenata…), Happy Feet (tra Ramòn e Lovelace – Adone, in italiano – non saprei scegliere, e sentirgli cantare My Way, potete immaginare…), solo per citare quelli dove l’ha usata al massimo del suo potenziale, e tralasciando naturalmente gli spettacoli dal vivo. Qui, d’accordo, è una specie di cameo vocale, quindi in effetti è limitato. Ma resta il fatto che limite è sempre un concetto particolare, quando si ha a che fare con Robin.

La trama in sé è relativamente semplice, sono poi le varie vicissitudini dei protagonisti a renderla complessa: in un futuro non troppo lontano, i robot sono usatissimi come assistenti e servitori degli umani. Un giorno a una delle società che li costruiscono viene l’idea di fabbricare un robot-bambino che rispecchi non solo l’aspetto, ma anche le emozioni umane, e prima di tutto l’amore verso la madre.

Il prototipo entra nella famiglia Swinton, il cui figlio naturale è in una sorta di stato di ibernazione in attesa che si trovino le cure per la malattia da cui è affetto. La “madre” Monica pratica la procedura di imprinting che darà vita a un amore esclusivo nei suoi confronti ma renderà anche il robot, David, unico, non più vendibile ad altri e quindi destinato alla distruzione nel caso che si presenti qualche problema.

Quando il figlio dei Swinton, Martin, guarisce e torna a casa, la situazione precipita. Il padre Henry vede in David un pericolo per il loro “vero” bambino e convince Monica a riportarlo indietro. In realtà Monica non se la sente di lasciare che David venga distrutto e lo abbandona in un bosco. Qui David incontra dapprima altri “mecha” (esseri meccanici) e viene poi rapito dalla Flotta che cerca i robot obsoleti e non registrati per distruggerli. Salvato in extremis insieme a uno strano compagno robot, chiamato Gigolo Joe (Jude Law), si mette alla ricerca della Fata Turchina, della quale aveva sentito parlare in una lettura serale di Pinocchio fatta da Monica a Martin, pensando che lei possa trasformare anche lui in un essere interamente umano e dunque “degno” di amore da parte della madre.

Per trovarla, Gigolo Joe e David consultano una sorta di Bocca della Verità da luna-park che ha l’aspetto di un disegno caricaturale di Albert Einstein e, appunto, la voce di Robin Williams. Da qui vengono spediti in una Manhattan sommersa, chiusa ai robot, in rovina e avvolta da una nebbia che fa da contrasto ai colori sgargianti – ma in realtà altrettanto cupi e sinistri – della parte precedente. La scena in cui David entra nel laboratorio del Dr. Hobby (William Hurt), l’uomo che lo aveva progettato, e vede tutti gli altri “David” costruiti e da costruire è forse una delle più angoscianti, ma davvero molto bella, così come quelle immediatamente successive negli abissi.

A me personalmente il film ricorda un po’ una versione dark a metà tra Bicentennial Man e Robots. Anche qui (come in Bicentennial Man), vengono costruite macchine sempre più sofisticate, non solo “antropomorfe”, ma capaci di apprendimento, di provare sensazioni fisiche e di imparare dall’esperienza. Tutto, naturalmente, solo per meglio servire l’uomo.

Se in Bicentennial Man la chiave di lettura era principalmente la spinta verso la ricerca di sé attraverso le emozioni, qui la ricerca della propria individualità passa attraverso la fiaba e il sogno.

Come in Robots, i robot “randagi” che sfuggono alla loro condizione cercano di sopravvivere al meglio pescando tra i pezzi di ricambio gettati via, ma rischiano di essere distrutti in maniera crudele, in questo caso non da robot più avanzati ma da persone che temono il loro numero ormai molto elevato e la loro diversità.

In Robots, d’altra parte, tutto è visto con l’occhio divertito e candido di un film per bambini, pur con note di notevole finezza, qui prevale, direi, l’inquietudine. In primo luogo, il progresso tecnologico è portato avanti da un’umanità costretta ad arretrare dallo scioglimento dei ghiacci polari, che ha portato gli oceani a sommergere completamente tutte le zone costiere. Quindi una sorta di scenario quasi post-apocalittico già di per sé. Mentre poi Andrew, in Bicentennial Man, trovava almeno in parte della famiglia Martin persone capaci di riconoscere e apprezzare la sua unicità (sebbene anche in quel caso non tutti fossero disposti ad accettarla), anche di David si dice a più riprese che è “unico” (e lui stesso pensa di esserlo) ma di fatto resta sempre solo un sostituto, un oggetto. Anzi, la sua stessa unicità lo rende pericoloso agli occhi del “padre”, perché se è capace di provare amore, potrebbe essere anche in grado di provare odio. La paura è molto presente in tutto il film. La paura dei genitori per questo figlio “non del tutto uguale e non del tutto diverso”; la paura di David abbandonato nel bosco; l’angoscia per la sorte del “bambino” da parte della stessa folla che un attimo prima assisteva con rumorosa approvazione alla distruzione degli altri robot come rito di “celebrazione della vita”. Il bambino (Haley Joel Osment) è molto bravo nel rendere questa doppia condizione di automa e di essere umano. Anche Jude Law trasmette bene quel senso di straniamento dato dal suo essere un “gigolò meccanico”, che adempie perfettamente alle funzioni di un normale maschio umano (anzi, meglio, tiene a precisare), ma resta un robot, lo sguardo, i movimenti, spesso sono quelli di un robot (nota cattiva, veramente a me Jude Law sembra un po’ un robot anche quando non dovrebbe sembrarlo, ma diamo a Cesare quello che è di Cesare).

Un po’ discontinuo, secondo me, con parti molto lente e anche un po’ autocelebrative a mio parere, e altre di bellezza struggente, vale comunque sicuramente la pena di vederlo, nel complesso un film molto particolare e denso di significati e di possibili interpretazioni.

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10 Pensieri su &Idquo;41. A.I. Artificial Intelligence / Intelligenza Artificiale

    • Sì, in certi punti è strano. Comunque sono contenta di averlo visto, e forse non lo avrei mai fatto, se non fosse stato per il Dr. Know (non è che proprio guardi solo film con Robin Williams, ma insomma… quasi…) 🙂

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