IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo V – II (segue)

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Andrea andò a sedersi vicino a Elisa, sul letto. Guardò qualche foto, sembravano immagini di un ragazzo allegro, felice forse. Guardò gli oggetti. C’erano una decina di dischi e qualche cassetta. Un po’ di tutto, musica classica, rock duro, cantautori, gruppi pop stranieri. C’erano un paio di libri, che forse aveva regalato a Elisa, uno era “Un uomo” di Oriana Fallaci, l’altro era un volume di poesie di Neruda. Il biglietto di un concerto, un biglietto ferroviario, mai timbrato, di quelli a chilometraggio, che permettevano di girare tutta l’Europa. Una spilla da cravatta a forma di delfino.
– Parlami di lui.
– Parlare di lui? No… non credo di volerlo fare – Elisa parlò a fatica, così piano che lui intuì, più che sentire le sue parole.
– Oh sì che vuoi. Le parole stanno lottando contro di te per uscire. Sono lì, schiacciate nell’esofago, e forse tu vorresti cancellarle, annullarle, distruggerle, fare finta che non ci siano mai state. E’ una vera e propria guerra. Ma è come se quelle parole fossero dotate di una propria volontà. Ti si chiudono in gola, ti soffocano. Non subito, ma lentamente, che quasi non te ne accorgi. Si accumulano una sull’altra, e all’improvviso diventano troppe e troppo forti, e ti divorano.
Elisa si portò una mano alla gola. Andrea sembrava sapere molto bene quello che le succedeva dentro. Qualcosa la stava soffocando, divorando, anzi. Ma non credeva che valesse la pena opporsi. Forse era giusto così, era la meritata punizione per non essere stata capace di evitare la morte di Raf.
– Tu sei viva, Elisa. Forse adesso pensi che vorresti essere morta, ma sei viva, e se lo sei è perché hai accettato la vita con tutte le sue responsabilità. Sei viva per te stessa e anche per gli altri. Il senso di colpa ti tiene legata solo a te stessa. Non sei tu che decidi la vita e la morte delle persone, puoi solo dare quello che hai, accoglierle nella tua vita, e ricordarle quando non ci sono più. Nel tuo cuore lui sarà sempre lì. E’ solo questo che importa.
Era stato duro, volutamente duro. Aveva cercato di mettere a nudo tutto quello che di solito resta oscuro nelle pieghe della mente, di scoprire la piaga per far uscire il sangue, sperando che il sangue si portasse via anche il veleno. E adesso doveva aspettare che lei scegliesse, perché quelli erano momenti in bilico sull’orlo di un baratro, in cui una persona può cadere, perdendosi per sempre, oppure faticosamente rialzarsi, ricominciare a camminare, e scoprire poi improvvisamente che tutto acquista una nuova luce, l’amore dato e ricevuto resta dentro, il dolore diventa memoria, e la memoria restituisce a poco a poco la capacità di lottare giorno per giorno.
– Raf diceva che amava la musica perché è l’unica vera lingua universale. A casa aveva centinaia di dischi e cassette. Va bene qualunque cosa, diceva, perché anche nella canzone più brutta puoi trovare all’improvviso una combinazione di note che ti commuove, o le parole di cui hai bisogno in quel momento. Aveva letto Le Vie dei Canti di Chatwin, e lo aveva colpito l’idea che la musica potesse essere la vera origine del mondo. Pensava che fosse una cosa bellissima.
Chatwin. Anche Raf aveva letto e amato Chatwin. Quel piccolo legame con un ragazzo che conosceva pochissimo lo turbò più di quanto si fosse aspettato. Sentì qualcosa bruciare nei suoi occhi.
Ma forse era anche sollievo. Quello di cui Elisa stava parlando era il legame di Raf con la vita e con la bellezza. Forse significava che stava cercando di ricostruire anche lei quel legame, forse aveva visto il baratro sotto di lei e aveva scelto di non lasciarcisi andare dentro.
In quelle ore Elisa parve molte volte riprendersi, e molte volte ripiombare nella disperazione e nel silenzio. Andrea rimase lì con lei, lasciando che piangesse tra le sue braccia, stringendo le sue mani per confortarla quando si assopiva per qualche minuto e si risvegliava in preda agli incubi, aspettando che riprendesse almeno una scintilla di interesse per qualcosa che non fosse quella voragine di sofferenza che aveva nel cuore.
Ad un certo punto gli disse:
– Adesso immagino che dovrai andare via. I bambini arriveranno tra poco. Io… non so se posso farcela da sola.
– Certo che puoi. Hai una grande forza, anche se non lo sai. Vai avanti, un passo alla volta, e comunque se hai bisogno di aiuto chiamami.
Sembrava che adesso Elisa stesse cominciando a voler ricolmare quella voragine. Forse c’era in lei una piccola speranza che aggrapparsi alle piccole cose di tutti i giorni, quelle che andavano comunque fatte, l’avrebbe aiutata a risalire. Un passo alla volta.

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