IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – I

immagine_bosco

Ho avuto di nuovo qualche difficoltà con i capitoli, li ho rinumerati, le scorse puntate avevo postato come “capitolo V” quello che in realtà era il “VI”, adesso le ho rimesse a posto. In ogni caso, questo è il VII 🙂

I

Quando Elisa riuscì di nuovo a guardare oltre quello spazio vuoto dove prima c’era stato Raf, si rese conto che il suo dolore l’aveva resa cieca, sorda, indifferente, e l’aveva lasciata sola, in ogni momento, anche quando c’era qualcuno con lei. E aveva lasciato soli gli altri, perché non si era mai ricordata di loro.
Non aveva più avuto il coraggio di vedere sua madre e Fabrizio. Un giorno era venuta da lei Cristina, e lei le aveva dato il biglietto di Raf, quello in cui chiedeva solo perdono, perché glielo portasse. Lei non aveva voluto guardarli in faccia, non aveva voluto aggiungere il loro dolore al suo.
E così, per paura di sopportare un dolore in più, non aveva voluto portare conforto, né riceverne. Certo, sua madre aveva Fabrizio, e lui aveva lei per stargli vicino. Ma cosa voleva dire questo? Il loro dolore non era stato meno devastante del suo, non meno dura la ferocia con cui si erano tormentati per il rimorso di qualcosa che non avevano saputo capire.
Per giorni era andata avanti come in una guerra, conquistando centimetro per centimetro. Prima occuparsi di Roby e Luca. Poi ricominciare a studiare i fascicoli del tribunale. Poi andare a vedere un film, leggere un libro, anche se non ne aveva voglia, per non lasciarsi ossessionare. Parlare con Matteo, con Cristina, con Gianna. E quando Cristina le aveva imposto di andare a trovare Viviana e Fabrizio, aveva detto di sì. Con la paura che le attorcigliava le viscere, le gambe che sembravano non volerla portare, ad ogni passo uno sforzo per non voltarsi indietro e scappare, fino a che la fatica le aveva fatto mancare il fiato. Ma presto o tardi avrebbe dovuto vederli, presto o tardi avrebbe dovuto affrontare quel passo che le sembrava il più difficile di tutti.
Ed era andata, e di nuovo aveva visto Fabrizio e di nuovo era stato un dolore lancinante, ma appena un po’ meno spietato, un po’ meno lacerante della volta prima. Persino gli occhi di sua madre erano meno vuoti. Sentì qualcosa che tornava a scorrere dentro di lei. Ancora non era sicura di volerlo. Non era sicura di voler tornare a provare interesse per altre cose, che l’avrebbero distolta dal ricordo di Raf. Non era pronta ad abbandonarlo. Eppure quel flusso era straordinariamente forte, più forte di lei, ma anche straordinariamente dolce. L’affetto di Raf era stata una delle cose che avevano reso più bella la sua vita, e non doveva lasciare che la sua morte distruggesse questo. Aveva creduto che non soffrire più significasse tradirlo, e invece era la sofferenza, quel deserto di dolore, che lo tradiva.
Seppe di avercela fatta la prima volta che riuscì a ridere di nuovo.
In quei giorni Cristina le era stata molto vicino, spesso usando tutta la pazienza e la testardaggine di cui era dotata per vincere la sua resistenza. Da principio era stato solo per i bambini se aveva acconsentito ad andare così spesso da lei. Andavano molto d’accordo con i cugini, e per loro Elisa affrontava l’indicibile fatica di uscire, pensare a cosa mettersi, a come vestire Roby e Luca, prendere la macchina, mettere tutta quella strada tra sé e il tranquillo, pacifico eremitaggio che casa sua era diventata. Il suo nido, il suo guscio, il suo scudo contro il mondo.
Ma presto si era accorta che il flusso vitale aveva ripreso a scorrere in lei più forte che mai, e con quello la voglia di lasciarsi l’eremitaggio dietro le spalle. Un giorno era tornata nel bosco, l’antico bosco della sua infanzia, sopra le alture del Righi, aveva camminato e camminato, spesso chiudendo gli occhi, respirando profondamente. Aveva abbracciato una quercia, e le era sembrato che la quercia le trasmettesse la sua forza. Aveva pianto, ma erano state lacrime diverse, lacrime capaci di portare via l’angoscia. Nel silenzio era tornata a sentire le voci. La sua, prima di tutto, quella voce che cercava disperatamente di uscire, di gridare, di farsi ascoltare, che non voleva lasciarsi soffocare nella sua gola chiusa. E poi le voci degli altri, suo padre, sua madre, Fabrizio, la nonna Nives, Cristina, Raf, Gianna, Andrea. Il mondo era tornato ad avere dei suoni, dei colori, degli odori.
E Andrea le mancava. Molto. Ma non poteva telefonargli, perché non era sicura di quello che voleva dirgli, perché ancora era troppo fragile. C’era stato un momento, dopo la morte di Raf, in cui aveva creduto di voler morire. Adesso non voleva più morire, ma non voleva ancora vivere.
Ottobre si stava avvicinando, la giornata era fresca, il sole offuscato da strisce di nuvole bianche portate dalla tramontana. Sia lei che Cristina avevano imbacuccato i rispettivi figli un po’ troppo, e adesso vicino a loro c’erano giacche a vento, guanti e sciarpe abbandonate. Jeans e maglietta erano più che sufficienti per una tribù di indiani inseguita dai feroci soldati bianchi.
La tribù era composta di due indiani soltanto, e anche l’esercito dei conquistatori contava due soli “uomini”. Ma certo facevano la confusione di un migliaio di sioux contro un intero corpo di cavalleria.
– Bang, bang! Accidenti, l’ho mancato.
– Dannazione, Bill, siamo senza munizioni. I cani rossi ci sfuggiranno.
– Ah, Grande Capo Penna Storta, i visi pallidi non hanno più munizioni, conquisteremo il loro scalpo.
– Aargh! Mi hanno colpito, Joe.
E via di questo passo.
Forse il loro eloquio non era propriamente forbito, i fumetti che divoravano con inesauribile lena avevano avuto un effetto dirompente, per così dire. E chissà, forse le leggende indiane che gli aveva raccontato Raf. Ma erano buffi, e non c’era dubbio che si stessero divertendo un mondo. Cristina si covava Paolo e Mauro con l’aria della mamma un po’ preoccupata ma tutto sommato orgogliosa dei suoi terremoti; e Elisa… Elisa li adorava, tutti. Cristina, i bambini, l’affetto che sentiva per loro acquistò all’improvviso una forza che le fece venire i brividi. Era meraviglioso che fossero lì. Era meraviglioso che lei fosse di nuovo in grado di sentire i brividi per la commozione, era meraviglioso che potessero ancora esserci dei momenti di una bellezza così perfetta.
– Augh, Grande Capo Penna Storta ha perduto la sua penna in battaglia, da questo momento dovrà chiamarsi Grande Capo Aquila Spennacchiata. Così ha parlato la tribù – Roby fece un gesto maestoso con la mano, mentre Luca protestava vivacemente che non voleva chiamarsi Aquila Spennacchiata, però stava ridendo, e anche Elisa scoppiò a ridere. E seppe che ce l’aveva fatta.

Annunci

5 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – I

  1. una puntata interlocutoria che riporta Elisa alla vita. Insieme a lei rivivono i bambini, i pensieri ma uno la sovrasta ancora: Andrea.
    Aspetto il resto.
    la numerazione? Ha poca importanza. E’ sufficiente il filo logico della storia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...