IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – II

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II

Andrea finì di tracciare con la matita i segni per le mensole che voleva mettere in camera sua. Libri, libri, ancora libri. Ne comprava tanti, e continuava a comprarne, anche se non sarebbe mai riuscito a leggerli tutti. Non finivano mai, riempivano tutti i suoi spazi, li cannibalizzavano, appropriandosi di luoghi che avrebbero dovuto essere destinati ad altro. Il bagno, per esempio. La cucina. I pavimenti. C’erano libri dappertutto. Esiste – si domandò – una malattia compulsiva che riguarda i libri? Una specie di bulimia letteraria, una curiosa cleptomania che spinge ad appropriarsi delle parole pensate da altri?
Montò le mensole, poi cominciò a prendere qualche volume da mettere a posto. Inevitabilmente, cominciò a sfogliarli. Quelli che aveva letto erano pieni di sottolineature, annotazioni, punti esclamativi o interrogativi. Sorrise ripensando a quelli di Matteo, così perfetti che non sembravano essere mai stati usati, anche quando in realtà erano stati letti e riletti, perché Matteo li sfogliava con una sorta di religiosa reverenza. Matteo avrebbe voluto vivere in un mondo rinascimentale, diciamo intorno al quindicesimo o sedicesimo secolo. Gli sembrava un’epoca meravigliosa. Naturalmente non aveva mai pensato, nei suoi immaginari viaggi nel tempo, di poter finire servo della gleba. Quella che voleva era la vita del mecenate, attento fruitore di arte e letteratura, benevolo dispensatore dei favori della corte. Gli piaceva l’idea delle carrozze a cavalli e delle donne dagli abiti sontuosi, degli immensi parchi in cui si poteva cavalcare, e di una vita del tutto diversa da quella che si era trovato a vivere. Il tipo di persona di cui si dice che è nata nel secolo sbagliato, quella che pensa che il mondo vada sempre peggio, e che i sogni siano sempre comunque meglio della vita reale “la triste, grigia realtà”. I libri erano il suo rifugio, non un modo per districarsi in quel mondo vivo, pulsante, e tanto pericoloso in cui era stato sbattuto suo malgrado, senza che nessuno avesse mai chiesto il suo parere.
Per Andrea invece i libri erano strumenti, una sorta di bussola con cui si orientava nei tortuosi sentieri che portavano alle cose. Faceva le orecchie alle pagine, se li portava al mare, li leggeva mentre mangiava. Tutto quello che non si dovrebbe fare, almeno non se li si vuole mantenere dignitosamente senza macchie e senza troppi segni del tempo e della consultazione.
Metteva sul fuoco la caffettiera e intanto leggeva due pagine di Voltaire. Un panino e qualche riga dell’Iliade, o una poesia di Neruda, o di Quasimodo. Un momento di relax in bagno con un giallo, e la sera prima di andare a dormire invece si dedicava alla storia della pittura. In quei giorni era Piero della Francesca, coi suoi quadri colorati, elusivi ed enigmatici.
Uno dei libri di Neruda si aprì su una pagina, non a caso, perché era una poesia che aveva letto varie volte e ogni volta gli entrava nell’anima. Succedeva, con Neruda, che ti entrasse nell’anima. Ma in quel caso sapeva benissimo perché.

Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.
La mia vita s’affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho.

E poi c’era quell’altra, quella del desiderio, la parte sensuale dei suoi pensieri:

Il corpo, incendio vivo che brucerà il tuo corpo.
Di sete. Sete infinita. Sete che cerca la tua sete.
E in essa si distrugge come l’acqua nel fuoco.

Quando suonò il telefono rispose mentre quei versi ancora gli risuonavano nel cervello. Ed era Elisa.
– Stavo proprio pensando a te – le disse, con quella franchezza che a volte usava come una sfida. Non sapeva ancora che non c’era più bisogno di sfide, che Elisa voleva solo essere sicura di non essersi sbagliata, di non avere ancora una volta frainteso credendo di vedere amore dove c’era qualcosa di completamente diverso. Da parte di Andrea, certo, ma anche da parte sua. Chiuse gli occhi, godendo per un attimo il rimescolio che quelle parole avevano provocato in lei, per un attimo prima di ricominciare a farsi domande.
– Sono molto felice di sentirti, perché credo che se hai telefonato vuol dire che stai meglio – continuò lui.
– Sto molto meglio. E infatti volevo dirti grazie, perché credo di non avertelo mai detto, e volevo anche dirti che mi manchi molto.
Mentre Elisa si chiedeva se aveva detto troppo, Andrea si chiedeva se lei immaginava che quelle cose che ogni tanto gli diceva con disarmante candore erano come delle botte in testa date con un magnifico vaso, che non faceva però meno male per il fatto di essere così bello. Però… perché tormentarsi? Lei gli mancava, lui le mancava, la cosa più logica da fare era vedersi.
– Potresti venire qui da me. Ho una casa nel posto più bello di Genova e tu non l’hai nemmeno mai vista. Non sei curiosa almeno un po’?
– Oh, tanto – disse lei con entusiasmo. – Veramente è un po’ che ci pensavo ma non sapevo se potevo chiedertelo. Vengo volentierissimo!
Non sapeva se poteva chiederglielo. Andrea guardò il telefono e sorrise, un po’ spiazzato da quei suoi strani momenti di timidezza. Ma non era la prima volta che li notava. C’erano stati lunghi periodi in cui lei non aveva telefonato per paura di disturbare. C’erano negozi in cui non entrava se non si sentiva “a posto”. Cerano persone a cui non sapeva se dare del tu o del lei, e si trovava, impacciata, a usarli alternativamente entrambi. Sentì la tenerezza prenderlo alla gola.
– Quando vieni?
– Anche subito, se ti fa piacere e se sei libero. Matteo è al lavoro, anche se è sabato, e i bambini sono da un amico fino a domani.
– Sono libero, e mi fa molto piacere – disse lui con solennità. Gli veniva sempre da prenderla un po’ in giro, quando era così… così riguardosa.
Elisa passò una buona mezzora a provarsi vestiti e scartarli, come nella migliore tradizione delle donne innamorate e insicure. Quello verde non era un po’ troppo corto? E quello giallo magari era un po’ vistoso. I pantaloni… gli piaceranno i pantaloni? Un maglioncino beige con la gonna marrone, visto che eravamo quasi a ottobre, ma forse l’avrebbe trovato un abbigliamento “serioso”.
Alla fine si guardò allo specchio e scosse la testa, ridendo di se stessa. Aveva passato tanto tempo della sua vita a convincersi che doveva piacere prima di tutto a se stessa, e adesso eccola qui, come se la sua futura felicità dipendesse dal fatto che lui approvasse o meno il colore del suo pullover.
Si mise il maglioncino beige con la gonna marrone, erano intonati con i suoi occhi e i suoi capelli, le stavano bene, il pullover era aderente, la gonna non troppo lunga ma non esageratamente corta, ed era una delle sue preferite, e al diavolo tutto. Se davvero era come sperava, lui non avrebbe smesso di amarla perché aveva sbagliato gonna.
Prese la sua 127, un punto rosso scintillante in un oceano di macchine grigie o blu, e si preparò ad affrontare con pazienza ed animo sereno il normale traffico di una giornata di sole che cadeva l’ultimo sabato di settembre. Ma d’altra parte non ci voleva molto da casa sua, tra Albaro e Sturla, a Boccadasse dove abitava lui. Era una strada che costeggiava il mare, piacevole da fare con i finestrini aperti, il vento che le agitava i capelli, e i raggi caldi di un sole che non intendeva ancora arrendersi.
Ed ecco la casa. Lui gliel’aveva indicata quella volta che erano stati insieme a Boccadasse: era una piccola casa rosa, senza molte pretese, ma quello che la rendeva unica era far parte di quel presepe di case sul mare, con i loro colori pastello, la loro forma antica e fuori moda, il loro essere senza tempo. E la spiaggia, le barche, le onde che lambivano la spiaggia con lentezza millenaria. Come in una fiaba, però era lì, reale, immutabile, l’odore di salsedine e i sassi appuntiti sotto le scarpe le dicevano che quello strano posto magico esisteva davvero, e non era frutto della sua fantasia. Bello da far male. Come Andrea.
Quando si avvicinò al portoncino verde e vide la targhetta con il nome Bruzzo, finalmente il suo cuore cominciò a battere all’impazzata come doveva. Che sensazione meravigliosa. Quanto tempo era che non sentiva il suo corpo vibrare nell’attesa, che quella paura così dolce non la prendeva alla gola?
Suonò. E nei trenta secondi che lui ci mise per aprire le vennero in mente tutte le ragioni per cui forse non avrebbe dovuto vederlo. Non ce n’erano molte, ma lei le trovò tutte, in quei trenta secondi. Fino a che non se lo trovò davanti, in blue-jeans e maglione verde scuro, con quegli occhi azzurro mediterraneo e il sorriso solare, aperto del ragazzo che da qualche parte continuava ad essere. Si trovò a guardarlo, smarrita e disorientata dalla forza che in pochi mesi aveva riempito il vuoto dentro di lei.
– Non vuoi entrare?
Lei si riscosse, sorrise.
– Sì, certo – disse, seguendolo in casa.

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5 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – II

  1. Dunque Elisa è pronta al gran passo. Donna innamorata. Sarà come immagina oppure un fiasco?
    penso che sia sul crinale incerta se buttarsi giù dalla parte di Andrea oppure tornare al torpore della vita familiare.
    Aspetto il seguito. Per i capitoli non ci faccio più caso.

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