IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – II (segue)

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Andrea accompagnò Elisa nel piccolo giro turistico di routine, che non richiese più di tre o quattro minuti. Era un appartamentino piuttosto piccolo, ma la personalità di Andrea era presente dovunque: ricordi di viaggio, libri, spezie dai nomi misteriosi, e alle pareti fotografie ingrandite di Genova accanto a quelle di posti più esotici, come il Nicaragua, la Cina, la Malesia e la Tanzania.
– Sei stato anche in Tanzania!
Andrea ebbe uno dei suoi frequenti sorrisi autoironici, che Elisa conosceva così bene.
– A sedici anni avevo in camera un poster di Che Guevara e sentivo le canzoni di Joan Baez, convinto che bastasse quello per essere diversi. A diciannove anni sono andato a Cuba. A venti, l’anno in cui ci siamo conosciuti, venivo da tre mesi di volontariato in un ospedale della Tanzania. E lì ho imparato che cosa vuol dire essere diversi. Sono diversi quelli che si fermano in quei posti, mettono su famiglia, abbandonano le nostre strutture e i nostri ospedali di cui ci lamentiamo tanto, e se ne restano lì a curare la gente in una baracca. Imparano la loro lingua, raccolgono le loro leggende, comunicano con loro, diventano parte di loro. Io non ne sono stato capace. Tra l’altro, mi sembrava che ci fosse tanto da fare anche qui. Sembra bello a dirlo così, lasciarsi tutto dietro le spalle e partire, ma è una vita di desolazione e di solitudine, senza la tua famiglia a sostenerti, senza sapere se il bambino che hai visitato oggi domani sarà ancora vivo, senza neanche sapere se tu sarai ancora vivo. Ho visto tanta fame e tanta disperazione come non credevo nemmeno che esistesse. Credo che nessuno di noi possa veramente capire quello che significa, se non c’è stato.
“La nostra partecipazione al destino degli altri spesso si ferma dietro una soglia e forse neanche noi sappiamo dove è esattamente quella soglia. E’ più facile immaginare che un mendicante abbia una storia da raccontare, piuttosto che sedersi con lui e ascoltarla. E’ facile amare la libertà degli zingari, fino a quando il fascino di una vita nomade resta comunque confinato nelle pagine di un libro e non interferisce con il nostro bisogno di sentirci stanziali anche quando ci muoviamo.
“A quarant’anni devi fare i conti con la morte, e con la tua fallibilità. A vent’anni siamo tutti invincibili, ma si impara che il mondo procede indipendentemente da te, a meno che tu non sia Che Guevara, o il Papa o il presidente degli Stati Uniti. E forse persino così…”
Elisa lo guardava. Conosceva tanto poco di lui, in tutto quel tempo in cui erano stati insieme gli aveva raccontato tanto di sé e anche lui aveva raccontato tanto, eppure c’erano ancora così tante cose da sapere, così tante cose da fare insieme, così tanti posti da vedere. Il pensiero la spaventò, perché significava qualcosa a cui non voleva ancora pensare, significava dare alla loro storia un tempo, un tempo lungo, farla smettere di essere una storia, farla uscire da quel senso di sospeso, di provvisorio, di presente. Farla diventare una parte del futuro.
Lui vide quello sguardo e fraintese, pensò che fosse perché dava troppa importanza a quella sua solidarietà lontana ed effimera. Accennò un gesto per sfuggire a quell’ammirazione che non voleva, ma cambiò idea e lasciò il gesto a metà. Sì che la voleva. Non si prendeva mai troppo sul serio, ed aveva verso quelle sue arruffate iniziative un atteggiamento quasi irridente. Però aveva tenuto la fotografia, ed era affezionato più di quanto volesse ammettere a quel ragazzino velleitario e un po’ folle, e dopotutto forse ne era anche un po’ orgoglioso.
Elisa proseguì nel suo giro esplorativo, cercando di avvicinarsi a lui guardando e toccando le sue cose. Accarezzava le copertine dei libri, scorrendo i titoli. Classici come Omero e Ovidio e i tragediografi greci, Dante, Shakespeare, Ariosto. Moltissima letteratura inglese, dal Settecento ai contemporanei, tutto Swift, e Sterne, e poi Dickens, Oscar Wilde, tanti, troppi per guardarli tutti. … E naturalmente tutto Chatwin – di Chatwin le aveva parlato, e più di una volta – e molti altri libri di geografia e di viaggi. Molti sudamericani, anche: Borges, Amado, Garcìa Marquez, Isabel Allende, Sepùlveda. I libri di “Che” Guevara, le poesie di Neruda. Qualche libro comico, diverse raccolte di fumetti. Là c’era tutto lui, senza gerarchie o ordini di importanza, con leggerezza e forse inconsapevole ironia, senza nessun timore che i mostri sacri della letteratura potessero aversene a male per certi accostamenti irrispettosi.
Poi la musica. Dischi di musicisti che in molti casi lei aveva a malapena sentito nominare. Jazz e blues, soprattutto, ma anche Sting, Joe Cocker, Tom Jones, e tra gli italiani, più o meno tutto il repertorio dei cantautori da Paoli e Tenco a Vecchioni, Branduardi, Rino Gaetano, Fossati. Elisa si aggrappò a quei nomi che le erano noti, ma era evidente che lui aveva gusti piuttosto particolari. Lei che si basava su Sanremo per stabilire se comprare un disco o no si sentiva un po’ in soggezione di fronte a B.B. King, George Benson o Otis Redding, tanto per citarne qualcuno dei meno oscuri. Senza parlare di tutti i dischi che si era comprato in Inghilterra, e che forse in Italia non erano nemmeno usciti.
Su un altro piccolo scaffale c’erano due maschere africane, oggetti di artigianato indiano, un vaso cinese – anche il divano del soggiorno era foderato con una stupenda stoffa cinese – e un vaso giallo con dentro dei fiori di stoffa rossa.
– Quello è un regalo di Monica – disse lui, vedendo che lo guardava. Lo aveva immaginato, non era un oggetto molto maschile, e comunque non le sembrava accordarsi con quello che le altre cose rivelavano di lui.
– Come sta Monica? – Gli chiese.
– Bene. E’ tornata in America, si è risposata e sembra che questa volta stia andando meglio. Facendo i debiti scongiuri – aggiunse con un sorriso. Monica l’irrequieta, che a trent’anni aveva già divorziato, con un bambino piccolo e una voglia di indipendenza e di fuga che l’aveva portata in giro per tutta l’America. Un nomadismo simile a quello del fratello, ma senza un punto fermo a cui tornare. Adesso, forse, sembrava aver trovato il suo punto fermo.
Elisa restò lì, senza sapere cos’altro dire. Anzi, avrebbe saputo cosa dire, ma non trovava il coraggio. Senza neanche rendersene conto, continuava a guardarlo, fino a che, ancora un po’ incredulo, Andrea non poté fare a meno però di chiedersi se…
– Ma tu…
E’ una legge di natura. Neanche l’uomo più sicuro di sé riuscirà mai a mantenere un maturo, dignitoso distacco di fronte a una donna in quel nebbioso passaggio da quando comincia a pensare che forse non le è indifferente, al che cosa fare dopo. Per questo tutto quello che le disse furono quelle due parole: “ma tu…” e poi la baciò, così avrebbe preso il toro per le corna, per così dire, e in qualche modo avrebbe risolto il problema.
Lei pensò che era la prima volta che sentiva il sapore della sua bocca. In quell’unico bacio di tanti anni prima, l’emozione era stata troppa e le cose erano andate troppo in fretta per accorgersi di una cosa come quella. Ma questa volta, tutto sommato se lo aspettava. Tutto quello che era successo da quando era arrivata lì, tutte le parole che si erano detti, tutti i silenzi, e gli sguardi e ogni loro movimento era stato soltanto una preparazione, un prendere tempo.
E adesso, finalmente, sentiva il sapore della sua bocca.
– Sei bella come il giorno in cui ti ho baciata per la prima volta – disse Andrea.
– Non so se devo prenderlo come un complimento. Non è che fossimo granché quel giorno – disse lei, fingendosi dubbiosa. Ma i suoi occhi ridevano.
Lui la baciò un’altra volta.
– Mi hai fatto aspettare un po’ di tempo, ma ne è valsa la pena – disse poi. Lei afferrò un cuscino e glielo tirò. Lui lo scansò e glielo rilanciò. Era talmente felice che si sarebbe messo a ballare sul tetto del Grattacielo della Sip, eppure non era ancora del tutto sicuro che quello che stava vivendo fosse reale. La baciò ancora molte volte, ogni volta con più passione, e ad ogni bacio lo sentiva più tangibile, una forza viva, palpabile e concreta che prendeva il posto dell’inaccessibilità del sogno. Ad ogni bacio la felicità lo assaliva, prepotente, bruciante, inarrestabile. Senza tregua, senza respiro, come quella sete che non si era ancora spenta, e forse non si sarebbe spenta mai, neppure adesso che lei lo amava.
Che cosa meravigliosa, pensò lei, che il mio corpo sia capace di rendere un uomo così felice, e di farmi sentire così felice. Come se fosse lui a dar forma a questo corpo sconosciuto, che va per conto suo eppure è il mio corpo, più mio di quanto lo sia mai stato prima. Anche la voce sfuggiva al suo controllo, sembrava venire da una parte di sé così profonda, che non aveva mai saputo che ci fosse. Senza difese, libera. Chiuse gli occhi un momento, perché quello che le stava scuotendo il corpo e l’anima, era troppo intenso per poterlo guardare. Ma era anche troppo intenso per tenere gli occhi chiusi. Non aveva paura, non più.
Andrea aveva gli occhi avvolti in una specie di nebbia che lo teneva ai confini di un sogno, ma sapeva che era bellissima, molto più bella di quando la credeva irraggiungibile, ed era proprio perché quello che sentiva era così profondamente fisico, e sensuale, e reale, che la trovava così bella. Neanche nelle sue più sfrenate fantasie aveva mai pensato che potesse essere un’esperienza così totale, come se avesse vissuto tutto quello che c’era da vivere, salvo a desiderare di riviverlo ancora, e ancora, e ancora….

Quando infine, dopo molto, molto tempo Elisa guardò l’orologio si accorse che erano passate quasi due ore.
– Sai che la media nazionale del tempo per il sesso è di tre minuti, compresi i preliminari? – gli disse ridendo.
– Alla faccia degli amanti latini! – rispose Andrea, scoppiando a ridere anche lui. – Ma se la media è di tre minuti, e c’è qualcuno che ci mette due ore come noi, vuol dire che ci sono anche quelli che ci stanno tre secondi… un bel record, ma non sanno cosa si perdono!
Ridere di niente, giocare, scherzare, parlare di sciocchezze, e quella sorta di stordimento, come se avessero bevuto troppo, in un certo senso era tutto così nuovo per Elisa, era un tipo di amore che non conosceva. Conosceva la tenerezza, la dolce abitudine, l’affetto. La passione era ancora qualcosa di misterioso, e di non troppo rassicurante.
– Adesso devo proprio andare – disse dopo un po’, e non solo perché a casa l’aspettavano. Le emozioni la sovrastavano, la confondevano, un senso di tremenda spossatezza sostituiva in certi momenti la forza che aveva sentito in sé e la bellezza di quella giornata perfetta.

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3 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – II (segue)

  1. Dunque ha scelto da quale parte del crinale scendere. Elisa ha fatto un salt.o, ha saltato la siepe, ignorando cos avrebbe trovato dall’altra parte.
    Gioia, sesso e sentirsi donna.
    Aspettiamo gli eventi.

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