44. One Hour Photo

Come accennavo le volte scorse, il 2002 è un ottimo anno per Robin, professionalmente parlando, tre ruoli, tutti da protagonista, e uno spettacolo che personalmente adoro (come tutti quelli in cui recita in teatro e tutte le sue cose “dal vivo” in generale). Tuttavia, non è un buon momento della sua vita personale.
I tre film sono tutti considerevolmente inquietanti. Death to Smoochy è, credo di poter dire senza tema di smentite, il meno bello, ma il personaggio del conduttore di programmi per bambini avido, ossessivo e un po’ paranoico non è meno sinistro degli altri. Insomnia secondo me rasenta il capolavoro. One Hour Photo forse no, ma ha ricevuto ottime critiche e una discreta accoglienza di pubblico, nonostante fosse evidentemente rivolto – come gli altri due del resto – a un target del tutto diverso rispetto al pubblico che abitualmente seguiva Robin anche nei suoi più arditi cambi di rotta.
Qui confesserò che non sono andata a vedere né InsomniaOne Hour Photo al momento dell’uscita (Death to Smoochy è passato talmente in sordina che non sapevo esistesse, e quando l’ho scoperto, non ero neanche certa fosse mai uscita una versione italiana, che invece in realtà c’è). Di entrambi avevo sentito parlare molto bene, e mi ripromettevo comunque di guardarli, ma ho rinviato per molto tempo. Dopo la sua morte credevo non ci sarei più riuscita eppure al tempo stesso sapevo che lo avrei fatto, anche prima di cimentarmi con quest’opera ciclopica che è il commento a tutto il suo lavoro, cinematografico, teatrale e televisivo.
In One Hour Photo, dunque (regia di Mark Romanek), Robin interpreta Sy Parrish, tecnico addetto allo sviluppo di foto in un negozio di stampa rapida. Un semplice impiegato, mite, simpatico, timido e poco appariscente ma dalla vita apparentemente normale, pur se un po’ solitaria. E come osservava Ebert, sembrava nato dietro il banco di un negozio. Proprio come sembrava un bambino nel corpo di un uomo in Jack, uno psicanalista in Will Hunting, un DJ in Good Morning Vietnam, un professore in Dead Poets Society e persino una donna in Mrs. Doubtfire. In altre parole, sembrava nato per fare qualunque cosa facesse. In One Hour Photo c’è una battuta a un certo punto, che il personaggio pronuncia e che suona pressappoco come “La gente crede che l’arte di stampare belle foto in un’ora possa essere padroneggiata da qualunque idiota, solo seguendo un seminario di un paio di giorni e mezzo”. In effetti lui si era preparato per il film appunto frequentando un laboratorio di fotografia per due giorni e mezzo.
Forse era questo che Henry Winkler intendeva quando diceva che Robin interpretava tutti i suoi ruoli con grande empatia. Lui “era”, tutti quei personaggi. Diventavano, anzi, persone, con un’esistenza propria, un proprio modo di pensare. Che non era il suo, eppure lui prestava loro, ogni volta, piccoli frammenti di sé.
C’è, dunque, questo Robin Williams capace di dar vita e anima a uomini solitari, tetri, problematici, non era la prima volta ed era ciò che tanto stupiva Ebert, tra gli altri, ogni volta che recensiva un film nel quale usciva fuori questo aspetto – magari accanto ad altri più solari. Ma non è questo il caso. Si dice che quando il film venne rappresentato per la prima volta al Sundance Film Festival, Robin sentì casualmente qualcuno del pubblico osservare che per i primi quindici minuti, non si era reso conto di chi fosse l’attore che impersonava Sy, e che questo lo rese particolarmente orgoglioso. Certo qui di quel lato solare, luminoso, di quella scintilla che così spesso gli accendeva lo sguardo, diffondendo sorrisi senza nessuno sforzo e, come aveva detto Julia Roberts una volta, facendo sentire chi lo circondava come se ci fosse più ossigeno nella stanza, non c’è proprio nulla. Solo quello spazio tra Sy e la vita, così ben rappresentato dalla distanza quasi innaturale che separa il banco delle foto dal resto del grande magazzino in cui è situato, e dalle luci gelide che segnano la sua solitudine e quella casa a cui rientra malvolentieri ogni sera.
Sy, si capisce quasi subito, non ha in realtà una vita sociale o affettiva, e ha sviluppato un attaccamento morboso per certi clienti in particolare, una famiglia che lui crede completamente felice, senza sbavature, e con cui sogna di fare amicizia, senza riuscirci. Nina, Will e il figlio Jake. Solo Jake riesce a leggere dentro la tristezza del suo sguardo. La sua vita è il lavoro, del quale ha un orgoglio fuori misura e fuori luogo (le scene della camera oscura a me sono piaciute moltissimo, tra l’altro). E quando viene licenziato, e quasi contemporaneamente scopre che Will tradisce Nina, sia la sua vita “reale”, sia quella immaginaria vanno in pezzi e la sua mente pure…

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