Temporali, coriandoli e altro

NWS storm

Foto presa da qui

Ti stavo scrivendo una cosina allegra e tenera, poi sono arrivati i temporali e il vento e hanno un po’ scombussolato le cose. Niente case distrutte o tetti scoperchiati, solo un po’ d’acqua nei capelli, e che vuoi che sia, fa bene alle foglie e forse anche alla tristezza. Del resto mi sa che tra un po’ pioverà di nuovo, io ho steso i panni, dovrò ritirarli di corsa, ma almeno nel frattempo avranno preso un po’ di sole e d’aria e penso che anche l’allegria e la tenerezza potranno far di nuovo capolino.

Gli  uccelli del giardino ieri tacevano ma già oggi, persino qui in città, tra i rami dei due alberi che abbiamo davanti a casa, hanno ripreso a zigare… no aspetta, quelli sono i conigli, però questi anche fanno zi-zi. Che verso è? Forse si dice che trillano, o chioccolano, come i fringuelli, i canarini o i pettirossi (sono andata a cercarmeli, i nomi dei versi), ma non mi convincono, non mi sembrano suoni abbastanza onomatopeici. Insomma, comunque cantano, chiacchiericciano, rumoreggiano, spettegolano. Nonostante questo cielo così nero che però in questo momento sembra aprirsi, a tratti.

Ieri mentre pioveva ho iniziato a rivedere e raccontare il film di oggi, bello tosto anche questo, c’è stato un momento che devi aver deciso di dare sfogo tutto in una volta a quel famoso lato “oscuro” su cui tanti giornalisti si sono deliziati a soffermarsi in seguito alla tua morte, scoprendo improvvisamente – oh, gawrsh! – che neanche tu ridevi sempre, che avevi le tue giornate nere (really?) e che, udite udite, eri persino arrabbiato, qualche volta. E questo in certe occasioni si vedeva. Ma perché avrebbe dovuto essere strano? Direi semmai il contrario: se la tua vita fosse stata un continuo susseguirsi di battute, risate e allegria, forse non sarebbe stata più sopportabile, ma decisamente di meno. E poi via, ma ti hanno mai davvero guardatoascoltato? Voglio dire, prima.

E mentre scrivevo, sono successe un po’ di cose, e ormai lo sai che a raccontarle a te mi riesce un po’ più facile, come quando da bambina scrivevo sui quaderni e iniziavo con Caro Diario. Per pensare che ci fosse davvero qualcuno a cui potevo dire tutto, assolutamente tutto, come a me stessa, e che però mi facesse sentire meno sola. Vedi che anche in questo, un po’ ti assomiglio? La strada è diversa, ma serve a raggiungere la stessa meta.

Non è importante parlare degli eventi, quelli, chi li deve sapere li sa. Ma voglio raccontarti delle lacrime, della paura, dei cedimenti, della rabbia e della forza, del freddo che ti può gelare da dentro senza essere giustificato dalla temperatura esterna, e del calore di un pensiero che ti coglie all’improvviso. Di parole che non sono le mie ma mi assomigliano più di tutte le altre, così  che posso adoperarle per guardarmi il cuore e scoprirlo diverso ogni volta ma con un nucleo che non cambia mai. A te queste cose posso dirle più a fondo ancora di quanto possa fare qui, le conosci e comunque non potrebbero farti male.

Dopo ho continuato ancora un po’ a scrivere del film e di te ma mi sono accorta che stavo esprimendo anche altro, emozioni che c’entrano con te sicuramente (e come potrebbe essere altrimenti?) ma si rimescolano, si confondono con parti di me e non solo di me. Sai, è che tutti noi siamo fatti di tante sfumature, ma addentrandomi nella tua storia mi pare proprio di vedere che tu ne avessi un numero impressionante. Ognuno poteva di fatto vedere in te quello che voleva, senza dover inventare nulla, perché comunque, qualunque aspetto potesse scegliere, tu dentro ce l’avevi. Più o meno pronunciato, più o meno intenso, ma c’era tutto. Tutto quello che uno può immaginare di essere, o di voler essere, o di non voler essere. Mi pare di procedere in una foresta di rovi, mi si graffiano le gambe e le braccia, vado avanti a fatica, devo sfrondare, devo farmi male, più mi inoltro, più la bellezza dei colori mi attira, e più la durezza delle spine mi respinge, a volte devo tornare indietro di qualche passo, per riprendere poi il cammino da un altro punto; altre volte tagliare rami che altrimenti mi impeirebbero di passare. Credo che la direzione sia quella giusta e la destinazione sia quella che dev’essere, ma non sempre ne ho la certezza e a volte mi sembra di arrancare un po’ a caso.

Ho la vaga idea di dover far cadere certi veli, certe costruzioni che si sono sovrapposte alla realtà, per poterti vedere bene e profondamente e riuscire davvero a trovarti, a sentirti, magari anche con l’aiuto della tua arte, che era parte della tua vita, non c’è dubbio, ma andando al di là e non cercando a tutti i costi di adattare i tuoi ruoli – quando non addirittura delle frasi prese fuori contesto qui e là – a un’immagine preconfezionata, e tuttavia tenendone conto quando è il caso. Dopotutto, noi “fotografiamo i momenti felici della nostra vita. Nessuno fotografa le cose che vuole dimenticare”. Ma non è vero neanche questo. Nelle foto di famiglia, forse. Ma quando fabbrichiamo la nostra idea delle altre persone, le etichettiamo, le incaselliamo come ci fa comodo, fotografiamo solo il loro profilo migliore o solo quello peggiore, a seconda della posizione da cui i nostri occhi guardano. Io voglio ritrarti nella tua interezza, tutto il tuo caleidoscopio di colori, il tuo essere poliedrico e mutevole come ogni essere umano che sia veramente in cerca di se stesso. Forse solo un po’ di più, quel tanto che basta per fare delle etichette coriandoli e gettarle nel vento nei giorni in cui fuori c’è il temporale.

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Foto dal web

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