IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – III (continua)

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Non si poteva dire che Elisa non facesse di tutto per trovare continuamente cose che la tenessero occupata. Cose che le piacevano, che faceva volentieri. Ma non poteva impedirsi di avere un corpo, e quel corpo aveva dei desideri suoi, non poteva impedirsi di avere un cervello, un cervello che a volte pensava da solo. Non poteva impedirsi di fare le piccole, noiose, monotone cose che lasciano vagare l’immaginazione, come lavare i piatti o sgusciare piselli o pulire il bagno. E in quei momenti, non aveva controllo sulla sua fantasia. E nella sua fantasia, c’era Andrea.
Una delle cose che riuscivano a distrarla era l’associazione che si occupava dei “ragazzi perduti”, quelli che avevano smarrito la strada, i “casi difficili”, con cui aveva contatti abbastanza frequenti.
La Città del Sole. Un nome bellissimo, una bellissima utopia. L’utopia di comunicare con questi ragazzi, anche quelli che avevano commesso un reato, o comunque erano ai margini della società, come persone, recuperarne l’indivisibile integrità, con tutte le sue sfumature e i suoi contrasti. Negli anni Elisa aveva finito per odiare parole come “deviante” o “delinquente”, la loro capacità di inghiottire tutto il resto, di ridurre tutto ad un’unica, onnivora caratteristica, la distanza da una pretesa normalità. In quel tempo ne aveva conosciuto tanti di ragazzi “devianti”, e non ce n’era uno uguale all’altro. Avari o generosi, sensibili o insensibili, timidi o strafottenti, seri o portati allo scherzo, coraggiosi o pieni di paura, taciturni o invasi da un inesauribile bisogno di parlare. Aveva capito che non si poteva “rieducare” nessuno cercando di imporgli dall’alto dei principi astratti, ma che il rispetto e l’ascolto potevano fare miracoli. Aveva visto ragazzi considerati “irrecuperabili” cambiare profondamente nel giro di pochi mesi.
L’associazione era nata qualche anno prima, per iniziativa di qualche persona di buona volontà, e adesso collaborava stabilmente con il tribunale. Spesso organizzavano conferenze e seminari a cui partecipavano giudici, avvocati, psicologi e altri specialisti. Naturalmente il rischio era quello di “parlarsi addosso”, come si dice, di ritrovarsi a discutere tra addetti ai lavori, di compiacersi del proprio impegno e di non risolvere niente. Ma Elisa sapeva che bisognava abbattere dei muri, che continuava ad esserci un “dentro” e un “fuori”, un “noi” e un “voi” separati da muri mentali, molto più difficili da abbattere. Aveva insistito varie volte perché i ragazzi che avevano ripreso in mano la loro vita, anche grazie all’associazione, ma non necessariamente, fossero chiamati a raccontare la loro esperienza. Aveva incontrato molto scetticismo, e in realtà era successo pochissime volte, ma per lei era già una piccola vittoria.
In quel periodo si stava elaborando un progetto per il nuovo codice di procedura penale, che prevedeva per i minori molte possibilità diverse dal carcere, e l’associazione le aveva chiesto di intervenire in un dibattito sulla riforma. Elisa era stata tentata di rifiutare, si sentiva così stanca, tutto in quel momento le sembrava inutile, una lotta sterile, una perdita di tempo. Per convincerla le avevano promesso che avrebbero chiamato a parlare ben due ragazzi che avevano terminato l’anno prima un programma di “recupero”, uno di loro aveva ricominciato a studiare e voleva prendere un diploma, l’altro aveva trovato lavoro. Alla fine si era imposta di dire di sì, sapendo che l’argomento l’appassionava, che avrebbe avuto una scusa per occupare la mente, e in parte era stato così.
Adesso si trovava in una bella sala in uno dei palazzi dei vicoli, quelle cose misteriose che all’esterno sembrano solo muri scrostati di catapecchie dimenticate lì da tempi lontanissimi e oscuri, e poi entri, sali scalinate di marmo o di ardesia, e ti trovi in queste sale che entrano l’una dentro l’altra, le forme irregolari dei muri, un sali e scendi di gradini, soffitti a vela, affreschi, statue, giardini. Genova è una città schiva, ha un suo ritegno, non ostenta la sua bellezza. Va conquistata passo dopo passo, giorno dopo giorno, e bisogna sapere che la conquista non sarà mai completa, non è una città che si lasci soggiogare, rinchiudere in una definizione. Quando credi di aver trovato la chiave, una possibile chiave, di nuovo ti sorprende trasformandosi, ridiventa sfuggente ed elusiva come le sirene del Mediterraneo.
Intorno al tavolo sedevano i relatori. Ricordava ancora che impressione, la prima volta che l’avevano messa tra i “relatori”, quelli che avevano qualcosa da dire e stavano lì come in cattedra. Era come trovarsi dalla parte del professore che fa le domande, invece di quella dello studente che deve rispondere, una sensazione strana, la sensazione di essere definitivamente “cresciuta”. Ma aveva continuato, e continuava ancora adesso, a sentirsi sotto esame. Avrebbe poi avuto davvero qualcosa da dire, qualcosa di abbastanza importante da giustificare la fiducia della presidente dell’associazione e di tutte quelle facce sconosciute che erano lì anche per ascoltare lei?
Alla sua sinistra la dottoressa Pavolini, una donna molto intelligente ma che a Elisa non era particolarmente simpatica, le sembrava che avesse sempre verso gli altri un atteggiamento di condiscendenza, aveva sempre fretta, come se solo lei avesse cose importanti da fare, e quando non era d’accordo su qualcosa, semplicemente, smetteva di ascoltare, non rispondeva, non reagiva. Come se il suo interlocutore fosse scomparso dalla faccia della terra. Ci sarebbe voluto Andrea, per farla scendere dal suo piedistallo. Ma non doveva pensare ad Andrea.
Dall’altra parte aveva l’avvocato Nicola Congia, un ragazzo simpaticissimo con un sorriso sbarazzino che le ricordava Marco, anche se fisicamente era molto diverso. Piuttosto alto, i capelli castani sempre un po’ spettinati, begli occhi chiari. Era stato all’associazione che per la prima volta i rapporti di Elisa con gli avvocati erano andati un po’ più in là del più formale “buongiorno, mi dica”. Di solito, a parte il lavoro, magistrati e avvocati non si avvicinavano mai, al di là del lavoro, quasi che fossero due caste separate. Naturalmente gli uomini scherzavano insieme sulle partite di calcio, e poi c’era il tennis, ma una vera amicizia era molto difficile. Elisa stessa la vedeva con sospetto, e aveva visto cose spiacevoli succedere a causa di rapporti appena poco più che cordiali. Il confine tra la simpatia e il favoritismo sembrava fin troppo sottile. Del resto gli avvocati, si sa, non hanno una buona fama, e spesso la loro nomea non è del tutto ingiustificata. Negli anni li aveva visti tutti: quelli che camminavano impettiti, la toga aperta che frusciava al loro passaggio, guardando sempre troppo in alto per vedere gli altri ed essere costretti a salutarli; quelli che facevano battute a raffica, spesso proprio sugli avvocati, pensando forse che essere spiritosi ottenesse per i loro clienti un occhio di riguardo; quelli che tiravano continue frecciatine contro altri colleghi, facendo insinuazioni e cercando di umiliarli senza parere, anzi a volte ostentando amicizia e ammirazione; quelli che sarebbero passati sul cadavere della nonna pur di fare carriera; ma anche quelli che zitti zitti, senza dare troppo nell’occhio, si studiavano le loro cause e cercavano di dare il meglio, punto e basta.
D’altra parte anche i magistrati non erano sempre ben visti. La giustizia di per sé sembra sempre qualcosa di impersonale, di imperscrutabile, impartito dall’alto da qualcuno i cui motivi sono alla fine tutto sommato arbitrari. E non mancavano certo i giudici “in carriera”, o quelli che più semplicemente, per evitarsi emicranie, facevano il loro lavoro dimenticandosi del lato umano. Ma Elisa sapeva anche quante esitazioni, quanti timori c’erano nella maggior parte di loro, e quanto dolore. Non era mai facile. Adesso stava seguendo con un po’ di trepidazione le vicende di quel gruppo di magistrati di Milano che aveva sollevato uno scandalo andando a scoperchiare vasi di Pandora rimasti chiusi per troppi anni, da cui erano uscite corruzioni, connivenze, raggiri a livelli forse inimmaginabili.
Vedeva le facce sbigottite della gente, che sembrava non parlare d’altro. Tutti pensavano che la politica non potesse fare a meno di un certo grado di corruzione, ma questo era troppo. Quelli che un tempo dicevano cinicamente, con un’alzata di spalle “se fossimo al loro posto faremmo lo stesso” erano zittiti dall’enormità della cosa.
Ma al di là del coraggio e della buona volontà di pochi, non era difficile prevedere come sarebbe andata a finire. I segnali c’erano già. Ci sarebbe stata qualche modifica ai vertici, i più compromessi sarebbero stati sostituiti da altri forse non meno coinvolti, ma meno conosciuti, meno esposti ai riflettori. Qualcuno magari sarebbe stato in carcere per un po’, tanto per dare l’idea alla gente che giustizia era stata fatta. Poi tutto sarebbe stato dimenticato, e magari un giorno gli stessi che oggi erano disprezzati per colpe tanto gravi quanto evidenti, un giorno o l’altro sarebbero tornati in trionfo, come paladini della verità.
Però nonostante tutto, meno male che c’erano persone come quei magistrati, disposte comunque a rischiare, se non la pelle, quanto meno certo una bella dose di fango gettato addosso, e senza aspettarsi in cambio neanche la riconoscenza delle vittime, perché dopotutto a nessuno piace vedere messi in ridicolo i propri eroi, e a nessuno piace che gli si faccia notare di essere stato turlupinato tanto bene per tanto tempo.
Insomma, esistevano persone che facevano quello che ritenevano giusto, esponendosi in prima persona, lasciando spazio… sì, ai loro ideali, per quanto desueta e pesante questa parola potesse sembrare. Di solito non erano affatto persone più pesanti delle altre, ma semmai più placide, con un sorriso tranquillo che non si lasciava smontare da niente. Molte persone così le aveva ritrovate alla Città del Sole, a cercare di dare una possibilità ai ragazzi “a rischio”, quelli che già avevano subito qualche processo e gli altri, quelli di cui si veniva a conoscenza perché la madre si drogava, o perché i genitori si separavano con strascichi violenti, o perché passavano da una famiglia affidataria a un’altra senza mai trovare un punto fermo. L’associazione aveva creato rapporti nel tempo con una rete di persone disposte a dare un lavoro ai ragazzi, o a farli studiare, o a trovare una soluzione possibile per una situazione che sembrava senza via d’uscita.
Ormai in sala erano quasi tutti seduti, e la presidente dell’associazione cominciò a provare i microfoni. Il corso dei pensieri di Elisa si interruppe. La dottoressa Pavolini avrebbe parlato per prima, poi sarebbe toccato a lei, poi i due ragazzi dell’associazione e infine sarebbe stata la volta dell’avvocato Congia.
Non le parve che la Pavolini dicesse niente di originale, ma forse era prevenuta, e comunque neanche lei si sentiva particolarmente creativa in quel periodo. Il primo ragazzo, quello che studiava (al nautico) fece un discorso di ringraziamento piuttosto convenzionale, ma l’altro, Giacomo, che adesso lavorava in un’auto carrozzeria, disse alcune cose interessanti, sulle esperienze che l’avevano portato a pensare che solo la violenza portasse al rispetto degli altri, e su quello che gli aveva fatto cambiare idea.
– All’inizio avevo paura, ma la paura si supera. Quando gli altri vedevano che avevo paura si approfittavano e me ne facevano di tutti i colori. Poi ho cominciato a reagire, e siccome sono più forte di tanti altri, hanno cominciato a lasciarmi stare. Tutto quello che volevo era che mi lasciassero in pace. Quando sei dentro non è che racconti agli altri quello che ti passa per la testa, devi stare attento a quello che dici, a non far vedere che sei debole. Credo che a tutti manca l’affetto di qualcuno, però non lo dicono. Così ho capito che se mi sentivo triste o se avevo paura era meglio se non lo facevo vedere. I miei amici erano tutti gente con più precedenti di me, gente che mi insegnava il mestiere, però sono amici a cui certe cose non le puoi mica dire, devi fargli vedere che sei duro, che si possono fidare. Per noi tutto quello che contava era cercare di fregare gli altri, quelli di “fuori”, cercare di uscire prima, e poi fare quello che ci pareva. Tanto, dicevamo, a loro mica gliene importa niente di noi, pensano che siamo feccia, siamo delinquenti e lo resteremo per sempre.
Così quando è venuto lo psicologo e mi ha detto di questa associazione, io gli dicevo sempre sì, pensavo che se lo facevo contento mi facevano uscire, e io volevo solo uscire. Mi ha detto che c’era questa associazione che cercava di far studiare o di trovare un lavoro ai ragazzi che erano lì dentro e io ho pensato ecco, ci risiamo, di nuovo qualcuno che ci vuole rieducare. Però continuavo a dire di sì.
Poi lui a cominciato a chiedermi cosa volevo fare e io non sapevo cosa dirgli, perché mica potevo dirgli che volevo continuare a fare quello che facevo. Gli ho detto che secondo i miei non ero capace di fare niente, e lui mi ha detto che non voleva sapere cosa pensavano i miei, ma cosa pensavo io. Ho detto boh, il mio migliore amico dice che sono bravo colla matematica, perché son svelto a fare i conti, e lui di nuovo mi fa che non voleva sapere cosa dicevano i miei parenti e i miei conoscenti e tutto il resto. Allora ho pensato che per quello che mi ricordavo io, non me l’aveva mai chiesto nessuno cosa volevo fare. Lui ha visto che c’erano dei poster di macchine appese alla parete in cella, e mi ha detto se mi sarebbe piaciuto fare il meccanico, e io ho detto forse, non lo so, non ci ho mai provato, però le macchine mi piacciono. Così sono venuto all’associazione, però non ci credevo tanto che mi facevano fare quello che volevo. Tanti di quelli che erano dentro c’erano stati in queste associazioni e dicevano che decidevano sempre loro, e ti dicevano mi raccomando studia, oppure fai il bravo che ti abbiamo trovato un lavoro, e magari era un lavoro che loro odiavano, però dovevano farlo lo stesso, così dopo poco si stancavano e se ne andavano. Però per me è stato diverso, perché tutti continuavano a chiedermi che cosa mi piaceva fare, e poi anche se non mi chiedevano cose personali, dopo un po’ ho visto che cominciavano a volermi bene e volevano vedermi contento, così ho cominciato a parlare con loro delle cose che mi piacevano e di quelle che mi facevano stare male o mi facevano arrabbiare, e ho visto che loro non mi prendevano in giro, e non cercavano di fregarmi. Ho fatto fatica e qualche volta ho litigato, quando mi sgridavano però poi mi dispiaceva perché volevo che fossero contenti di me. Piano piano ho visto che potevo fidarmi, e ho pensato che volevo che loro si fidassero di me, così alla fine ho cambiato vita e adesso da due anni lavoro in questa carrozzeria e sono contento.
Giacomo prese fiato e sorrise, un sorriso timido, aveva parlato velocissimo, e le parole gli erano uscite dal cuore, ma adesso che si era fermato, forse qualche vecchia paura era riaffiorata. L’avrebbero accettato? Elisa incontrò il suo sguardo. Lui continuava a sorridere, e le parve di averlo già visto. Forse si ricordava di lei, o forse per lui era solo un volto tra tanti, qualcuno che lo stava guardando, e a cui lui chiedeva di non tradire quella fiducia faticosamente ritrovata. Comunque ricambiò il sorriso, e sentì che finalmente la giornata stava cambiando in meglio.
Aveva creduto che sarebbe a malapena riuscita a tirar fuori qualche trito concetto di quelli collaudati, cose già viste e già sentite, una recita meccanica. E invece dal canovaccio abituale, dagli appunti che si era scritta uscirono cose inaspettate che neanche lei sapeva di avere dentro. L’urgenza di prendere in mano la propria vita, l’importanza di ascoltare gli altri senza lasciarsi manipolare, di distinguere i principi veri da quelli che sembrano necessari solo perché qualcuno te lo ha fatto credere, quelli che non hanno una vera ragione d’essere. La bellezza, così difficile da esprimere, che si riesce a trovare soltanto quando ci si innamora della vita. La necessità di superare la paura per lasciare che gli altri ci entrino dentro, perché per uno che ti ferisce un altro può curare le tue ferite.
Diceva quelle cose e sentiva il tremito della sua voce e di tutto il corpo, le succedeva sempre quando l’emozione era troppo forte. La rabbia le provocava ondate di calore, la paura la faceva sentire come se avesse freddo. E adesso aveva paura. Le venne da pensare che chiedeva ai “suoi ragazzi” di prendere in mano la loro vita, di innamorarsi della vita, di abbandonare le difese, e sentiva quelle parole nella sua anima, perché le aveva dimenticate per un po’. Stava ritrovando la passione, e si stava riavvicinando alla vita, anche lei.

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Un pensiero su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – III (continua)

  1. Un lunghissimo preambolo che si conclude con il vero motivo del post: Stava ritrovando la passione, e si stava riavvicinando alla vita, anche lei.
    Dunque Elisa attraverso gli occhi di altro comprende quale strada deve imboccare.
    La domanda è se ci riuscirà oppure sarà condizionata dalle regole che le hanno insegnato?
    Aspetto la prossima parte.

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