Dal libro

Ti ascolto, ho pensato, e mi stupisce che non mi fosse venuto in mente prima. Ti ascolto vuol dire: devo continuare a rivolgermi a te, questo libro è una lettera che ti scrivo. Così è nato, così deve restare, un dialogo inventato, una specie di immaginaria intervista, in cui tutto quel poco o tanto che so di te verrà fuori raccontandoti di me e delle molte ragioni per cui ti ho amato – sì, amato, di questo amore così speciale, unico come tutti gli amori, ideale sì, ma non certo immacolato, anzi, con tutte le macchie che una vita è capace di lasciare. Sarò io a fare le domande e darmi le possibili risposte ma questo non conta, perché sei stato tu a insinuarmi nel cuore così tante di quelle domande; e delle risposte in fondo importa poco, credo, a tutti e due, salvo che non siano quelle che spingono a continuare a cercare, ancora oltre.
Nato a Chicago quindi. E poi trasferito a Lake Forest, una casa non eccessivamente grande, un periodo felice, dicevi. E’ stato là che hai imparato ad andare in bicicletta, ci scommetto. Un amore lungo una vita intera. Ed è stato là che hai cominciato ad affrontare la solitudine a modo tuo. C’è chi si crea un amico immaginario, ma tu avevi talmente tanto dentro, come avrebbe potuto bastarti? Ci voleva un esercito intero, soldatini/amici, con personalità ben distinte, a ciascuno la sua voce. Che era sempre la tua, ma dava vita a mille voci diverse, all’infinito suono del mondo. Perché è stato allora che hai capito che dalla tua voce nascevano universi interi. Gli altri si divertivano, ridevano. E di quegli universi, tu imparavi a fare strumenti per vivere qui, in questo minuscolo frammento di un minuscolo universo che è diventato la tua casa, luogo d’incanto e disincanto.
Il sospetto devi averlo avuto presto, se i compagni delle elementari e delle medie ti ricordano come così divertente, pur se tu ti descrivevi come timidissimo. E avevi scoperto che lo humour funzionava per ottenere l’attenzione – e le risate – di tua madre, quella mamma bellissima – amatissima, qualcuno ha accennato, e ne sono certa. Ma quando, tanti anni dopo, ti hanno chiesto chi avresti voluto incontrare per primo in una ipotetica altra vita, hai subito detto tuo padre, l’uomo taciturno e pragmatico che al tuo annuncio di aver scelto di recitare per professione, non aveva fatto una piega, ma ti aveva suggerito di imparare comunque un mestiere di riserva, tipo il saldatore. Sai, quando lo raccontavi col tuo sorriso caratteristicamente sbarazzino e un po’ impudente, ma anche con evidente tenerezza, al momento del tuo tanto sospirato, meritatissimo Oscar, ho avuto la sensazione che ci fosse anche un senso di rivalsa, in quelle parole. Un rimprovero affettuoso per chi non aveva avuto fiducia in te fino in fondo. E anche in questo mi ritrovo, ché le scelte che ho fatto da me, spesso osteggiate, si sono alla fine sempre rivelate più azzeccate di quelle che altri vedevano come meno incerte o comunque più adatte. Dopotutto i rischi, mi hai insegnato, bisogna andarseli a cercare apposta, qualche volta. E’ il sale della vita.
Amici immaginari, una casa piena di libri, una timidezza quasi morbosa… a me quel ragazzo sembra sempre più di conoscerlo, sai. Non avevo idea, quando ho cominciato ad appassionarmi tanto a quello che facevi, che un tempo eri stato un adolescente appartato, difficile alle amicizie fin quasi all’isolamento, persino deriso. Amicizie pochissime, ma quelle poche, per la vita. Non lo sapevo, ma quando a poco a poco l’ho capito, da quello che della tua vita veniva fuori, quasi strabordava, dalla tua bocca ma molto prima dal tuo cuore, non ne sono stata affatto sorpresa. E’ l’intuito di chi quegli aspetti li ha vissuti sulla propria pelle, ché tra uguali ci si riconosce. Ho riso tanto, Dio quanto ho riso, mi hai sempre fatto ridere più di chiunque altro. In questo non ci assomigliamo, io non so far ridere, oggi forse un po’ di più che in passato, ma certo non viene da sé, come respirare. Per te era così. Quelle risate sono una delle ragioni più importanti dei sentimenti così assurdamente profondi che hai radicato dentro di me fin da subito.
Tuttavia, sono sempre stata certa che ci assomigliavamo in molto altro, che l’affinità andava ben oltre quelle differenze così evidenti, che saltavano agli occhi. Dentro, in profondità, ho avvertito la vicinanza e l’ho coltivata con cura cercando, a modo mio, di farmi più simile a te anche dove lo ero di meno. Mi sento ancora lontana dal traguardo, ma il fatto stesso di percorrere quella strada dà senso, bellezza e luce alla mia vita. Più somiglio a te, più mi sento in contatto con me stessa.
Tu eri un artista, hai usato il teatro. Io scrivo. Io non potrei certo pensarmi attrice, e men che meno improvvisatrice, e tu non riuscivi a immaginarti come autore nemmeno di un’autobiografia (e sì che quanto avevi e avresti avuto da raccontare… tutta la tua vita è stato l’immenso racconto tessuto da un cantastorie d’eccezione, narratore inusuale ma grandissimo). Entrambi però convogliamo nelle parole l’amore, la cura che abbiamo per la lingua come mezzo di comunicazione, ne facciamo espressione del corpo e dell’anima. E’ tra le cose che abbiamo in comune, che non sono mai state poche, e più mi addentro nella tua vita e più ne scopro. Eppure le differenze, quelle che comunque restano, sono altrettanto importanti. Io non voglio essere te, né voglio pensarti come se tu fossi me. Una parte di me, questo forse sì. Ma la freschezza di un altro sguardo e di un diverso cuore conta tanto quanto il calore di tutto ciò che unisce.
Più tardi, a Detroit, in una casa piena di stanze e vuota di persone, hai imparato anche che il tuo corpo era il miglior rifugio e veicolo delle emozioni. Poteva servire a proteggerle, a farle emergere, a condividerle, nasconderle o lasciarle esplodere in uno spettacolo di fuochi d’artificio. A seconda delle situazioni e delle persone con cui ti trovavi, ma forse, per il momento, in modo un po’ incontrollato. Ancora quello strumento poteva sfuggirti dalle mani, del resto ci vuole tempo per padroneggiare la magia. Accadeva persino che si trasformasse in un’arma, uno strumento di dolore, addirittura un nemico.
Quando gli altri già sapevano di quali meraviglie eri capace (e non avevi neanche vent’anni), tu non eri certo di niente, probabilmente ti sentivi un po’ alla mercé di quel talento, che era arte e scintilla e splendore ma anche impegno, un coinvolgimento totalizzante per cui non eri preparato. Condanna e salvezza al tempo stesso, ti dominava, pretendeva pezzi della tua mente e del tuo cuore. Prendere il proprio dolore e giocarci non è da tutti. Solo i grandi ci riescono e tu non eri ancora grande. Sei cresciuto apprendendo che le lacrime e il riso, la leggerezza e la malinconia non sono che facce della stessa medaglia, aspetti della stessa profonda vita emotiva, da accogliere e amare con la stessa vorace passione e la stessa intensa dolcezza. Una volta compreso questo, accettata la complessità della tua anima, eri infine pronto per prendere il volo. Un poco di polvere di fata, i pensieri felici che eri riuscito finalmente a regalare a te stesso, ed eccoti padroneggiare gli spazi del cielo e delle stelle e quelli della terra e dell’umanità con la stessa naturalezza.

Annunci

2 Pensieri su &Idquo;Dal libro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...