IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV

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Andrea aveva fatto il chirurgo per sbaglio. Quello che aveva sognato, uscendo dall’università, era di fare il ricercatore, probabilmente nel campo della genetica. In qualche modo si vedeva benissimo tra le provette, nell’ambiente asettico di un laboratorio.
Ma fin da quando faceva praticantato gratuito negli ospedali come specializzando, il primario del reparto di chirurgia di allora aveva osservato non solo che aveva una “buona mano” per le operazioni, ma anche che aveva un ottimo contatto con le persone, riusciva sempre, per quanto era possibile, a rasserenarle. Loro sentivano la sua partecipazione alle loro ansie e alle loro paure, si sentivano meno soli e più fiduciosi.
– Questo sì che è un dono veramente raro – gli aveva detto il dottor Cangiani. E lui, che aveva una sconfinata ammirazione per il “Professore”, a quelle parole era diventato rosso, o almeno, aveva temuto che sarebbe successo. Era stato a causa del dottor Cangiani che alla fine aveva cambiato il corso della sua vita. Del dottor Cangiani e del periodo di professione negli ospedali inglesi, dove ancora una volta non avevano perso occasione di dirgli quanto era straordinario il suo modo di comunicare con i pazienti, e lo avevano attribuito al fatto che era italiano. E Andrea, che conosceva benissimo la spocchia e il distacco condiscendente di certi “baroni” italiani, si era sentito un po’ più orgoglioso delle sue origini, e ancora un po’ più incline a dedicarsi, tutto sommato, alla chirurgia.
E adesso, eccolo qui. Assistente del primario – un primario molto diverso da Cangiani, purtroppo – innamorato del suo lavoro e costretto, a volte suo malgrado, a non lasciar trapelare le emozioni, o non troppo, comunque. A mantenere la sua freddezza professionale, almeno per quanto era necessario a non fargli tremare le mani.
Perché già allora, quando Cangiani gli aveva detto, e lo avrebbe ricordato per sempre “hai un’ottima mano, e una testa anche migliore, ma la parte a cui devi stare attento è il cuore”, si era reso conto che all’esterno le sue mani apparivano ferme, senza neppure il più piccolo fremito, e tanto di più quanto più la situazione era delicata, ma dentro di lui, invece, ogni volta doveva combattere contro l’ansia, e peggio ancora, contro il dolore quando, nonostante tutto, non riusciva a salvare qualcuno.
Gli era capitato di operare ragazzi usciti da un incidente in condizioni disperate, e qualche volta era riuscito a strapparli alla morte, qualche volta no. In tutti e due i casi, dopo, quando la tensione lo aveva abbandonato, avrebbe voluto potersi lasciar andare e piangere senza ritegno, ma sapeva di non poterselo permettere. Gli altri medici, i suoi pazienti, si fidavano di lui perché sapevano che poteva scherzare con loro, ascoltare le loro confidenze, incoraggiarli e confortarli, ma al momento buono, sarebbe stato capace di allontanare qualunque cosa potesse fargli tremare le mani. Confidavano nella sua sicurezza, nella sua forza, anche loro. Non si sarebbe mai liberato di quella sua maledetta sorte, di dover essere sempre la roccia di qualcuno?
Avrebbe dovuto essere contento, perché in quel periodo gli stavano capitando solo interventi non molto gravi, dunque non troppo distruttivi emotivamente. Ma non dipendeva da quello.
Era soltanto un momento nero, e lo sapeva. Gli era successo altre volte, e di solito gli passava nel giro di pochi giorni. Questa volta forse ci sarebbe voluto un po’ di più, ma sarebbe passata anche questa. Cinque mesi, e Elisa gli mancava ancora. Aveva sperato, era stato quasi sicuro, che si sarebbe resa conto abbastanza presto dell’insensatezza della sua decisione. Invece non gli aveva più telefonato, nemmeno una volta, nemmeno per sentire come stava, dopo che avevano condiviso le cose più importanti della loro vita, tutto il dolore e tutta la gioia che era possibile sentire, “nel bene e nel male”, gli venne da pensare.
Irrequieto, prese a cambiare uin disco dopo l’altro, senza sapere che cosa esattamente stesse cercando. La voce di diamante grezzo di Springsteen riempì la stanza, graffiando “It’s gonna be a long way home”. E poi sei sparita / Potevo respirare lo stesso verde intenso dell’estate/ Sopra di me risplendeva lo stesso cielo notturno /In lontananza potevo vedere la città dove sono nato / Sarà lunga la strada per tornare a casa / Ehi, tesoro, non aspettarmi… Un attimo dopo Springsteen lasciava il posto agli Eagles. Non sapevo quanto fossi solo, prima di incontrarti… no, decisamente no. Fossati forse? E giù alberghi della posta / Per ritorni senza eleganza e senza sosta / Stiamo volentieri ad aspettare / che la nostra casa stessa prenda il mare

Mentre stava studiando un trattato sulle malattie dell’apparato digerente – non certo una lettura domenicale amena, ma aveva deciso che era l’ora di dedicarsi un po’ all’aggiornamento – squillò il telefono. Ci mise un po’ a rispondere. Era un periodo che il malefico apparecchio non squillava spesso. Lo aveva chiamato Marco, un paio di volte, e una volta Filippo, ma loro sapevano quando non era il caso di rompere troppo le scatole, e poi erano sposati, avevano bambini, non è che si facessero sentire troppo. Lui non aveva neppure quella scusa, solo che non si sentiva dell’umore giusto per spensierate conversazioni stile periodico sfogo e coalizione di tre uomini momentaneamente soli, che di solito davano la stura ad ogni più vergognoso istinto – guardare la partita mangiando pop-corn davanti alla televisione, sparlare delle donne generalmente adorate, lamentarsi della propria condizione di maschio-oggetto, lasciarsi andare ad espressioni corporali che di solito dovevano essere rigorosamente trattenute. No, proprio non era nello spirito adatto.
Comunque era Gianna.
– Stavo per mettere giù, credevo che non ci fosse nessuno, ma per come ti ho visto oggi non mi sembravi uno che si sta preparando a una serata godereccia.
– Mi hai visto oggi?
– Sì, io ti ho visto, anche se tu invece andavi in giro a testa bassa tipo toro all’attacco, e ti usciva anche il fumo dalle narici e dalle orecchie. Lo so che non ti sei accorto di me, eri troppo impegnato ad essere incazzato nero col mondo.
Andrea non poté trattenere un sorriso. L’aveva ritratto proprio bene, bisognava dirlo.
– Ti ho chiamato proprio per questo – continuò lei. – Va bene che non lavoro nel tuo reparto, per mia fortuna, ma anche così, non ti posso più sopportare con la luna sempre storta in questo modo. Anche solo vederti passare mette l’angoscia. E poi non è da te. Ho deciso che questa volta dovrai venire alla cena che organizzo per sabato prossimo, e non accetto un no come risposta.
Andrea non disse no. Dopo tanto tempo passato a evitare con cura ogni possibilità di incontrare Elisa, adesso voleva vederla. Ma non voleva chiedere a Gianna se lei ci sarebbe stata. Era sicuro che l’avrebbe invitata, ma sarebbe venuta? Avrebbe accettato la possibilità di vederlo? Per mesi e mesi aveva rifiutato ogni invito di Gianna – lei dava una festa ogni quindici giorni, era incredibile – e non aveva visto nessun altro dei suoi amici. Quasi tutti erano amici comuni, suoi e di Elisa. Non aveva rinunciato al suo tennis, ma per il resto se ne era stato lì, rintanato, in letargo, e questo non gli piaceva. Fuori la caccia era ancora aperta, ed era ora di tornare nella mischia. Una nuova luce di combattività si accese nei suoi occhi. Avrebbe fatto tutto quello che poteva per riconquistare Elisa. E se poi non ci fosse riuscito, in qualche modo doveva comunque ricominciare a fare i conti con il mondo, con le altre donne. Magari sarebbe andato in America a raggiungere Monica, o sarebbe tornato in Tanzania, pensò, tornando finalmente per un momento a sorridere di se stesso..

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6 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV

  1. Bravissima come sempre. Scritto molto bene, e sapessi come mi piacciono le storie di ambiente ospedaliero. ”Angeli della notte” di Cronin lo ricordo ancora come uno di quelli che mi piacquero da morire ai tempi del ginnasio. Bacioni e complimenti. Isabella

  2. Adesso è il turno di Andrea, dei perché e delle motivazioni dell’essere chirurgo, dell’essere innamorato di Elisa, del suo ostinato silenzio. però Gianna, se non ricordo male, è stata a suo tempo un ponte tra Andrea e Elisa. Lo sarà anche il prossimo sabato?
    Aspetto gli sviluppi

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