IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

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Elisa si addentrò nei carruggi che aveva ormai imparato a conoscere bene non solo perché Gianna ci abitava, ma anche per le innumerevoli passeggiate che avevano fatto insieme, per fare shopping o semplicemente per girare. Mica puoi abitare a Genova e fermarti alla soglia dei vicoli, diceva Gianna. Quello che era certo era che lei, Gianna, ci si sentiva perfettamente a suo agio, la sua casa era aperta a tutti, italiani e non, purché stessero alle sue regole, e se a qualcuno non andava bene, mica era un obbligo frequentarla. Nessuno l’aveva mai scippata, ma, come ogni tanto raccontava, una sua cugina era stata scippata in piena Albaro, zona signorile, alle due del pomeriggio. Ci sono persone, diceva, che trovano sempre mille motivi di infelicità e neanche uno di gioia. Li chiamava i baciati dalla cattiva sorte, quelli che hanno come unico hobby la compilazione di lunghi elenchi di disgrazie, trovando in ogni cosa soltanto motivi di mugugnare e lamentarsi. Lei non aveva nessuna intenzione di farsi suggestionare dagli spettri agitati da qualche politico non in perfetta buona fede, e da qualche giornalista non precisamente indipendente, solo perché la gwerx spaventata si governa meglio. La sua bellissima casa era in uno di quei minuscoli vicoletti che si dipanavano come una ragnatela, un labirinto, una rete di sottili rivoli grigi delimitati dagli alti muri delle case addossate l’una all’altra, strette nell’antica difesa – c’era dell’ironia in questo – contro i Turchi, i Mori, gli Arabi, insomma.
Spesso a febbraio Genova è fredda, più fredda che a dicembre o a gennaio, quasi che l’inverno in quei suoi ultimi guizzi volesse mostrare la sua potenza, gelando i corpi e le case, da cui il sole della primavera avrebbe impiegato più tempo a sciogliere il ghiaccio.
Il profumo della farinata e delle torte di una vicina friggitoria si mischiava con odori molto meno gradevoli. Piovigginava, e l’umido le entrava nelle ossa. Ma si sentiva il cuore leggero. Tutta la pioggia, il freddo, la puzza e l’umidità del mondo non avrebbero potuto, in quel momento, scalfirla.

A casa di Gianna il profumo era anche migliore di quello della friggitoria. Basilico fresco, minestrone, acciughe, frisceû di baccalà, torta di pinoli, tutto un miscuglio di odori che solleticavano le narici e facevano venire appetito.
Andrea non era ancora arrivato. Con tutta la buona volontà, non avrebbe potuto sostituirlo neanche con il famoso bagnon di acciughe di Gianna.
Gianna era ancora in grembiule, stava preparando una salsina dolce di sua invenzione, una sorta di gelatina di frutta. Un altro incantevole profumo.
– Ma quante cose hai preparato? – Le chiese Elisa, soffermandosi ammirata a guardare il bendidio sull’immensa tavolata della cucina.
– Beh – rispose lei, facendole l’occhiolino – gli uomini si prendono per la gola, anche se in questo caso per interposta persona. Spero che ci sarà qualcosa da festeggiare, stasera.
Elisa si sentì rincuorata. Almeno lui non aveva telefonato all’ultimo momento per dire che purtroppo non poteva proprio venire. A lei era venuta l’influenza, il giorno dopo la telefonata di Gianna. Luca si prendeva tutto quello che c’era in giro, e certo non poteva risparmiarsi l’influenza.
“Babba, secoddo te l’idfluenza viede perché i microbi haddo freddo e si scaldado dedtro di doi?” Era stata quella la domanda da cento milioni di dollari, questa volta. Cosa avrebbe potuto dire? Chissà, forse. L’unica cosa che sapeva era che si trasmetteva facilmente. Bastava che passasse prima di sabato… per fortuna era passata, grazie anche a un paio di robuste aspirine.
Il campanello continuava a suonare, uno squillo dopo l’altro, a ripetizione. Ci saranno state già sette o otto persone. Quando sarebbe arrivato, lui?
E finalmente, eccolo.
Ma a vederlo, Elisa sentì una fitta al cuore, incontrando lo sguardo freddo che aveva tanto temuto, gli occhi duri che la guardavano senza tregua, taglienti.

Non era quello il modo in cui Andrea avrebbe voluto guardarla. Aveva deciso di volerla vedere, e non era stato certo per mettere ancora più distanza tra loro. Ma adesso che era lì davanti a lui, l’orgoglio era tornato. Non le avrebbe fatto capire quanto aveva sofferto a causa sua. E dietro l’orgoglio la paura, forse, perché anche Andrea aveva paura. Anche lui non sapeva cosa aspettarsi, anche lui cercava, come poteva, di difendersi.
La pioggia adesso scendeva con rabbia, schiocchi di frusta sulla strada, lo sguardo di Elisa corse alla finestra, per non sentire più la durezza altrettanto sferzante degli occhi di lui fissi nei suoi, per ritrovare il coraggio.
Tornò a guardarlo.
– Andrea, io… vorrei parlarti. Per favore. Vuoi venire sulla terrazza con me? – La sua voce suonava così strana, velata, stanca, eppure determinata. Andrea pensò che anche lei doveva aver sofferto molto. La seguì.
La terrazza era chiusa, eppure gli scrosci erano così violenti che qualche goccia arrivava fino a loro, portata dal vento, infiltrandosi tra gli spifferi delle vetrate.
Non c’era nessuno, ma era quello che volevano.
– Voglio… voglio dirti quello che ho sentito in questi mesi, poi puoi farne quello che vuoi, ma devo cercare di spiegarti. Probabilmente è stata la paura, come dicevi tu, ma io credevo che fosse l’unica cosa ragionevole da fare. Continuavo a dirmi, non posso rischiare di far del male ai bambini, non posso mettere in pericolo tutto quello che ho, perché anche se ti amo così tanto, anche se avevi risvegliato una passione così grande… no, anzi, proprio per questo, ho pensato che … che tu avresti potuto portarmi a dimenticare tutto il resto, che sarebbe stata una rovina, un terremoto. L’istinto mi diceva che stavo sbagliando, che con te stavo bene, che quello che sentivo era amore, e l’amore non distrugge. Sapevo, dentro di me, che avresti potuto rendere la mia vita più bella, ma avrei dovuto abbandonarmi, avrei comunque dovuto perdere tutta una vita di certezze. Adesso so che sarei pronta a rischiare ma non so… quello che senti tu.
Elisa lo guardò, fermandosi di botto, come se le fosse impossibile pronunciare anche solo un’altra sillaba, Aveva il viso umido di pioggia, e probabilmente anche di lacrime.
Per un attimo Andrea ebbe la tentazione di lasciarla piangere per un po’. Tutto il dolore che aveva provato a causa sua gli aveva lasciato una vena di crudeltà. Ma si vergognò del pensiero, anche per le cose che lei gli aveva detto, e per come le aveva dette, senza difese, con tutta l’anima sulle labbra. E comunque, anche se avesse voluto non avrebbe potuto. Le sue emozioni erano incontrollabili di fronte a lei, e sapeva di amarla al punto che avrebbe sofferto ancora per lei, e l’avrebbe ancora perdonata.
Alzò una mano a sfiorarle il viso. Non riusciva a toccarla, anche solo un contatto casuale, senza che il desiderio di lei gli scombussolasse tutte le funzioni vitali.
Cosa c’era in lei che ogni volta che la vedeva gliela faceva immaginare distesa nuda su un letto, aspettando solo di far l’amore con lui? Non aveva il fascino distante e irreale di una diva del cinema, i suoi sguardi non erano, di solito, sguardi assassini, almeno non volutamente. Si possono lanciare involontariamente sguardi assassini? E un uomo può seriamente farsi domande di quel genere? Certo, era vero che il modo in cui i suoi occhi si illuminavano quando lo guardava gli era sempre piaciuto, ma… vestiva anche in modo piuttosto sobrio, anche se in un paio di occasioni gli era venuta una tentazione alquanto sciovinisticamente possessiva di chiederle dove diavolo credeva di andare vestita così, e questa era una di quelle. Ma non era la luce nei suoi occhi, e non era il vestito. Tutto quello che voleva, anche adesso, era di stringere quel suo corpo morbido e caldo e far l’amore con lei fino a non poterne più. Ecco, forse era proprio questo, quella sua qualità morbida, rotonda, concava. gli veniva da dire, o forse la parola era “ricettiva”, nel modo in cui si abbandonava senza pudore e senza paura. La paura, semmai, veniva dopo.
Elisa lo guardò, vide tutto questo nei suoi occhi, e stranamente si mise a piangere ancora più forte, ma non stava piangendo, stava ridendo, senza sapere perché. Di felicità, forse. Di sollievo, di tensione che improvvisamente si scioglieva.
– Chissà cosa penseranno lì sotto – disse, quando si fu un po’ calmata, – Non è proprio una giornata da starsene a godersi il fresco sulla terrazza.
– Se sapessi quanto me ne importa di quello che pensano. Per tutto questo tempo volevo solo te, e anche adesso voglio solo te. Possiamo tornare giù, se vuoi, possiamo andare a cena, e se ti fa sentire meglio, posso andarmene prima di te, perché non ci vedano uscire insieme. Basta che dopo vieni a casa mia. Ho immaginato ogni sera di far l’amore con te, e ad ogni sera il desiderio cresceva, e adesso è diventato insopportabile.
Elisa sorrise, abbassò gli occhi. C’era un’ombra di rimprovero, in quella parole, ma era il calore del suo sguardo a farle abbassare gli occhi, adesso.
– Non ha importanza – disse. – Possiamo andare via insieme, non ho più bisogno di nascondere niente. Se non mi nascondo più a me stessa, perché dovrei nascondermi agli altri?

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2 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

  1. Dunque quello che pensavo si sta realizzando. Non credo che Elisa voglia fare le cose di nascosto. L’ha detto in chiusura di puntata, quindi ha saltato il Rubicone. Ha deciso per Andrea. Non penso che si accontenti di fare solo all’amore, per quanto piacevole possa essere.
    Vediamo la prossima puntata

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