IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

Gianna li vide rientrare, presa da sentimenti contrastanti. Vide subito che la burrasca si era calmata. Non era particolarmente osservatrice, ma non era difficile accorgersene, avevano cambiato completamente espressione, tutti e due. Sembravano persino più giovani. Elisa aveva perso la ruga di concentrazione sulla fronte, di quando metteva tutte le sue forze nel convincersi che stava benissimo anche senza di lui, e Andrea sorrideva. Il sorriso di Andrea era sempre stato una cosa che parlava da sola.
Era meglio così? Sarebbe stato meglio che continuassero a non vedersi, e forse prima o poi sarebbero riusciti comunque a venirne fuori? Chi poteva saperlo? Ma Gianna aveva senso pratico, e pensava che se entrambi, nello stesso momento, avevano deciso di rivedersi, in qualche modo avrebbero fatto, se non fosse stato a casa sua avrebbero trovato comunque una strada. D’accordo, forse sarebbero riusciti, presto o tardi, a superare la rabbia, l’amarezza, il dolore, e tirare avanti. Ma perché?

Elisa aveva pensato che non sarebbe riuscita nemmeno a sentire il gusto del cibo, e invece lo sentiva benissimo, anche più del solito. Non aveva mai capito la connessione tra cibo ed erotismo, adesso la capiva. I profumi e i sapori dei piatti liguri, piatti della tradizione marinara e contadina, non certo raffinati, ma gustosissimi, a cui Gianna si dedicava con tutta la sua anima mediterranea, le provocavano un piacere decisamente sensuale. Andrea non faceva assolutamente niente per nascondere il fatto che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Mangiava guardandola, quasi che quello che stava assaporando fosse solo un anticipo di quello che sarebbe venuto dopo. Non aveva mai creduto che si potesse eccitare una persona in quel modo, ma era possibile, sì. Non si accorse nemmeno che partecipava anche lei a quel gioco, altrettanto incapace di filtrare le sue emozioni, fino a che anche portare un’oliva taggiasca alle labbra diventava un gesto malizioso.
Non fu tempo sprecato, non solo la concessione alle convenzioni dell’ospitalità, in attesa di potersi finalmente districare e scappare via. C’era, è innegabile, un’aspettativa un po’ impaziente. Non è certo facile continuare a far finta di niente mentre un fremito sinuoso e liquido rifluisce in onde di calore che arrivano anche alle mani, al viso, al collo, dove tutti possono vederle. Ma quegli istanti rubati all’appagamento del loro desiderio erano istanti regalati all’attesa che dilatava quel desiderio, annullando ogni altra cosa. Incoscienza, follia. Forse.

Il tempo di un caffè, due chiacchiere con gli ospiti, l’ultimo goffo tentativo di fingere di essere ancora sulla stessa terra dove c’erano anche gli altri. Ma Gianna sapeva come stavano le cose. Guardò Andrea, gli fece segnali con gli occhi e con le mani, vai via, portala via, e non preoccuparti del resto. Chi vuole capire, capirà.
Così fuggirono via, nella macchina di lui, un’altra Ford, ma non quella che aveva comprato da ragazzo e che adesso sarebbe stata comunque in età per andare dignitosamente in pensione. Blu. Non eccessivamente curata, se non dove era necessario. In ordine, confortevole. Andrea non si inebriava con la velocità, ma si vedeva che gli piaceva guidare. Aveva una mano sicura sul volante, come… mentre gli guardava le mani, i pensieri di Elisa andavano per conto loro. Rimasero stranamente silenziosi, per tutto il viaggio, di tanto in tanto lui la guardava. Si sorridevano.
Quando lui ruppe il silenzio, non lo fece con una frase particolarmente evocativa.
– Il parcheggio è sempre un problema – disse.
– Cammineremo – rispose Elisa, e pensò a quante volte frasi così banali nascono da pensieri troppo forti per poterli esprimere.
Ma trovarono posto abbastanza vicino, persino troppo, per Elisa, che avrebbe quasi voluto prolungare ancora un po’ quella tortura così dolce, di desiderarlo tanto, sapendo che sarebbe stata un’attesa breve.
Di nuovo quella sensazione di familiare, casa sua gli somigliava così tanto che era come se lei ci avesse abitato con lui, come se la conoscesse da quando conosceva lui.
Si sfilò la giacca, i guanti, e rimase con il vestito che aveva indossato per la cena da Gianna, quel vestito che aveva suscitato in lui quel misto di gelosia, di orgoglio e di desiderio. Adesso voleva solo toglierglielo. Le fasciava il corpo, lasciando intravedere la curva dei seni, e le lasciava scoperte le braccia e le spalle. Aveva lunghe braccia snelle, e mani dalle dita lunghe, belle mani da pianista.
Ma fu lei a prendere l’iniziativa, questa volta. Superando ogni timidezza, ogni vergogna, per la voglia di scoprire il corpo di lui come lui aveva fatto col suo, ricordando e usando gli stessi gesti di lui, ma a modo suo, per restituirgli lo stesso incantato stupore che lui le aveva fatto provare, l’altra volta. Le piaceva toccarlo, le piaceva spogliarlo. Non lo aveva mai fatto, lasciando sempre che fosse Matteo a decidere i tempi e i modi del loro amore. Lo guardò, mentre gli sfilava il maglione, e Andrea trattenne il respiro. Anche il maglione era blu. Sentì l’odore della lana, misto con il detersivo da bucato e il fumo che gli era rimasto addosso da casa di Gianna. Poi l’odore della sua pelle, che non avrebbe saputo descrivere, ma le piaceva. Un profumo fresco e un po’ aspro, che le ricordava la resina degli alberi di un bosco.
Le sue dita sfiorarono le irregolarità del viso di lui, certi punti ruvidi e scabri della pelle, i rilievi e gli infossamenti delle spalle, le callosità e le parti più morbide. Come aveva mai potuto pensare di rimpiangere il fatto che lui non fosse più un ragazzo, quando proprio questo glielo rendeva infinitamente più caro? I segni che la vita gli aveva lasciato le parvero segni d’amore, come se ogni imperfezione fosse il risultato di una storia, ogni ruga un piccolo miracolo della sua capacità di arrendersi al tempo, che forse era l’unico modo di vincerlo. Allora seppe che si sarebbe aperta a lui come a uno straniero, accogliendo la ferita dell’incontro, l’inquietudine della differenza, le sgradevolezze e il lenimento delle somiglianze, amandolo completamente, senza confini, perché lui l’aveva incontrata e riconosciuta e non era tornato indietro. Un pensiero l’attraversò come un lampo. La felicità vive dell’imperfezione. Non era importante, adesso, eppure lo era. Il suo corpo reclamò spazio, scacciò la mente nei suoi recessi. Lei udì un suono che non aveva mai sentito ma che riconosceva, una musica che veniva dalla parte più profonda di lei.
– Non fermarti – mormorò lui – e la sua voce rauca, quell’accenno di urgenza, tornarono ad eccitarla ancora di più. Dopo averlo spogliato, si sfilò l’abito. Non sapeva bene i gesti, magari era un po’ goffa, ma non le importava niente, lui continuava a guardarla, e lo vedeva dai suoi occhi che non la trovava goffa. Le piaceva quando la guardava così, come se nei suoi occhi l’acqua del mare si mescolasse con il fuoco. Lasciò che la lentezza dei suoi gesti facesse divampare quel fuoco, oltre il punto di non ritorno. Solo dopo lasciò che lui la toccasse, lasciò che le carezze di lui sciogliessero il suo corpo come se fosse stato fatto di neve bollente, lasciò che lui le insegnasse cose che non aveva mai saputo esistessero. E poi rimase così, le gambe fuori dal letto selvaggiamente disfatto, la testa appoggiata al braccio, brividi di freddo che si mescolavano ai brividi di piacere, completamente, inesorabilmente felice.

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3 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

  1. Il dado è tratto. Il punto di non ritorno è condensato in queste parole
    ‘Ma fu lei a prendere l’iniziativa, questa volta. Superando ogni timidezza, ogni vergogna, per la voglia di scoprire il corpo di lui come lui aveva fatto col suo, ricordando e usando gli stessi gesti di lui’
    Il fatto che sia lei a gestire dice tutto.
    Saprà Elisa gestire la rottura?

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