47. The Final Cut

Questo film l’ho amato da subito e però la prima volta non ho capito molto bene perché. I thriller non li disdegno, ma non mi attirano neanche più di tanto. Mai amato particolarmente il sangue, le atmosfere oniriche, men che meno poi quelle da incubo, né i film ambientati in un futuro tecnologico, né gli eroi solitari che affrontano forze più grandi di loro. Di solito. Potreste pensare – e avreste la vostra parte di ragione – che se l’eroe solitario in questione è Robin Williams la musica cambia, almeno per me. E certamente cambia, e in realtà non solo per me, perché Alan Hackman è tutt’altro che un monolite il cui unico tratto distintivo è la violenza e le cui espressioni, per parafrasare un cattivo giudizio (forse ingiusto) dedicato a un famoso interprete di giustizieri senza macchia e senza paura, si differenziano tra “col cappello” e “senza cappello”. No, Alan Hackman qualche macchia ce l’ha e anche qualche paura, e questo già contribuirebbe a rendermelo più caro. Ed è un uomo così complesso e sfaccettato da uscire fuori dal film, proprio come i protagonisti di quei film di cui si dice che “saltano fuori dalla pagina”.
E’ un montatore, Alan, ma un montatore non comune. Perché nel tempo in cui vive, un futuro non troppo lontano, le persone possono farsi installare un chip in grado di registrare le memorie di tutta la vita. Ma ci sono memorie che certo nessuno di noi ha piacere di ricordare. E qualcuno sicuramente ne ha alcune che vuole cancellare per sempre, anche dalla propria stessa mente, ma soprattutto dalla mente di coloro che rimangono dopo la propria morte. E’ appunto questo che fa Alan: richiestissimo per la sua capacità di scegliere i ricordi migliori e rimuovere gli altri, di costruire i “Rememory”, sorte di funerali in cui viene proiettato un film della vita del defunto. La vita, naturalmente, che chi resta vorrebbe che avesse vissuto.

Lui vede con le pupille degli altri, questo, secondo i contestatori della Zoe Tech, la società per cui lavora, lo dovrebbe poter fare solo Dio. Alan fabbrica dei falsi, omette quello che va omesso, lascia quello che va lasciato, ma lo fa con una coerenza e un rispetto (per i vivi, non per i morti) che danno al suo lavoro quella dignità che non tutti sono disposti a riconoscergli. Come gli dice Delila, la donna che lui non ha il coraggio di amare, vive molte vite, ma alla fine hanno un senso? Acquistano una logica, un ordine, quando diventa possibile ripercorrerle al contrario, dalla fine all’inizio? Avrebbe anche lui diritto di vivere la propria, ma in fondo è come un lettore e uno scrittore insieme, osserva le vite, le ricrea, le reinventa, e così ne percorre moltissime senza essere, forse, dentro nessuna.

Lui stesso, naturalmente, ha i suoi ricordi. Ma sono reali quei ricordi? Fino a che punto? Un montatore non può farsi installare un chip. E la nostra memoria, ormai lo sappiamo, è molto più fallace di quanto ci piaccia pensare. La memoria del chip, invece, è infallibile. E per questo alcuni di quei chip sono oggetto delle mire di tanti, danno vita a oscuri desideri, confondono il confine tra onestà e potere, tra morale, desiderio di giustizia e voglia di vendetta. Un montatore sa molte cose, troppe. Un montatore il cui profondo senso morale lo spinge a una lealtà senza compromessi, anche per scontare le proprie paure del passato e del presente, è doppiamente pericoloso.

Ha un sound particolare questo film, spesso è come se chi parla lo facesse in una stanza vuota, con un curioso effetto per cui le voci appaiono al tempo stesso estremamente nitide e chiare, e un poco rimbombanti, non è precisamente un’eco ma quasi un’aspettativa di eco, mi verrebbe da dire.

E’ un film profondamente diverso da tutti quelli che ho visto in vita mia. E Alan è la conferma di quella capacità incredibile che Robin aveva: trasformarsi continuamente, non essere mai uguale e restare sempre se stesso. Sono suoi gli sguardi, sono sue le emozioni, lui è così vicino da arrivare a toccarlo, il suo protagonista. Ma senza esserne inghiottito, mai. Mai personaggio, sempre persona, sfaccettata, multiforme, talvolta difficilmente afferrabile, meravigliosamente umana.

Mi piace, di questo film, il fatto che mi abbia suscitato così tante domande. La memoria è un tema affascinante, e questo film l’affronta secondo me con la giusta prospettiva: chiedendo, senza rispondere. Spingendo a continuare a cercare una propria verità, nella consapevolezza di non averla trovata. E non tralasciando l’emozione, che della verità è cancello, confine, mezzo; e soprattutto, la sua parte più bella e irrinunciabile.

Questo dialogo tra Alam e Fletcher (Jim Caviezel, uno dei ‘contestatori’) è molto bello secondo me.

Fletcher          Tell me something. Why is your name the first on the list for cutting scumbags and lowlifes?

Alan                    Because I forgive people long after they could be punished for their sins.
Fletcher              I know what you do. Why do you do it?
Alan            Do you know what a sin eater is? It’s part of an ancient tradition. When someone would die, they would call for a sin eater. Sin eaters were social outcasts, marginals. They would lay out the body put bread and salt on the chest, coins upon the eyes. The sin eater would eat the bread and salt, take the coins as payment.
By doing this, the eater absorbed the sins of the deceased, cleansing their soul and allowing them safe passage into the afterlife. That was their job.
Fletcher              And what about the sin eater who bears the burden of all those wrongs?
Alan                    Are you worried about my soul, Fletcher?

/

Fletcher        Come ti spieghi il fatto che tu sia il montatore preferito da delinquenti e farabutti?
Alan                   Perché io perdono le persone solo quando non possono più essere punite.
Fletcher             Io so che cosa fai. Non capisco il perché.
Alan              Sai chi era il “mangia-peccati”? Vecchie tradizioni. Lo chiamavano in occasione di un decesso. Era un escluso dalla società, un emarginato. Stendevano il cadavere, gli mettevano pane e sale sul torace, e delle monete sugli occhi. Lui mangiava il pane e il sale e si teneva i soldi come pagamento. Facendo questo, assorbiva tutti i peccati del defunto, tirando a lucido la sua anima in vista del passaggio nell’Aldilà. Era questo il suo compito.
Fletcher             Il “mangia-peccati” sopporta il peso degli orrori dell’umanità.
Alan                  Ti preoccupi per la mia anima, Fletcher?

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3 Pensieri su &Idquo;47. The Final Cut

    • Il finale è struggente, io l’ho trovato bellissimo, mi sa che per chi dovesse leggere dopo (e non avesse visto il film) rischia di essere un po’ uno spoiler, ma per come lo vedo io significa che comunque non è mai vero che tu vedi con gli occhi degli altri, anche se ti appropri della memoria altrui, non avrai mai il suo stesso sguardo, non potrai “vedere le stesse cose” (magari è solo una mia idea balzana) 😀
      Io ho tutti i dvd quasi (credo me ne manchino ancora tre o quattro, su una settantina non è male) e quasi sempre mi succede che alla seconda, terza o ennesima visione li amo sempre di più (ma lo so che io non faccio testo, me ne rendo conto) 😀

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