IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – I

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I

Pioveva.
Stéphanie amava la pioggia, le piaceva sentirsela scorrere addosso, fresca e allegra. Quando stava bene, la pioggia la faceva sempre pensare a “Singing in the Rain”, e rivedeva Gene Kelly che danzava il tip tap per le strade di New York. E adesso stava piuttosto bene. Forse perché Matteo le aveva appena scritto, forse perché la sua amicizia con Adrien procedeva come un’oasi di serenità nella sua vita altrimenti solitaria, forse perché, semplicemente, aveva deciso che voleva stare bene.
Anche se pioveva non aveva voluto rinunciare alla passeggiata domenicale nella foresta che era diventata la meta abituale di quelle escursioni con Adrien.
Era stata un’estate torrida, e la settimana prima era stata colpita dall’aria sofferta, assetata della terra e delle piante. Era contenta che fosse arrivata la pioggia, perché tutto adesso era di un verde più brillante, più intenso.
Si erano spinti piuttosto in là, come al solito. Ad entrambi piaceva molto camminare, e quando chiacchieravano quasi non si accorgevano delle distanze, né della fatica. Ma all’improvviso, un primo lampo attraversò l’aria, seguito dal cupo rombo di un tuono in lontananza. Fino a poco prima, nonostante la pioggia, il cielo era stato di un colore grigio perla quasi elegante e per niente minaccioso. In pochi minuti, era diventato scuro e pesante e metallico, come se davvero fosse fatto di piombo. Involontariamente, Stéphanie strinse più forte la mano di Adrien.
– Hai paura dei temporali! Credevo che non avessi paura di niente – la prese in giro lui.
– Immagino che a te, invece, non ci sia niente che ti spaventa – lo rimbeccò lei, imbronciata.
– Ma certo che c’è. Io odio gli aerei. Se fosse per me, andrei in treno anche in Australia. Fortunatamente finora non mi hanno mai chiesto conferenze in Australia. In un paio di occasioni comunque ho dovuto volare, e ti assicuro che non è stata un’esperienza piacevole.
Adrien sorrideva, la consueta aria equilibrata e rassicurante un po’ da professore.
Ma l’atmosfera era vagamente inquietante. Forse era quell’oscurità così fitta, alle due di un pomeriggio d’estate. Le luci del paese più vicino erano avvolte nella foschia, rese irreali dalla distanza, e gli alberi sembravano assumere forme vagamente umane, tanto che quando la maglietta le si impigliava in un ramo, Stéphanie provava quasi l’impulso di gridare.
– In momenti come questi non sono sicura che le streghe non esistano – commentò.
– Sarebbe un’occasione straordinaria. Credo che tra poco qui si scatenerà il finimondo, e se saremo bloccati qui, forse assisteremo a un sabba!
– Restare bloccati qui? Non scherzare!
Lui tornò subito serio.
– Mi dispiace, Stéphanie, ma ho detto la verità quando ho detto che sta per succedere di tutto. Non hai visto il cielo? Non puoi correre per chilometri in un bosco con un temporale.
In quell’istante, la luce di un lampo li abbagliò, vicinissima. Stéphanie si ritrasse istintivamente. Sembrava terrorizzata, e Adrien la strinse più forte, protettivo.
– Non succederà niente, te lo prometto – Le disse con dolcezza. E Stéphanie si sentì confortata, come se davvero lui potesse tenerla al sicuro dagli elementi.

Il fragore assordante di un tuono, e presto una pioggia violenta e sferzante fino a far male creò una cortina che rendeva invisibile il sentiero. Proseguire era difficile, tornare indietro sarebbe stato del tutto impossibile.
Stéphanie provò l’impulso di mettersi a piangere.
– Non credevo che sarebbe successo così presto – nonostante tutto, la voce tranquilla di Adrien ebbe ancora un effetto rassicurante su di lei. Ma ogni lampo la faceva sussultare, e si aggrappava al braccio di lui come a un’ancora di salvezza.
Adrien non l’aveva mai vista così fragile. Doveva trovare al più presto una soluzione. Quell’istinto di protezione che si era risvegliato in lui lo stupiva, ma non era affatto sgradevole.
Come se il rovescio non bastasse, si era alzato anche un vento impetuoso, che gettava loro addosso torrenti d’acqua e a tratti rischiava quasi di far perdere l’equilibrio. Erano bagnati fino alle ossa, infreddoliti e anche spaventati, benché Adrien riuscisse a mantenere un certo controllo.
All’improvviso Stéphanie si mise a ridere.
– Cosa c’è di tanto divertente? – Adrien la guardava stupefatto.
– Niente – ammise lei, con le lacrime agli occhi, quasi soffocata da un altro scoppio di ilarità. – E’ sciocco, lo so. Ma all’improvviso l’idea di essere qui, tutti fradici come due pulcini, persi in mezzo a un bosco senza poter andare né avanti né indietro mi è sembrata buffa. Immagino che sia la paura. Non preoccuparti, comunque, non avrò una crisi di nervi.
Adrien sorrise con ammirazione. Era sicuro che lei non fosse in preda a una crisi di nervi. Doveva ringraziare, anzi, di essersi trovato in quella situazione con una donna come lei, perché molte probabilmente avrebbero pianto e strepitato e perso la testa, rendendo tutto ancora più difficile.
– Ricordati, Barbara / Pioveva senza tregua quel giorno su Brest / E tu camminavi sorridente / Raggiante rapita grondante / Sotto la pioggia… – citò. – E’ di Prevert. Ti somiglia, anche se in questo momento non sei così raggiante e rapita. Grondante sì però. E credo che nessun’altra donna potrebbe ridere allegramente sotto questo torrente d’acqua. – Poi tornò serio.
– Senti, Stéphanie, mi è venuto in mente che poco distante da qui c’è quella baracca abbandonata, dove una volta abbiamo visto dei bambini che giocavano. Direi di provare a dirigerci laggiù se sei d’accordo.
Stéphanie annuì pensosa, e di nuovo si sentì presa dall’inquietudine, ma questa volta non aveva niente a che fare con la tempesta.
D’altra parte, l’idea di trovare un rifugio non era un sollievo da poco, e diede a entrambi l’energia necessaria per andare avanti sotto il vento sferzante e gli scrosci d’acqua. Corsero tenendosi per mano, anche per evitare di perdersi. L’oscurità diventava più fitta ad ogni momento.
La “baracca” era in effetti una costruzione di legno con il tetto in lamiera, che probabilmente un tempo conteneva degli attrezzi, ma era ormai evidentemente in disuso. Stéphanie pensò con una punta di ribrezzo a quale tipo di animali potevano averne fatto la loro tana, ma bisognava fare di necessità virtù, e lei era ben decisa a non lamentarsi. Era già una bella fortuna aver trovato un posto dove ripararsi dal freddo e dalla pioggia.
Il temporale non accennava a diminuire, e con il vento le finestre piuttosto malridotte della piccola costruzione scricchiolavano e sbattevano con un rumore alquanto sinistro.
– Hai un fiammifero? – chiese Adrien.
Senza parlare, lei gli tese la scatoletta. Dopo un momento, lui emise un’esclamazione che parve quasi di trionfo.
– C’è della legna qui dentro. So che probabilmente appartiene a qualcuno, anche se qui sembra tutto abbandonato, ma questa è un’emergenza. Se riusciamo ad accendere un fuoco, potremo scaldarci e asciugarci un po’.
Vedendo la fiammella che cominciava a crepitare, trasformandosi in poco tempo in un bel fuoco caldo e vivace, a Stéphanie venne da pensare che aveva ragione suo nonno a dire che l’uomo ha bisogno di molto poco per sopravvivere, e può in certe situazioni rinunciare a cose che normalmente sembrerebbero assolutamente indispensabili. In qualsiasi altro momento quella squallida baracca non proprio profumata le sarebbe sembrata un posto inavvicinabile, avrebbe voluto una poltrona, una bella vestaglia calda, un libro e magari una tazza di tè o di cioccolata bollente, e adesso il solo fatto di avere un tetto sulla testa le sembrava già tanto, ed essere riusciti ad accendere un fuoco si avvicinava molto a un miracolo.
– Non sarà pericoloso, con queste pareti di legno, vero?
– No, basta stare attenti.
Adesso che si sentiva al riparo, e poteva avere luce e calore, Stéphanie tornò di buon umore.
– Senti, Stéphanie, non vorrei che la prendessi male, ma io suggerirei che ci togliessimo i vestiti per farli asciugare, altrimenti secondo me rischiamo una polmonite.
Lei esitò. La sua amicizia con Adrien era diventata molto profonda, ma comunque si sentiva a disagio all’idea di spogliarsi davanti a lui, tantopiù che sapeva di piacergli, e non era lei stessa esente da una certa attrazione.
– Se vuoi non ti guarderò neppure – disse Adrien, ed era quasi sincero. In realtà, si era chiesto se non stava almeno un po’ approfittando della situazione e si era risposto che probabilmente sì, lo stava facendo. D’altra parte, gli era caduta sulla testa come la mela di Newton, e comunque rischiavano davvero un malanno a tenersi addosso quegli abiti fradici.
Alla fine Stéphanie si decise. Lui si girò dall’altra parte, dandole le spalle, ma passato il primo momento di imbarazzo improvvisamente le parve ridicolo formalizzarsi. Avevano condiviso tante cose, avrebbero condiviso anche questa.
Per Adrien, invece, le cose erano più difficili. Lei era rimasta in reggiseno e mutandine, e la vicinanza del suo corpo gli dava un calore ben diverso da quello del fuoco, ben più intenso.
– Sarà meglio aggiungere un po’ di legna sul fuoco – disse, alzandosi quasi di scatto. – In realtà non era affatto necessario, ma aveva bisogno di un attimo di respiro.
In quel momento però, una raffica di vento più forte sembrò quasi far ballare l’intera catapecchia, e un lampo squarciò l’aria così vicino che parve puntare direttamente su di loro. Tutte le paure di Stéphanie tornarono.
– Non ti allontanare – gli disse, aggrappandosi al suo braccio. L’unico ritrovato moderno che le sembrava indispensabile in quel momento era un parafulmine.
Ma quel gesto, il modo in cui l’aveva guardato, chiedendogli di proteggerla e dandogli tutta la sua fiducia, lo aveva toccato nel profondo. Per troppo tempo aveva tenuto addormentate tutte le sensazioni che potevano metterlo in pericolo, per troppo tempo aveva cercato di dominare tutto, razionalizzare tutto, essere sempre controllato in ogni momento della sua vita. E adesso la passione esplose inarrestabile, facendogli perdere la testa.
La baciò, accarezzandola, stringendola, toccandola. Pensava che lo avrebbe respinto, e voleva prendere tutto quello che poteva, sentire il suo corpo finché lei glielo consentiva.
Ma lei non lo respinse. Era stata rabbia la prima cosa che aveva sentito. Come osava? Se non la stava violentando, ci mancava poco. Stava approfittando di un momento in cui era particolarmente vulnerabile. Aveva sempre sospettato di essere il membro più debole, in quella loro curiosa alleanza. Ma mentre per la sua testa passavano questi pensieri, già ricambiava il bacio, sentendo risvegliarsi la voglia di passione, di piacere, di oblio.
E lui, che dopo il primo attimo di sbandamento si era quasi pentito, e si aspettava una reazione violenta, o tutt’al più un passivo abbandono, si trovò stretto a lei che non voleva più lasciarlo.
Qualcosa che ancora c’era rimasto di razionale in lui gli diceva di non farsi illusioni, ma per la prima volta in tanti anni lui non voleva che la ragione controllasse i suoi sentimenti. Voleva solo quello che stava succedendo, qui e ora, anche se fosse stato solo per una sera, ma sì, chi se ne frega, andava bene così.
Quando Stéphanie staccò infine le labbra dalle sue fu solo per poggiare la testa sulla sua spalla. Lui le carezzò i capelli e pensò Dio quanto tempo che non compiva quel gesto su una donna, e come era bello.
Il fuoco adesso si stava spegnendo davvero, ma nessuno dei due parve farci caso fino a che l’ultima scintilla si fu spenta e si trovarono immersi nel buio, con solo la brace che continuava a bruciare.
– Bisognerà riaccenderlo – mormorò lui, ma senza convinzione, e non si mosse, anche perché lei non gli avrebbe permesso di toglierla da dove si trovava. Non aveva più né freddo né paura.
– Stai bene? – Le chiese lui con dolcezza.
– Meravigliosamente – rispose lei, con voce inconsapevolmente sensuale, appena velata forse dal fumo, o dalle troppe sigarette che aveva fumato pensando a Matteo, o forse dall’improvvisa consapevolezza di quello che stava per succedere.
Quello che è certo è che il desiderio che vibrava in quella voce roca, il suo improvviso abbandono, riportarono l’eccitazione di Adrien ad un livello incontrollabile. Riprese ad accarezzarla con gesti sempre più intimi, e il fuoco che era in lui venne alimentato ancor più quando lei cominciò a ricambiare quelle carezze. Quando alla fine fece l’amore con lei, fu con una tale intensità, una tale forza, da spaventarlo. Mai il termine “possedere” era stato più appropriato. Voleva averla, sentirla sua, sentirla dentro di lui, nel suo corpo, nel suo sangue.
Stéphanie, invece, non era spaventata. Quel che di selvaggio che c’era stato nel modo in cui lui l’aveva presa le aveva impedito di farsi domande, rendendo più completo il suo abbandono, cancellando la paura, annullando il dolore. Le cose che aveva considerato tanto importanti nella sua vita erano avvolte in una nebbia che le rendeva confuse e remote.
Nell’assoluta pace, in quel silenzio carico di promesse che erano state mantenute, in cui non c’era più né violenza, né ansia o smania di nulla, ma solo dolcezza, Adrien decise di dirlo:
– Ti amo. – Erano le parole sbagliate, e lui lo sapeva. Sapeva che lei non avrebbe risposto, perché se avesse risposto avrebbe dovuto dire cose che non le sembrava giusto dire, tanto lui comunque le conosceva già. Non gli importava. Non si sentiva tradito, al contrario, aveva avuto molto più di quanto si aspettasse. Per questo aveva voluto dirglielo, per vivere fino in fondo il suo ritrovato coraggio.
E adesso che i lampi si stavano allontanando, i tuoni non erano altro che sommessi brontolii, e la rabbia del cielo era diventata un’irritazione senza più minaccia, Adrien sapeva che questo avrebbe chiuso la loro storia, che con la tempesta era cominciata e con la tempesta sarebbe finita. Erano stati, com’era quella frase così sciocca, due treni che si sfioravano nella notte, sì, qualcosa del genere. Ma era stata una bellissima notte, e sfiorarsi era stato fantastico.

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6 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – I

  1. povero Matteo! Elisa che medita l’abbandono, Stephanie che si abbandona tra le braccia di Adrien. Alla fine si ritrova cornuto e solo!
    Molto intensa questa puntata. Forse l’unico appunto è la prima parte che armonizzerei con la seconda veramente stupenda. Qualche taglio e resa più svelta valorizzerebbe la seconda parte.
    Adesso è il turno di Matteo.

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