Di vento, bruchi, amarene e imenotteri

Ieri sera c’era vento. C’è spesso qui, la sera. Un vento freddo freddo, secco secco, più da autunno che da estate, benché da oggi l’estate sia ufficialmente iniziata. Un vento burbero e scorbutico, che però allontana la nebbia e la pioggia, afferra le nuvole e le trascina con sé, le plasma e le modella in forme curiose, le ricama e gioca con loro, come un vecchio brontolone e dispettoso, che tira e sbuffa per nascondere la voglia di divertirsi e di fare qualche burla un po’ infantile.

Non mi stupisce che lo si possa pensare vivo e dotato di anima. Talvolta sa essere gentile, sospingere le vele nella giusta direzione, trasportare dolcemente i semi là dove possono trovare terra fertile; poi, d’improvviso viene afferrato da un ghiribizzo di monello, scompiglia le carte, soffia da ogni parte per confondere le idee e non far capire da dove viene, cambia di posto a ogni cosa. E tocca sperare che non venga preso da una di quelle furie, quando sradica, spezza e ribalta ogni ostacolo sul suo cammino. Ma qui non accade quasi mai.

Stamattina mentre scrivo il vento è poco più che una brezza e gli ho affidato la riproduzione dei papaveri e chissà, forse anche di altri fiori, quando crei un giardino ci sono sempre delle sorprese. Piante che pensi dureranno solo una stagione e invece poi rispuntano, apparentemente dal nulla, l’anno dopo, magari in un luogo diverso da quello dove le avevi collocate in origine. Il giardino è un mio antico amore, ripreso dopo tanti anni quasi per caso, fa parte del prendersi cura, e mentre contemplo i suoi colori penso che mi piacerebbe che tu lo vedessi, che ho dovuto anch’io riprendermi dopo essere appassita per un po’, e uno dei segni di questa mia nuova rinascita, insieme alla scrittura, è stato ricominciare ad occuparmi del giardino, rivedere nei suoi colori un pezzo del paradiso che tu immaginavi. Fiori, musica, persone, dipinti, libri. Il tuo cielo, come la tua terra, somigliano ai miei tanto da far male, ma di quel male che guarisce le ferite e riporta l’anima al suo posto.
Fotografo il cespuglio di lavanda, letteralmente invaso da insetti e farfalle. Un brulichìo di vespe e calabroni che si fanno i fatti loro, mangiando a sazietà e impollinando le nostre piante e che io non ho nessuna ragione di disturbare. Loro non disturbano, del resto, e se mi vedono non si spostano affatto, continuano imperterriti nella loro attività come se non ci fossi. Le rare volte che sono stata punta è stato in città, nell’aprire un portone, o in vacanza, bevendo da una fontanella, ignara in entrambi i casi della vespa che prendeva il fresco sul lato in ombra della maniglia e, rispettivamente, sul rubinetto inumidito e seminascosto sotto le fronde degli alberi. Qui, sembra quasi che in qualche modo gli insetti si siano trasmessi l’informazione che c’è cibo in abbondanza e niente da temere. Se chiunque mi avesse detto, ancora pochissimi anni fa, che mi sarei seduta tranquilla a leggere senza curarmi minimamente del brusio di imenotteri dotati di pungiglione, e anzi, trovandolo rilassante, lo avrei dato per impazzito senza rimedio.
Non t’innamoreresti forse di tutto questo? Non andresti a cercare un bruco in particolare, per fartelo amico (sono certa che ricordi Bob), tremare alla sua morte apparente e gioire poi rivedendolo trasformato dalla metamorfosi in un essere ancora più spettacolare e per giunta con le ali, gli occhi illuminati da quella scintilla di stupore e tenerezza che ancora oggi mi commuove? Non t’incanteresti seguendo di giorno in giorno il lento aprirsi di un fiore?

Ancora doni, ancora una rinascita, e nuove passioni di cui ti sono debitrice, la poesia, il giardino, ma ci sono ancora tante, troppe cose di te che non so. Tante cose da imparare sui tuoi gusti: la musica, i libri, i colori, la cucina, i frutti… oggi ho fatto lo sciroppo di amarene e pensavo, chissà se esistono, in California, se esistevano, nella tua tenuta se le hai mai mangiate e se ti piacevano. Mi sembra difficile non amarle, in un modo o nell’altro. Appena staccate dall’albero, magari infilandosi tra le fronde e rivivendo le avventurose arrampicate di ragazzi, con meno incoscienza forse, ma con altrettanto gusto, e lasciando che la ritrovata monelleria lasci tracce di rosso tra il naso e le labbra. Oppure in sciroppo, appunto, o in marmellata.

La cosa che mi piace di più è che anche immerse nello zucchero, non perdono mai quel caratteristico sapore asprigno e profumato – non mi viene parola migliore per definirlo – che ti resta in bocca, in qualunque modo le prepari. Che poi, si potrebbe dirla anche al contrario, perché anche quando le assaggi senza nessun trattamento, spiccandole dal picciolo aspre come sono, sulla lingua rimane un delizioso sentore di dolcezza. Un tratto, questo, che si può usare per non pochi paragoni. La vita, l’amore, le emozioni in genere, magari una persona, potrei associarlo a te perché associo a te qualunque cosa, ma non siamo forse tutti così? Un po’ di selvatico nella dolcezza, un po’ di dolce nel selvatico, lasciamo emergere di volta in volta la parte più aspra o quella più morbida, ma un poco del lato opposto c’è sempre, più nascosto, pronto a venir fuori al momento giusto.

Stasera, poi, il cielo è così, cielo di mercurio ragazzino, cielo che scappa e si fa inseguire, oro liquido e ombre, e con questo cielo, tu…

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

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Elisa si addentrò nei carruggi che aveva ormai imparato a conoscere bene non solo perché Gianna ci abitava, ma anche per le innumerevoli passeggiate che avevano fatto insieme, per fare shopping o semplicemente per girare. Mica puoi abitare a Genova e fermarti alla soglia dei vicoli, diceva Gianna. Quello che era certo era che lei, Gianna, ci si sentiva perfettamente a suo agio, la sua casa era aperta a tutti, italiani e non, purché stessero alle sue regole, e se a qualcuno non andava bene, mica era un obbligo frequentarla. Nessuno l’aveva mai scippata, ma, come ogni tanto raccontava, una sua cugina era stata scippata in piena Albaro, zona signorile, alle due del pomeriggio. Ci sono persone, diceva, che trovano sempre mille motivi di infelicità e neanche uno di gioia. Li chiamava i baciati dalla cattiva sorte, quelli che hanno come unico hobby la compilazione di lunghi elenchi di disgrazie, trovando in ogni cosa soltanto motivi di mugugnare e lamentarsi. Lei non aveva nessuna intenzione di farsi suggestionare dagli spettri agitati da qualche politico non in perfetta buona fede, e da qualche giornalista non precisamente indipendente, solo perché la gwerx spaventata si governa meglio. La sua bellissima casa era in uno di quei minuscoli vicoletti che si dipanavano come una ragnatela, un labirinto, una rete di sottili rivoli grigi delimitati dagli alti muri delle case addossate l’una all’altra, strette nell’antica difesa – c’era dell’ironia in questo – contro i Turchi, i Mori, gli Arabi, insomma.
Spesso a febbraio Genova è fredda, più fredda che a dicembre o a gennaio, quasi che l’inverno in quei suoi ultimi guizzi volesse mostrare la sua potenza, gelando i corpi e le case, da cui il sole della primavera avrebbe impiegato più tempo a sciogliere il ghiaccio.
Il profumo della farinata e delle torte di una vicina friggitoria si mischiava con odori molto meno gradevoli. Piovigginava, e l’umido le entrava nelle ossa. Ma si sentiva il cuore leggero. Tutta la pioggia, il freddo, la puzza e l’umidità del mondo non avrebbero potuto, in quel momento, scalfirla.

A casa di Gianna il profumo era anche migliore di quello della friggitoria. Basilico fresco, minestrone, acciughe, frisceû di baccalà, torta di pinoli, tutto un miscuglio di odori che solleticavano le narici e facevano venire appetito.
Andrea non era ancora arrivato. Con tutta la buona volontà, non avrebbe potuto sostituirlo neanche con il famoso bagnon di acciughe di Gianna.
Gianna era ancora in grembiule, stava preparando una salsina dolce di sua invenzione, una sorta di gelatina di frutta. Un altro incantevole profumo.
– Ma quante cose hai preparato? – Le chiese Elisa, soffermandosi ammirata a guardare il bendidio sull’immensa tavolata della cucina.
– Beh – rispose lei, facendole l’occhiolino – gli uomini si prendono per la gola, anche se in questo caso per interposta persona. Spero che ci sarà qualcosa da festeggiare, stasera.
Elisa si sentì rincuorata. Almeno lui non aveva telefonato all’ultimo momento per dire che purtroppo non poteva proprio venire. A lei era venuta l’influenza, il giorno dopo la telefonata di Gianna. Luca si prendeva tutto quello che c’era in giro, e certo non poteva risparmiarsi l’influenza.
“Babba, secoddo te l’idfluenza viede perché i microbi haddo freddo e si scaldado dedtro di doi?” Era stata quella la domanda da cento milioni di dollari, questa volta. Cosa avrebbe potuto dire? Chissà, forse. L’unica cosa che sapeva era che si trasmetteva facilmente. Bastava che passasse prima di sabato… per fortuna era passata, grazie anche a un paio di robuste aspirine.
Il campanello continuava a suonare, uno squillo dopo l’altro, a ripetizione. Ci saranno state già sette o otto persone. Quando sarebbe arrivato, lui?
E finalmente, eccolo.
Ma a vederlo, Elisa sentì una fitta al cuore, incontrando lo sguardo freddo che aveva tanto temuto, gli occhi duri che la guardavano senza tregua, taglienti.

Non era quello il modo in cui Andrea avrebbe voluto guardarla. Aveva deciso di volerla vedere, e non era stato certo per mettere ancora più distanza tra loro. Ma adesso che era lì davanti a lui, l’orgoglio era tornato. Non le avrebbe fatto capire quanto aveva sofferto a causa sua. E dietro l’orgoglio la paura, forse, perché anche Andrea aveva paura. Anche lui non sapeva cosa aspettarsi, anche lui cercava, come poteva, di difendersi.
La pioggia adesso scendeva con rabbia, schiocchi di frusta sulla strada, lo sguardo di Elisa corse alla finestra, per non sentire più la durezza altrettanto sferzante degli occhi di lui fissi nei suoi, per ritrovare il coraggio.
Tornò a guardarlo.
– Andrea, io… vorrei parlarti. Per favore. Vuoi venire sulla terrazza con me? – La sua voce suonava così strana, velata, stanca, eppure determinata. Andrea pensò che anche lei doveva aver sofferto molto. La seguì.
La terrazza era chiusa, eppure gli scrosci erano così violenti che qualche goccia arrivava fino a loro, portata dal vento, infiltrandosi tra gli spifferi delle vetrate.
Non c’era nessuno, ma era quello che volevano.
– Voglio… voglio dirti quello che ho sentito in questi mesi, poi puoi farne quello che vuoi, ma devo cercare di spiegarti. Probabilmente è stata la paura, come dicevi tu, ma io credevo che fosse l’unica cosa ragionevole da fare. Continuavo a dirmi, non posso rischiare di far del male ai bambini, non posso mettere in pericolo tutto quello che ho, perché anche se ti amo così tanto, anche se avevi risvegliato una passione così grande… no, anzi, proprio per questo, ho pensato che … che tu avresti potuto portarmi a dimenticare tutto il resto, che sarebbe stata una rovina, un terremoto. L’istinto mi diceva che stavo sbagliando, che con te stavo bene, che quello che sentivo era amore, e l’amore non distrugge. Sapevo, dentro di me, che avresti potuto rendere la mia vita più bella, ma avrei dovuto abbandonarmi, avrei comunque dovuto perdere tutta una vita di certezze. Adesso so che sarei pronta a rischiare ma non so… quello che senti tu.
Elisa lo guardò, fermandosi di botto, come se le fosse impossibile pronunciare anche solo un’altra sillaba, Aveva il viso umido di pioggia, e probabilmente anche di lacrime.
Per un attimo Andrea ebbe la tentazione di lasciarla piangere per un po’. Tutto il dolore che aveva provato a causa sua gli aveva lasciato una vena di crudeltà. Ma si vergognò del pensiero, anche per le cose che lei gli aveva detto, e per come le aveva dette, senza difese, con tutta l’anima sulle labbra. E comunque, anche se avesse voluto non avrebbe potuto. Le sue emozioni erano incontrollabili di fronte a lei, e sapeva di amarla al punto che avrebbe sofferto ancora per lei, e l’avrebbe ancora perdonata.
Alzò una mano a sfiorarle il viso. Non riusciva a toccarla, anche solo un contatto casuale, senza che il desiderio di lei gli scombussolasse tutte le funzioni vitali.
Cosa c’era in lei che ogni volta che la vedeva gliela faceva immaginare distesa nuda su un letto, aspettando solo di far l’amore con lui? Non aveva il fascino distante e irreale di una diva del cinema, i suoi sguardi non erano, di solito, sguardi assassini, almeno non volutamente. Si possono lanciare involontariamente sguardi assassini? E un uomo può seriamente farsi domande di quel genere? Certo, era vero che il modo in cui i suoi occhi si illuminavano quando lo guardava gli era sempre piaciuto, ma… vestiva anche in modo piuttosto sobrio, anche se in un paio di occasioni gli era venuta una tentazione alquanto sciovinisticamente possessiva di chiederle dove diavolo credeva di andare vestita così, e questa era una di quelle. Ma non era la luce nei suoi occhi, e non era il vestito. Tutto quello che voleva, anche adesso, era di stringere quel suo corpo morbido e caldo e far l’amore con lei fino a non poterne più. Ecco, forse era proprio questo, quella sua qualità morbida, rotonda, concava. gli veniva da dire, o forse la parola era “ricettiva”, nel modo in cui si abbandonava senza pudore e senza paura. La paura, semmai, veniva dopo.
Elisa lo guardò, vide tutto questo nei suoi occhi, e stranamente si mise a piangere ancora più forte, ma non stava piangendo, stava ridendo, senza sapere perché. Di felicità, forse. Di sollievo, di tensione che improvvisamente si scioglieva.
– Chissà cosa penseranno lì sotto – disse, quando si fu un po’ calmata, – Non è proprio una giornata da starsene a godersi il fresco sulla terrazza.
– Se sapessi quanto me ne importa di quello che pensano. Per tutto questo tempo volevo solo te, e anche adesso voglio solo te. Possiamo tornare giù, se vuoi, possiamo andare a cena, e se ti fa sentire meglio, posso andarmene prima di te, perché non ci vedano uscire insieme. Basta che dopo vieni a casa mia. Ho immaginato ogni sera di far l’amore con te, e ad ogni sera il desiderio cresceva, e adesso è diventato insopportabile.
Elisa sorrise, abbassò gli occhi. C’era un’ombra di rimprovero, in quella parole, ma era il calore del suo sguardo a farle abbassare gli occhi, adesso.
– Non ha importanza – disse. – Possiamo andare via insieme, non ho più bisogno di nascondere niente. Se non mi nascondo più a me stessa, perché dovrei nascondermi agli altri?

46. House of D.

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Credo che per poter in qualche modo entrare in questo film sia necessario dimenticare per un momento la credibilità e la nuda oggettività dei fatti. Tutto è possibile nella vita – e ancor più in America. Ma non è la verosimiglianza che conta, qui. Se non ci si preoccupa degli eccessi – eccessi di melodramma, eccessi di avvenimenti, eccessi di conseguenze, eccesso di emotività – si può riuscire a mettersi nei panni di un ragazzino tredicenne con troppe cose a cui pensare. Tom (Anton Yelchin) per un verso somiglia a tutti i ragazzi della sua età, fa lo sbruffoncello, e nasconde la tenerezza sotto una scorza a volte strafottente, a volte buffa.

E’ anche diverso, però, per tante cose: perché il padre è morto l’anno prima; perché sua madre (Tea Leoni) è depressa, fuma troppo e prende troppi medicinali; perché il suo miglior amico, Pappass (Robin Williams), è un uomo adulto con la testa e il cuore di un bambino, insieme al quale Tom fa le consegne per conto di una macelleria con un carretto sgangherato. I due sognano di comprare una bicicletta nuova con le mance, che nel frattempo conservano in una scatola sepolta nei pressi di un carcere femminile, una House of Detention, da cui il titolo. Là è rinchiusa Odella (Erykah Badu, sentirla cantare potrebbe anche valere almeno metà del film), che Tom non vede ma con cui finisce per instaurare un dialogo fatto di confidenze che non può fare né a sua madre, né tantomeno a Pappass. Pappass detesta e teme i cambiamenti, e quando Tom ha la sua prima cotta per una coetanea, lui, infuriato, getta tutte le mance accumulate in mare e ruba la bicicletta tanto desiderata, sperando così che tutto resti uguale. Da qui una serie di conseguenze di fronte alle quali Tom, diventato grande troppo presto, in un certo senso smette di crescere, reagisce da bambino, fuggendo.

Trent’anni dopo, a Parigi, si è sposato e ha avuto un figlio, che ha chiamato Odell, e al quale è venuto il momento di raccontare tutta la storia, per poter infine chiudere il cerchio. Tom adulto è interpretato da David Duchovny, che è anche il regista del film.

Lo consiglierei? Nel complesso direi di sì. Non mi pare un film memorabile, però l’ho trovato a tratti denso di tenerezza e coinvolgente, soprattutto nella prima parte. A un certo punto mi è venuto alla mente Il Tempo delle Mele, qualcuno lo ricorderà, è stato per qualche tempo il mito di una generazione; ma non vorrei fosse un riferimento fuorviante perché questo film è in realtà molto diverso, c’è forse una somiglianza nello sguardo commosso rivolto all’adolescenza, al suo veder convivere parti bambine e parti adulte nello stesso corpo e nella stessa testa.

Al passato, però, non si deve guardare con troppa nostalgia, il rimpianto ci fa fermare, ci impedisce di andare oltre. E’ il senso ad esempio dell’episodio biblico citato nel film, della moglie di Lot, diventata in una statua di sale per non essere riuscita a impedirsi di voltarsi indietro. E tuttavia, neanche dimenticare va bene. Per poter crescere, a quel passato bisogna tornare, con occhi nuovi, per farci la pace e poi proseguire. C’è qualcosa di dolce, qualcosa di malinconico e sì, anche qualcosa di gioioso, anche se il pure joy tratto da una recensione citata in copertina è decisamente un altro eccesso.

Robin ha un aspetto insolito ma l’espressività è la sua, non era nuovo, tra l’altro, al ruolo di adulto-bambino, che anzi in passato, in varie altre occasioni e in modi diversi, era sembrato tagliato su misura per lui (penso a Toys, Hook, Jack, Jumanji, Flubber…). Vi dirò che per me è stato quasi un sollievo vedergli di nuovo esplorare, nel film successivo, una parte ancora differente, direi persino inedita per lui, un ruolo a cui mai avrei pensato di accostarlo fino a qualche anno fa. Cioè, fino al momento in cui ho capito che avrebbe potuto essere e anzi è stato accostato praticamente a qualunque ruolo. Ma devo dire, è riuscito comunque a sorprendermi, col personaggio di cui parlerò la prossima volta. A lunedì!

La lettrice della domenica – pigri pomeriggi di letture

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Pomeriggio tra i racconti di Camilleri (il titolo è semplicemente I Racconti di Montalbano) e i fiori. Molto carini i racconti, specialmente la prima indagine di Montalbano e i Sette Lunedì mi hanno tenuto incollata alle pagine, Camilleri riesce sempre a divertirmi, quello che ci vuole dopo una settimana di lavoro 😃 .

E intanto vi lascio ancora qualche foto di questo posto dove mi ritempro e vango e zappo e scrivo  😆1466362287426604404773 14663623340111878487924