La lettrice della domenica – pigri pomeriggi di letture

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Pomeriggio tra i racconti di Camilleri (il titolo è semplicemente I Racconti di Montalbano) e i fiori. Molto carini i racconti, specialmente la prima indagine di Montalbano e i Sette Lunedì mi hanno tenuto incollata alle pagine, Camilleri riesce sempre a divertirmi, quello che ci vuole dopo una settimana di lavoro 😃 .

E intanto vi lascio ancora qualche foto di questo posto dove mi ritempro e vango e zappo e scrivo  😆1466362287426604404773 14663623340111878487924

SABATOBLOGGER 24. I blog che seguo

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L’angolo degli scrittori il blog appartiene a un giovane studente di medicina e scrittore (questa è la frase che appare anche nella home del blog), di cui potrete in seguito scoprire che si chiama Raul Londra (potrebbe sembrare un nom de plume ma non lo è, come afferma lui stesso in questo articolo). Abbastanza fortunato o bravo da aver pubblicato due antologie di racconti e un romanzo con una (piccola, sia pure) casa editrice, ma senza riuscire a vivere di scrittura (sono talmente pochi quelli che ci riescono…). Di scrittura racconta nell’articolo che ho citato prima e in Racconti ravvicinati del quarto tipo, in cui parla di “firmacopie”, che credo sia un’idea americana di incontri con scrittori alle prime armi che cercano di farsi conoscere, tra non poche difficoltà. Spesso dà spazio anche a parole di altri sul tema. Se volete farvi un’idea però del suo lavoro di autore potete partire dai racconti, o meglio dai brani estratti, come ad esempio istinto animale.

Lazonafrank Quanto è delizioso il “motto” di presentazione di questo blog? E delizioso trovo anche, in generale, il suo modo di scrivere, anche quando parla di malinconia e pensieri tristi. Non è precisamente ironia, quella c’è, ma è qualcosa di un po’ diverso, forse, mi viene da pensare, un dialogo interiore che diventa dialogo con l’esterno, condivisione di una parte di sé che non è semplicemente raccontare delle proprie riflessioni ma qualcosa di più profondo eppure al tempo stesso di lieve. Ho scelto L’eco scarabocchiato dei miei pensieri (mi piace già dal titolo, che secondo me rende appunto l’idea di quello che dicevo). il più recente, Uno scenario d’insonnia atipico, mi ha regalato una fila di pecore che saltano diligentemente il recinto per aiutare chi le conta a poter finalmente dormire, fino a che una, la settantaseiesima, per la precisione, non si intestardisce a non voler saltare. Infine, Sleeping cat: “E come dire a Insonnia che la verità era tutta nei miei sogni?”

Fuori dalla rete  usa il blog come una terapia, per poter dire in libertà quello che nella vita quotidiana spesso si tace, per necessità, quieto vivere o altro. E’ vero che nella vita quotidiana a volte ci sentiamo in trappola. E sicuramente succede, anche se sembra strano, che alcune cose, che fanno parte di noi profondamente, sono più facili da esprimere, sia che si tratti di sfoghi, momenti di rabbia, egoismi vari  ma secondo me anche di cose più intime, nella vita di tutti i giorni finiamo per trattenerci troppo, quasi avessimo paura non solo di mandare certa gente dove merita, ma anche di tirar fuori i sentimenti che abbiamo, negativi o positivi che siano (anzi, talvolta questi ultimi anche di più). Questo post parla un po’ di questo, della fatica di essere felici, di come nascondiamo dietro giochetti, che di seduttivo ormai dovrebbero avere ben poco, la realtà delle nostre paure. E comunque anche un po’ di terapia d’urto a volte aiuta  E succede, sì, di “appropriarci” in qualche modo di certe storie di qualcun altro che ci colpiscono in modo particolare. Magari ne facciamo racconti. O semplicemente le lasciamo nella memoria, tra i tanti frammenti che ci compongono.

Letteratitudine news è il blog letterario di Massimo Maugeri, redattore di pagine culturali su riviste e giornali e scrittore. Raccoglie conversazioni, fatti, libri ed eventi e insomma, tutto ciò che è legato al mondo della letteratura e della cultura. Incontri e festival come quello di Ragusa (A Tutto Volume) che si sta svolgendo proprio in questi giorni; dialoghi con autori come questo con Salvatore Basile, autore del romanzo “Lo strano viaggio di un soggetto smarrito”, che devo dire, mi incuriosisce molto. E naturalmente premi letterari, come lo Strega (e a proposito, oggi ho letto alcune righe su un giornale, tratte da uno scritto di Nicola Lagioia, vincitore del premio nel 2015 con La Ferocia, e mi hanno fatto venire una gran voglia di leggerlo). E naturalmente il programma letterario omonimo alla radio. Un blog decisamente interessante per chi ama il mondo dei libri.

Rituali Marina Minet poetessa sarda, scrive ispirandosi alle “unquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima”, quindi interrogandosi sull’esistenza, sul senso, sui sentimenti. Nel suo blog pubblica comunque non solo opere sue, ma anche molti estratti interessanti di grandi autori, più spesso, mi pare, di Simone Weil. Tra le sue poesie, dalla raccolta “Delle madri”, ho scelto questa Alle tue mani, poi invece questa a se stante, La nuca come fossa. Tra le citazioni ho scelto Se questo è un uomodi Primo Levi, conosciutissima, ma vale sempre la pena di ricordarla.

Un sasso verticale La tentazione di vivere con l’eleganza e la leggerezza, ma anche l’amore paziente, la cura che si richiede a chi voglia far stare un sasso in verticale, sfidando le leggi di gravità. Che per esempio, per un’insegnante, vuol dire sbattere la testa contro i muri (che spesso sono di gomma ma questo non migliora necessariamente la situazione); vuol dire interessarsi di cose di cui non importa a nessun altro e chiedersi chi te lo fa fare ogni tre per due ma farlo lo stesso. Vuol dire trovare, in mezzo ai non pochi motivi per avere ovunque palle che rotolano e vorticano e girano a elica, ecc., delle ragioni invece per godersi certi istanti. E certi affetti, che restano sempre dentro. Poi c’è anche il problema di chi ha mille interessi, mille cose che vorrebbe fare, mille idee, invenzioni, cose da imparare… un problema che conosco bene e che alla fine poi mi pare quasi più una benedizione che un problema, certo non si ci annoia mai 😀 . Scrive poco, l’ultimo post è del gennaio di quest’anno, ma spero che tornerà presto.

 

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV (continua)

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Elisa sospirò. Era sempre una lotta per trovare le chiavi nella borsa. Anche quando era una borsetta piccola, da tracolla e con solo due tasche, come quella che portava in questo momento. C’erano sempre documenti, carte, oggetti che ci finivano chissà come, spiccioli sparsi. Sentiva il tintinnio, sapeva che dovevano esserci, ma chissà dove erano finite. In quel momento suonò il telefono. Tipico, pensò lei. La gente deve avere sviluppato un sesto senso per chiamarti solo quando sei sotto la doccia, o stai mangiando, o sei fuori dalla porta e non trovi le chiavi per aprire.
Ma finalmente riuscì a trovare le benedette chiavi, e ad aprire la porta, incredibilmente ancora in tempo per rispondere. Era Gianna. Di nuovo. Sapeva che si stava comportando male con l’amica, aveva rifiutato tutti i suoi inviti negli ultimi mesi. Proprio non aveva voglia di ritrovarsi in mezzo a un mucchio di facce semi-sconosciute, a mangiare troppo, bere troppo, sentire musica troppo alta.
Naturalmente non era quella l’unica ragione. Lo sapeva Elisa e lo sapeva anche Gianna. Si erano viste un paio di volte nell’intervallo di pranzo, quasi di sfuggita, e Gianna non aveva perso occasione per sgridarla.
“Ti stai arrendendo”, le aveva detto. “Ti stai facendo prendere da troppe cose che non sono importanti. Lasci passare il tempo, solo perché scorre così in fretta sembra che siano passati solo pochi giorni, e invece sono mesi. Gli uomini non aspettano in eterno”.
Quelle parole l’avevano stupita, perché Gianna era sempre stata piuttosto perplessa riguardo alla sua “storia” con Andrea, anche prima che diventasse tale. Forse aveva anche contribuito a farle pensare che seguire l’istinto potesse rivelarsi una scelta potenzialmente eversiva, oltre che dagli esiti incerti. “Hai un marito meraviglioso, non capisco cosa vai cercando”, le aveva detto più di una volta. “Non si può rivoluzionare tutto così. La tua vita ha preso un certo indirizzo, hai preso certe decisioni, magari adesso decideresti diversamente, ma ormai quello che è stato è stato. Come fai essere sicura che con Andrea non ti troverai, tra qualche anno, nella stessa situazione in cui sei adesso con Matteo?” E giù altri ammonimenti sulla passione che finisce, sull’amore che diventa “stima e rispetto reciproco”. Elisa si era sempre ribellata: “ma se l’amore per te è questo, allora in che cosa si distingue dall’amicizia? E come si può pensare di continuare a portare avanti una scelta sbagliata, solo perché ormai l’hai fatta e cambiare comporta dei rischi?”
Eppure il tarlo l’aveva tormentata per tutto quel tempo. C’erano voluti diversi mesi e una buona opera di convincimento da parte soprattutto di Fabrizio, perché Elisa si rendesse conto di odiare tutti gli “ormai”, e di non essere una perversa rovinafamiglie per questo.
Non che Gianna avesse inteso giudicarla, del resto lei era tutt’altro che una moralista. Gliel’aveva detto esplicitamente, forse era solo perché quello che Elisa aveva, una famiglia stabile e dei figli, era proprio quello che mancava a lei.
– Senti, Elisa, non so se faccio bene – le disse al telefono quella sera. – Come la penso lo sai, ma mi sto convincendo che forse non avevi torto, il prezzo da pagare è troppo alto. Ti vedo affannarti dietro a mille cose, freneticamente e senza fermarti mai, come se avessi paura di fermarti. Ed è la stessa cosa che vedo fare ad Andrea. Siete davvero simili in questo. Vi buttate a corpo morto nel lavoro, e in un fiume di altre attività che vi occupino il cervello, però non ci mettete più nessuna gioia. E per come vi conosco, siete due persone piene di gioia di vivere. Sinceramente mi fa male vedervi così. Io credo che a questo punto tu devi guardare in fondo a te stessa, decidere quello che davvero vuoi, deciderlo definitivamente, pesando tutte le ragioni della tua scelta, e poi, qualunque sia questa scelta, parlarne con lui, e fargli capire che se scegli di rischiare, lo farai mettendoci un vero impegno, e se scegli di non amarlo più, non avrai poi né cedimenti né rimpianti e soprattutto non cambierai idea.
– Lui… lo hai visto? Come sta?
– Come vuoi che stia? Metà delle infermiere che lavorano per lui gli fanno gli occhi dolci. Lui è sempre gentile, una persona dolcissima, ma ha qualcosa di impenetrabile, non si smuove neanche di un millimetro. Però prima queste cose le prendeva allegramente, adesso credo che non se ne accorga proprio. Ma te l’ho detto qual è la cosa peggiore. Anche se continua ad essere gentile con tutti, e anche se non lo ammetterebbe mai, io che lo conosco vedo benissimo che ha dentro molta rabbia e molto dolore.
Elisa aveva scelto di non preoccuparsi del dolore di Andrea. Aveva pensato che se fosse rimasta con lui, avrebbe fatto del male alla sua famiglia. Essendosi fatta carico del dolore dei suoi bambini, avendo rinunciato a lui per la fatica e i rischi che le avrebbe comportato uscire da una situazione ormai assestata, avendo lasciato che la paura del giudizio altrui occupasse tutte le energie che aveva a disposizione, non avrebbe potuto affrontare l’idea che anche Andrea avrebbe sofferto. Era troppo per lei. Aveva rifiutato di pensare che lui l’amasse così tanto. Si era detta persino – se ne vergognava molto, e non l’aveva confessato a nessuno – che lui era un uomo, e che gli uomini dimenticano più in fretta. Paura. Solo paura. Adesso doveva fare i conti con la realtà. Aveva già deciso che voleva parlargli, adesso doveva farlo, accettandone le conseguenze, guardando in faccia il male che gli aveva fatto, anche se avrebbe potuto essere così tanto da allontanarlo da lei definitivamente. Le decisioni, anche quelle che si prendono per restare tranquilli e sfuggire a emozioni troppo forti, hanno sempre degli effetti sia per chi le ha prese, sia per gli altri, e a volte sono effetti a cui non si era pensato.
– Cosa dovrei fare secondo te? Non posso parlare con lui di queste cose per telefono. Lo so che l’ho fatto, l’altra volta, ma è proprio per questo. Hai ragione tu, se prendo una decisione definitiva, qualunque sia, devo avere il coraggio di dirglielo in faccia.
– Mi ha promesso di venire sabato da me. Ho organizzato una cena a casa mia, e naturalmente ci saranno anche altre persone, del resto credo che sarebbe anche più imbarazzante se avessi invitato solo voi due, tipo colloquio chiarificatore. Però credo che questa occasione dovresti prenderla al volo. Lui non sa che vieni, ma non so perché, ho la sensazione che non gli dispiacerebbe.
Chissà, pensò Elisa. Si era detta che doveva accettare quello che sarebbe venuto, prendersi la responsabilità delle conseguenze delle sue decisioni, ma per tutto quel tempo buona parte del motivo per cui non aveva fatto niente era stata l’ansia per la risposta che lui le avrebbe dato.
Ma alla fine pensò, non posso stare peggio di come sto adesso. Comunque non lo vedo, comunque non è con me, e se non gli parlo, non avrò mai la possibilità che le cose cambino.
– Va bene – disse. – Verrò.
Di là dalla camera di Roby le arrivavano le note di Knock on Wood cantata da Eddie Floyd. L’avevano cantata spesso, nelle loro serate con la chitarra, più o meno vent’anni prima, e le parole le ricordava bene. – “Non voglio perdere questa cosa così bella; se dovesse succedere, certo perderei moltissimo, perché il tuo amore è meglio di qualunque altro amore che io conosca. E’ come il tuono, come il fulmine, il modo come mi ami mi spaventa…”. Ad Andrea piaceva quella canzone, e le parole erano così vicine ai suoi pensieri che le sembrarono un segno. Se fosse un segno positivo non poteva saperlo, ma decise di sì. Quello che voleva era conservare per sempre quel senso di leggerezza, quella musicalità lieve che adesso guidava i suoi movimenti, dove prima c’era stata solo fatica.

Varnalia

Nel mio vagabondare tra i vari generi letterari, a un certo punto sono capitata a leggere uno dei libri, secondo me, più divertenti che siano mai stati scritti, “Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu”, un romanzo fantasy per ragazzi (ma in realtà una presa in giro) di Walter Moers (Salani, traduzione di Umberto Gandini – al quale vanno i miei complimenti). Mi aveva deliziato al punto da spingermi – cosa per me stranissima – a cimentarmi a mia volta in una specie di racconto fantasy. Forse non ne farò niente, però stasera ne ho parlato con mia sorella e allora sono andata a ripescarlo. Magari potrebbe diventare l’inizio di un lavoro a più mani, non mi dispiacerebbe affatto una collaborazione, se qualcuno si sente ispirato… 😀 

La città di Varnalia era nata da una scissione tra la Nazione di Harin e quella di Shon. Harin non voleva riconoscere la signoria di Shon su quella parte di terra che si trovava nel Mar Galerio, e dunque al di fuori dei confini che secondo il Patto di Mur spettavano a Shon. Shon replicava che geograficamente l’isola si trovava di fronte al suo Stato e quindi le apparteneva in base a quello stesso Patto. Gli abitanti di Varnalia alla fine si erano stancati di essere al centro di continue rivendicazioni, minacce e vere e proprie guerre, e stanchi di essere poi assoggettati alle tasse di due Nazioni diverse. Perché in fondo era una questione di soldi: di chi avesse il diritto di riscuotere le imposte su Varnalia, e così finiva che prima le chiedeva Harin, e poi le chiedeva Shon.
Così una notte avevano radunato tutti i loro più forti eroi. Come se l’isola fosse stata né più né meno che una nave, uomini e donne si erano messi ai remi e avevano vogato per ore e ore, fino all’alba. Si erano trovati in un tratto di mare inesplorato, senza neppure sapere se ancora si trattasse del Mar Galerio o se avessero addirittura varcato le soglie dell’Oceano. Speravano solo che in mezzo al mare nessuno avrebbe rivendicato la proprietà di quel minuscolo lembo di terra.
E così fu, infatti. Per molti secoli Varnalia fu dimenticata, cancellata dalle cartine geografiche, si credette che non fosse altro che una terra leggendaria, mai esistita se non nel mito.
Essendosi staccata dal resto delle Terre degli Uomini, però, Varnalia aveva conosciuto una sua evoluzione tutta particolare: uomini e donne di quella città-stato erano tutti alti oltre quattro metri, più del doppio della media degli uomini.
Inoltre su quell’isola si trovavano stranissimi animali come le lontrille, che somigliavano a lontre però anche a dei piccoli coccodrilli; i pavesotti, dalla forma di biscotti tondi ma affettuosi come gattini, più piccoli dei topi e di un curioso color arancione; ma anche i temibili Gragnuolatori, una sorta di grosse scimmie che prendevano a bastonate chiunque le contraddicesse, e gli atroci Scorpioniferi, che erano come dei draghi (anche i draghi c’erano ma se ne stavano un po’ per conto loro) però avevano delle strane enormi chele al posto delle ali, un guscio duro al posto delle scaglie, e sputavano veleno invece che fuoco.
E le piante poi non erano da meno: arvasine mangiapatate, odiate dai contadini; felci loquaci, che ascoltavano e ripetevano tutto quello che si diceva in giro e facevano un po’ da gazzettino (perché su Varnalia non c’erano giornali); e le famose, terrificanti Zucche di Halloween, che ogni anno si trasformavano in orrendi mostri e divoravano tutto quello che era sul loro cammino, piante, animali o uomini che fossero.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Oggi prendo spunto da una conversazione avuta con i miei due ragazzi riguardo al loro Paese. L’occasione era stata abbastanza curiosa, il maggiore ha notato che una persona che conosce aveva un oggetto con un riferimento alla scuola che aveva frequentato laggiù. La cosa è insolita, dato che non si tratta di università note o simili istituzioni che possono trovarsi anche citate nei souvenir. Comunque, insomma, da lì è venuto il discorso sul passato, il fatto che il “piccolo” frequentava ancora l’asilo ai tempi e aveva orari diversi, un abbigliamento diverso, ecc., le vacanze, i festeggiamenti per l’ultimo giorno di scuola, l’usanza di andare a scuola anche in estate, e così via.

Non è la prima volta, naturalmente, che si parla del passato, visto che sono qui ormai da circa sei anni e mezzo (a volte mi sembra ieri, altre volte mi sembra che siano stati sempre qui). Ma l’argomento “Paese d’origine” è sempre delicato. In generale si consiglia di parlarne nel nodo più spontaneo possibile, senza pressioni, idealmente, anzi, aspettando che siano i figli a prendere l’iniziativa.

Talvolta però succede che i bambini (o i ragazzi) si chiudano molto sul tema e sembrino addirittura avere un atteggiamento di rifiuto. Che ci può anche stare, per qualche tempo. Il rischio, però, è che i genitori reagiscano, senza volere, mettendosi in certa misura “sulle difensive” ogni volta che si accenna al “prima”; e che i figli percepiscano qualche tensione e per questo motivo siano in seguito restii ad affrontare il discorso. Così come può accadere che si abbiano, consapevolmente o meno, certe idee di partenza che non è sempre facile scalzare. Non ultima, quella che i bimbi fossero sempre necessariamente infelici prima di incontrarci e abbiano vissuto un lungo ininterrotto periodo di tristezza e sofferenza. Il che, per fortuna, non è, e accettare la loro storia significa anche accettare che abbiano avuto amici, affetti, momenti di allegria, se non di vera e propria felicità. Accanto, certo, a tanta rabbia e tanta solitudine (e magari tanta sporcizia…). Ma non aiuta né noi né loro pensare che quei primi anni siano stati “solo” quello.

Forse può esserci di conforto pensare che può essere proprio grazie a quei momenti che i nostri figli non hanno disimparato né l’affetto, né la felicità. A volte un profumo, un frutto che si trova solo in una certa terra, un oggetto, una canzone o un cartone animato pescato su Internet nella lingua di origine può risvegliare in loro la parte buona dei ricordi. E sono questi, probabilmente a permettere loro di far pace anche con quelli meno buoni. C’è tutto un pezzo di vita fatto di molte cose; la scelta migliore non sarà certo strapparlo via da sé fingendo che non sia mai esistito. Questo significa anche sentirsi a un tempo parte di due terre, anche di due culture, per quanto una la si sia vissuta meno (ma i bambini arrivano sempre più grandi e la parte vissuta altrove non è quasi mai insignificante). Significa anche, quindi, potersi sentire in qualche misura divisi, lacerati persino, comunque in difficoltà. Ma è importante per noi custodire tutti i frammenti perché possano essere poi uniti a formare un tutto integrato e complesso.

Depositare parte della propria memoria nelle mani dei genitori, del resto, è un grandissimo segno di fiducia. Vuol dire “sono qui, adesso, e posso esserci con tutto me stesso, i miei ricordi, quello che sono stato, quello che sono ora”. Quindi, in queste come in altre situazioni, più che parlare noi, l’essenziale è accogliere quello che i bambini hanno da dire. Ma qualche volta, cogliere una palla al balzo può non essere una cattiva idea 🙂

INTERVALLO – Coshocton (Ohio, USA), The Centennial Books Monument

Ma guardate che bella cosa questa… mi piace un sacco, non solo la statua, ma tutta l’idea che c’è dietro, non è fantastica? 🙂

Preso dal blog, secondo me molto interessante, di Luca Rota, l’originale qui

Downtown_Coshocton_Ohio_CAPACJ0191All’esterno della Biblioteca Pubblica di Coshocton – piccolo centro di poco più di 11.000 abitanti nell’Ohio – c’è uno dei (a mio parere) più suggestivi monumenti dedicati ai libri e alla lettura del mondo. Il Centennial Books Monument, opera dello scultore locale Alan Cottrill, riproduce un giovane ragazzo con un libro aperto tra le mani e seduto in cima a una pila di altri 100 libri. Ogni libro rappresenta un anno, e da ogni dieci libri è rappresentato un decennio di esistenza della Biblioteca al servizio della comunità locale. Ciascun libro porta inciso il titolo di un’opera particolarmente significativa del decennio che rappresenta, e tutte le opere sono state scelte dai frequentatori della biblioteca e da coloro che hanno contribuito alla creazione del monumento. L’ultimo libro, quello tenuto dal ragazzo, è senza titolo, per consentire all’osservatore di immaginare il proprio libro preferito in alto ovvero sé…

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IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – IV

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Andrea aveva fatto il chirurgo per sbaglio. Quello che aveva sognato, uscendo dall’università, era di fare il ricercatore, probabilmente nel campo della genetica. In qualche modo si vedeva benissimo tra le provette, nell’ambiente asettico di un laboratorio.
Ma fin da quando faceva praticantato gratuito negli ospedali come specializzando, il primario del reparto di chirurgia di allora aveva osservato non solo che aveva una “buona mano” per le operazioni, ma anche che aveva un ottimo contatto con le persone, riusciva sempre, per quanto era possibile, a rasserenarle. Loro sentivano la sua partecipazione alle loro ansie e alle loro paure, si sentivano meno soli e più fiduciosi.
– Questo sì che è un dono veramente raro – gli aveva detto il dottor Cangiani. E lui, che aveva una sconfinata ammirazione per il “Professore”, a quelle parole era diventato rosso, o almeno, aveva temuto che sarebbe successo. Era stato a causa del dottor Cangiani che alla fine aveva cambiato il corso della sua vita. Del dottor Cangiani e del periodo di professione negli ospedali inglesi, dove ancora una volta non avevano perso occasione di dirgli quanto era straordinario il suo modo di comunicare con i pazienti, e lo avevano attribuito al fatto che era italiano. E Andrea, che conosceva benissimo la spocchia e il distacco condiscendente di certi “baroni” italiani, si era sentito un po’ più orgoglioso delle sue origini, e ancora un po’ più incline a dedicarsi, tutto sommato, alla chirurgia.
E adesso, eccolo qui. Assistente del primario – un primario molto diverso da Cangiani, purtroppo – innamorato del suo lavoro e costretto, a volte suo malgrado, a non lasciar trapelare le emozioni, o non troppo, comunque. A mantenere la sua freddezza professionale, almeno per quanto era necessario a non fargli tremare le mani.
Perché già allora, quando Cangiani gli aveva detto, e lo avrebbe ricordato per sempre “hai un’ottima mano, e una testa anche migliore, ma la parte a cui devi stare attento è il cuore”, si era reso conto che all’esterno le sue mani apparivano ferme, senza neppure il più piccolo fremito, e tanto di più quanto più la situazione era delicata, ma dentro di lui, invece, ogni volta doveva combattere contro l’ansia, e peggio ancora, contro il dolore quando, nonostante tutto, non riusciva a salvare qualcuno.
Gli era capitato di operare ragazzi usciti da un incidente in condizioni disperate, e qualche volta era riuscito a strapparli alla morte, qualche volta no. In tutti e due i casi, dopo, quando la tensione lo aveva abbandonato, avrebbe voluto potersi lasciar andare e piangere senza ritegno, ma sapeva di non poterselo permettere. Gli altri medici, i suoi pazienti, si fidavano di lui perché sapevano che poteva scherzare con loro, ascoltare le loro confidenze, incoraggiarli e confortarli, ma al momento buono, sarebbe stato capace di allontanare qualunque cosa potesse fargli tremare le mani. Confidavano nella sua sicurezza, nella sua forza, anche loro. Non si sarebbe mai liberato di quella sua maledetta sorte, di dover essere sempre la roccia di qualcuno?
Avrebbe dovuto essere contento, perché in quel periodo gli stavano capitando solo interventi non molto gravi, dunque non troppo distruttivi emotivamente. Ma non dipendeva da quello.
Era soltanto un momento nero, e lo sapeva. Gli era successo altre volte, e di solito gli passava nel giro di pochi giorni. Questa volta forse ci sarebbe voluto un po’ di più, ma sarebbe passata anche questa. Cinque mesi, e Elisa gli mancava ancora. Aveva sperato, era stato quasi sicuro, che si sarebbe resa conto abbastanza presto dell’insensatezza della sua decisione. Invece non gli aveva più telefonato, nemmeno una volta, nemmeno per sentire come stava, dopo che avevano condiviso le cose più importanti della loro vita, tutto il dolore e tutta la gioia che era possibile sentire, “nel bene e nel male”, gli venne da pensare.
Irrequieto, prese a cambiare uin disco dopo l’altro, senza sapere che cosa esattamente stesse cercando. La voce di diamante grezzo di Springsteen riempì la stanza, graffiando “It’s gonna be a long way home”. E poi sei sparita / Potevo respirare lo stesso verde intenso dell’estate/ Sopra di me risplendeva lo stesso cielo notturno /In lontananza potevo vedere la città dove sono nato / Sarà lunga la strada per tornare a casa / Ehi, tesoro, non aspettarmi… Un attimo dopo Springsteen lasciava il posto agli Eagles. Non sapevo quanto fossi solo, prima di incontrarti… no, decisamente no. Fossati forse? E giù alberghi della posta / Per ritorni senza eleganza e senza sosta / Stiamo volentieri ad aspettare / che la nostra casa stessa prenda il mare

Mentre stava studiando un trattato sulle malattie dell’apparato digerente – non certo una lettura domenicale amena, ma aveva deciso che era l’ora di dedicarsi un po’ all’aggiornamento – squillò il telefono. Ci mise un po’ a rispondere. Era un periodo che il malefico apparecchio non squillava spesso. Lo aveva chiamato Marco, un paio di volte, e una volta Filippo, ma loro sapevano quando non era il caso di rompere troppo le scatole, e poi erano sposati, avevano bambini, non è che si facessero sentire troppo. Lui non aveva neppure quella scusa, solo che non si sentiva dell’umore giusto per spensierate conversazioni stile periodico sfogo e coalizione di tre uomini momentaneamente soli, che di solito davano la stura ad ogni più vergognoso istinto – guardare la partita mangiando pop-corn davanti alla televisione, sparlare delle donne generalmente adorate, lamentarsi della propria condizione di maschio-oggetto, lasciarsi andare ad espressioni corporali che di solito dovevano essere rigorosamente trattenute. No, proprio non era nello spirito adatto.
Comunque era Gianna.
– Stavo per mettere giù, credevo che non ci fosse nessuno, ma per come ti ho visto oggi non mi sembravi uno che si sta preparando a una serata godereccia.
– Mi hai visto oggi?
– Sì, io ti ho visto, anche se tu invece andavi in giro a testa bassa tipo toro all’attacco, e ti usciva anche il fumo dalle narici e dalle orecchie. Lo so che non ti sei accorto di me, eri troppo impegnato ad essere incazzato nero col mondo.
Andrea non poté trattenere un sorriso. L’aveva ritratto proprio bene, bisognava dirlo.
– Ti ho chiamato proprio per questo – continuò lei. – Va bene che non lavoro nel tuo reparto, per mia fortuna, ma anche così, non ti posso più sopportare con la luna sempre storta in questo modo. Anche solo vederti passare mette l’angoscia. E poi non è da te. Ho deciso che questa volta dovrai venire alla cena che organizzo per sabato prossimo, e non accetto un no come risposta.
Andrea non disse no. Dopo tanto tempo passato a evitare con cura ogni possibilità di incontrare Elisa, adesso voleva vederla. Ma non voleva chiedere a Gianna se lei ci sarebbe stata. Era sicuro che l’avrebbe invitata, ma sarebbe venuta? Avrebbe accettato la possibilità di vederlo? Per mesi e mesi aveva rifiutato ogni invito di Gianna – lei dava una festa ogni quindici giorni, era incredibile – e non aveva visto nessun altro dei suoi amici. Quasi tutti erano amici comuni, suoi e di Elisa. Non aveva rinunciato al suo tennis, ma per il resto se ne era stato lì, rintanato, in letargo, e questo non gli piaceva. Fuori la caccia era ancora aperta, ed era ora di tornare nella mischia. Una nuova luce di combattività si accese nei suoi occhi. Avrebbe fatto tutto quello che poteva per riconquistare Elisa. E se poi non ci fosse riuscito, in qualche modo doveva comunque ricominciare a fare i conti con il mondo, con le altre donne. Magari sarebbe andato in America a raggiungere Monica, o sarebbe tornato in Tanzania, pensò, tornando finalmente per un momento a sorridere di se stesso..