IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II

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Tre anni. Tre anni ad aspettare… che cosa? Che qualcun altro aprisse per lui la porta della gabbia? Tre anni, e lui ne aveva quarantacinque.
Elisa continuava a vedersi con Andrea. Non solo lui lo sapeva benissimo, ma praticamente le aveva dato la sua benedizione. Cosa avrebbe dovuto fare, giocare al marito sconvolto e offeso? O fingere di ignorare quello che sapevano anche le pietre, lasciando che dicessero di lui “il marito è sempre l’ultimo a saperlo” e lo compatissero, o lo ritenessero uno sciocco da commedia? Aveva preferito lasciar capire a tutti e due, senza dirlo, che sapeva e accettava. Aveva riannodato i rapporti con Andrea, ogni tanto lo invitava a cena, e andava a casa sua. Qualcuno avrebbe detto che era ridicolo, ma lui si sarebbe sentito molto più ridicolo a immaginare sanguinarie vendette, o a distruggere tutto tra scenate nello studio di un avvocato di grido e il gelo delle carte bollate. Qualcuno diceva che aveva coraggio, ma lui non pensava che fosse coraggio. Se avesse avuto coraggio, sarebbe stato con Stéphanie, adesso. Gli sembrava soltanto l’unica scelta di buon senso. Il suo caro vecchio buon senso. Ma per una volta era certo che lo avesse consigliato bene, perché gli rendeva la vita se non più semplice, almeno un po’ meno difficile. Non aveva perduto il suo migliore amico, e forse questo era il solo punto di luce, nei momenti in cui cercava, inutilmente, di convincersi di aver preso la decisione giusta, ossia non decidere nulla, tenersi i suoi sporadici incontri con Stéphanie, tenersi la sua parvenza di famiglia, tenersi l’ordine apparente delle sue cose, illudendosi che niente sarebbe mai cambiato, che avrebbe potuto tenersi tutto senza sacrificare niente.
Che cosa era stato a svegliarlo? Forse un certo ridimensionamento nell’enfasi amorosa delle lettere di Stéphanie, o magari appena un’ombra velata di impazienza, la sensazione che in qualche modo sottile e non troppo diretto, ma comunque percepibile, lei gli stesse dicendo guarda che non sei l’unico uomo al mondo, guarda che la mia vita non ruota completamente intorno a te. Aveva paura, ma non paura di vivere, questa volta. Piuttosto forse paura di perdere l’occasione e non riuscire a vivere mai più.
Un giorno, un tranquillo pomeriggio di novembre, si era guardato intorno e non aveva riconosciuto più il suo ufficio. Certo, in superficie era sempre uguale. Le poltrone con la struttura di metallo e il sedile di pelle nera, il tavolo di legno scuro con il piano di cristallo, che andava pulito tutti i giorni e anche un paio di volte al giorno, per non averlo sempre pieno di ditate, i mobiletti di metallo che contenevano i fascicoli dei clienti, una libreria, anche quella di metallo, con qualche volume di economia, di informatica e di marketing, la pianta sotto la finestra, le foto della famiglia sul tavolo, l’immancabile poster alla parete che parlava ironicamente del “capo”, e quell’altro che avvertiva di connettere il cervello prima di mettere in moto la bocca.
Era orgoglioso del suo lavoro, lo era sempre stato, e sempre di più man mano che andava avanti. Non aveva fatto carriera con le spinte, e nemmeno “coltivando le amicizie”, come molti facevano. Non era consumato dall’ambizione, né il fatto di avere dei dipendenti sotto di lui ai quali dare delle disposizioni gli faceva sentire l’ebbrezza del potere o roba del genere. Ma era soddisfatto, e amava quello che faceva. Una vera fortuna, quando tutti dicevano di tenersi stretto qualsiasi lavoro si potesse avere, che c’era la crisi, che non si poteva pretendere troppo… accontentarsi. In tante cose Matteo si era accontentato, ma non nel suo lavoro.
E allora perché d’improvviso il suo ufficio, il suo rifugio, gli sembrava squallido, perché si sentiva insofferente con i colleghi, e si irritava con la segretaria per un nonnulla, e avrebbe voluto, in certi momenti, sbattere per terra tutto quello che c’era sul tavolo, svuotare le cassettiere e lanciare i fascicoli giù dalla finestra, e già che c’era sbattere giù anche le cassettiere, e la libreria, e il tavolo, e anche la pianta?
Questo suo umore lo spaventava. Non era mai stato così. Era l’arteriosclerosi? Era l’inizio della demenza senile? O magari le prime avvisaglie dell’alzheimer? L’ansia a volte diventava insopportabile. Tutte queste cose Matteo le pensava seriamente, ne aveva paura davvero. Qualche volta si faceva con la mente dei quadri foschi in cui, cacciato ignominiosamente dalla ditta dopo un raptus nel quale aveva preso a calci tutto l’arredamento non solo del suo ufficio, ma dell’intera società, vagava senza meta per giorni in uno stato di crescente confusione, fino a che… ma la conclusione di quelle scene desolanti non l’aveva ancora elaborata.
Quando non si faceva prendere troppo dalle visioni cupe di un’inarrestabile decadenza, però, dentro di lui la spiegazione di quello scombussolamento cominciava a farsi strada. Paura, appunto. Paura di restare legato alle sue vecchie abitudini, invischiato in quella rete appiccicosa senza riuscire a districarsi. La voglia di prendere a calci i mobili dell’ufficio forse non era altro che la voglia di prendere a calci il suo vecchio modo di vivere, rassicurato dall’immutabilità dei riti quotidiani, dalla ripetizione di gesti sempre uguali che non richiedevano lampi d’ingegno o radicali sovvertimenti di un ordine decennale, di una vita e un pensiero rigorosamente programmati.
Che cosa ne avrebbe fatto dei suoi ferrei, austeri, irremovibili programmi, quando ormai sapeva che bastava poco a mandare tutto a carte quarantotto?
I bambini… i ragazzi, avrebbe dovuto dire. Roby aveva compiuto quattordici anni, e Luca andava per i dodici. Erano praticamente irriconoscibili. Roby era quasi alto come lui, quella sua voglia di approfondire le cose che si era trasformata in una adolescenziale sfrontatezza, la convinzione di poter imparare tutto, di poter conquistare il mondo… e una sotterranea paura di cose più grandi di lui, che si intuiva sotto la musica a volume sempre troppo alto, le risate troppo forti e sguaiate, quello scherzare sulle cose più atroci, e la passione per i film horror. Lo irritava, ma qualche volta, quando la presuntuosa saccenteria che sfoderava di fronte agli amici e alle ragazze lasciava il posto a una normale conversazione, quando il broncio adolescenziale si apriva in un sorriso allegro e affettuoso, intravedeva l’uomo che probabilmente sarebbe diventato, e si sentiva orgoglioso di lui, ma non sapeva dirglielo. Sembrava avere un rapporto molto migliore con Elisa, che respingeva, di solito dolcemente, con rispetto e senza mai umiliarlo, ma con punte di asprezza, quelle sue arie di superiorità, ottenendo una considerazione che lui non era certo di avere. Anche Luca era cambiato. Le guance infantili che ancora aveva fino a un paio d’anni prima erano sparite, lasciando il posto a un viso da ometto serio, che avrebbe voluto ancora, qualche volta, essere abbracciato come un bambino, ma temeva le prese in giro di suo fratello, e aveva paura che non fossero cose da “grandi”, e così passava, incerto, da momenti in cui faceva il cucciolo, ad altri in cui drizzava gli aculei come un istrice. E trascorreva ore in camera sua, a leggere, senza fare nessun rumore, invisibile e silenzioso, fino a farsi dimenticare. Come era stato lui, da ragazzo. Lo inteneriva e lo preoccupava.
Erano le sei, le giornate andavano accorciandosi, e un nuovo tramonto si impadroniva delle cose tutt’intorno, lì sopra il porto antico, tra il vecchio e il nuovo, tra la pietra e il metallo. Forme tanto diverse avvolte nella stessa luce arancio, che rendeva più nitidi i contorni ma nello stesso tempo rendeva tutto uniforme, tante sagome nere ben delineate contro un cielo sgargiante e chiassoso. Il rumore del traffico non gli aveva mai dato fastidio, adesso lo trovava insopportabile.
Tre anni. Come avevano potuto passare tre anni? Tre anni pieni di cose, senza particolari avvenimenti, d’accordo, ma con emozioni che si portava dentro senza sapere dove collocarle. Frasi importanti, mostre che era sembrato essenziale andare a vedere, libri che non avrebbe mai potuto fare a meno di leggere, e adesso tutto era avvolto in questo spazio compatto, senza più distinzione di giorni, di mesi, di anni. Era stato in gennaio che… no, era stato a ottobre dell’anno prima. D’accordo, forse non era la cosa più importante, il tempo in cui le cose accadevano, ma gli faceva paura questo ingoiare le differenze, i minuti che erano stati significativi e quelli in cui non c’era stato niente di importante, i minuti in cui aveva dormito, o che aveva trascorso nel traffico e quelli in cui aveva incontrato Stéphanie e l’aveva amata, come se fossero tutti uguali, quei minuti, appiattiti, spianati da una ruspa che aveva tolto loro ogni individualità, ogni singolarità.

 

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Un pensiero su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II

  1. Matteo ha scelto una strada impervia ma degna del suo carattere. Per il momento sopporta. Aspetta in silenzio che i due figli crescano ancora prima di troncare col passato e il presente. Per lui il futuro non esiste, troppo ancorato al suo cliché di vita. Senza Stephanie e persa Elisa per sempre vegeta e fa trascorrere il suo tempo.
    Elisa sarà felice con Andrea ma credo che dentro di sé ha solo il vuoto. sarebbe stato meglio affrontare il problema con Matteo e chiudere col passato ma ha preferito una strada più complicata.
    Aspetto, connessione permettendo, la prossima puntata

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