Mica facile neanche il titolo: dell’infanzia, e delle cose che tornano, e di quelle che restano

(scusate, ho preferito togliere qualche nome)

E’ arrivato il momento, direi, di lasciar andare questo post. Quello che mi ha fatto penare, in questi giorni, per cose che credevo di aver lasciato definitivamente dietro le spalle. Forse non succede mai del tutto, e comunque viene il momento in cui solo raccontarle può togliere ancora un po’ di quell’appannamento che rischia di oscurare i vetri, per vedere meglio il lato luminoso delle cose. Il motivo per cui  amo alcune persone, alcuni libri, alcuni oggetti, moltissime parole. Ma alcune persone di più. Quasi infinitamente.

Alcune di queste parole, poesia compresa, qualcuno di voi le conosce già, ma fuori contesto, per così dire. Stavolta avevo bisogno di dar loro un contesto. 

Mork e Mindy… amatissimo telefilm della mia infanzia, riscoperto da adulta, a frammenti su Internet, e che mi sono infine decisa a ordinare dopo anni di esitazione, forse un assurdo imbarazzo. Ma volevo averlo in ordine, riguardarmi le puntate dalla prima all’ultima e poi magari rivedermene qualcuna a piacimento ogni volta che ne avessi voglia. Mork e Mindy, arrivato a casa il giorno della tua morte, aperto quella sera, che io, senza sapere ancora niente, ho trascorso ridendo per te e con te come una bambina. Mork e Mindy, che mi ha aiutato a capire che dovevo continuare a pensarti e cercarti, perché provando a dimenticare stavo peggio, non potendo riuscirci. Mork e Mindy, il primo segno di qualcosa di cui mi sono convinta ogni giorno di più, cioè che ridere – e piangere – con tutto il cuore e l’anima negli occhi e sulle labbra è il modo migliore di mostrarti tutto il rispetto che meriti.

La mia vita in quel periodo era stata scossa da un bel numero di avvenimenti. Di fatto, da uno; dal quale erano poi scaturiti gli altri: tutto concatenato. Mia madre aveva conosciuto un uomo, A. Mi piaceva, mi lasciava giocare un po’ nel suo ufficio, piccoli esperimenti pseudo-scientifici adatti a una bambina di sei anni, per esempio ne ricordo uno fatto soffiando sui fogli di carta, voleva farmi capire perché si alzavano in volo se nulla li frenava, ma se c’era un peso, restavano ancorati alla scrivania.
Pensavo che avremmo potuto essere felici di nuovo. Qualche volta avevo strane malinconie, e quando mia madre tornava dal lavoro mi comportavo come se avessi temuto di non rivederla più. Immagino che mi mancasse mio padre, anche se non lo sapevo. Mi raccontava mia madre che all’epoca l’inglese lo rifiutavo categoricamente, non volevo sentirlo per nessuna ragione. Eh già, si cambia…
Vivevamo con mia nonna materna, persona splendida che ricordo con molto affetto, ma certo non era la situazione ideale. Ci trasferimmo in casa di A. Avrei avuto anche una nuova sorella, la figlia di A. Era più grande di me, ma andava bene, avevo sempre un po’ voluto una sorella. Non avevo molti amici. Poi forse avremmo potuto avere ancora altri fratelli.
Non tutto andò secondo le aspettative. Mia sorella era un piccolo uragano, e questo a lungo andare è stato un bene, ma subito rimasi un po’ stordita. Ero un po’ cocca di mamma io, sai, molto ligia, quieta, propensa a farmi dimenticare restando per ore in silenzio a leggere in qualche angolo remoto della casa. Il più remoto possibile. Con qualche piccolo, subdolo accesso di rabbia di cui mi vergognavo mortalmente. Non so se ci saremmo capiti, allora. Niente parolacce, tutto ciò che era lontano dai binari consueti e dal buon vecchio senso comune mi metteva a disagio. Curioso, eh?
Questo, dico, prima che con mia sorella cominciassimo ad arrampicarci sulle corde e sugli alberi, fuggire da squali inseguitori, giocare alla guerra, lanciandoci pietre da dietro i massi sugli spiazzi del sentiero che da casa nostra – l’ultima prima che la città finisse – conduceva direttamente a uno dei forti di Genova attraverso colline, rovi, more, ginestre e luoghi di avventura da esplorare.
Questo è stato il lato bello dell’infanzia. Con lei ci siamo anche picchiate a sangue, prima di diventare amiche inseparabili, più ancora che sorelle. E abbiamo avuto altri fratelli, sì. Abbiamo saltato e ballato e cantato per la gioia ad ogni nuova nascita, e sono state tre, di cui una gemellare. Sei fratelli siamo, ci pensi? Da figlia unica, sono diventata la seconda di una famiglia numerosa, vivacissima, movimentata, sconclusionata, per tanti aspetti meravigliosa.
Se.
Se non fosse stato che prima ancora che nascesse il primo dei suoi figli, appena morì mia nonna, A. rivelò un aspetto del suo carattere che non avevamo sospettato, ed era un aspetto che fagocitava tutti gli altri, annullando i giochi con i fogli di carta e l’aria, le passeggiate con me sulle spalle, le bambole regalate a cui mi ero affezionata pensando fossero i doni di un padre.
Di fatto, A. era, forse è ancora, e mi dispiace dirlo perché so di poter far male a persone a cui voglio bene, ma devo esprimerla questa cosa, lui era, è, dicevo, patologicamente incapace di voler davvero bene a qualcuno. Sé stesso compreso, penso. E questo si manifestava più di tutto in due modi: con la violenza, e buttando via le cose che ci erano più care.
Io reagivo tenendo gli altri lontani, e oscillando tra senso di inferiorità e di superiorità, cercando di parlare il meno possibile per poter continuare a credere che se mai avessi parlato, avrei dispensato perle di saggezza tali da lasciare tutti a bocca aperta e così tutti, io compresa, ci saremmo finalmente resi conto che ero perfetta.
Credo che molto di me non ti sarebbe piaciuto, allora, piaceva così poco anche a me. Ma sono sicura che una cosa l’avresti capita bene: ci vuole tempo, vero, ad accettare l’imperfezione? E ce ne vuole ancora di più per imparare ad amarla come una risorsa, per comprendere che il lavoro di Dio forse non è il più invidiabile, e che “Lui” si perde moltissimo anche ad essere infallibile, perché gli errori non servono solo a imparare, sono preziosi in sé, vanno fatti tanto per farli, già. Perché è quello che ci rende umani, ed essere umani non è affatto male, dopotutto. Ma è una cosa che si impara quando si diventa grandi. Fa parte del bagaglio di esperienze che porti con te quando lasci l’infanzia. E sai cosa ti dico? Che forse a perdonarmi, a perdonare, ho imparato perdonando te. Perché non ti ho mai visto perfetto in realtà, mai. Ho amato visceralmente i tuoi difetti tanto quanto le tue qualità. E senza rendermene conto, ho continuato a riflettere le mie imperfezioni e quelle degli altri nelle tue, per vedere se potevo accettarle. Perdono. Che parola densa. Cosa ci dia il diritto di perdonare e perdonarci non lo so, ma qualche volta ci è necessario.

Perdono

Forse non avrei voluto conoscerti ragazzo,
il tuo talento acerbo mi avrebbe
di certo ferita, io permalosa, e tu
m’avresti creduta altera, incapace
di leggerezza, scambiando per arroganza
quel velo di serietà con cui mi difendevo
dalla paura di desideri inconfessati,
così distante dal tuo il mio senso della vita.
O forse invece avrei voluto, allora,
veder crescere il tuo tempo a poco a poco
e poi tu quel velo lo conoscevi bene,
lo avresti scostato con dolcezza,
sfiorandomi i capelli, levando una ciocca
da davanti ai miei occhi e scrutandoli
attento per leggervi ciò che già sapevi,
e con te mi sarei davvero divertita,
al tempo giusto, quello che poi resta.
E avrei visto come la solitudine e il dolore
li avresti rivestiti d’amore da spandere
sul mondo a piene mani, studiando gli altri
per affetto e conoscenza, curioso
come un gatto o come quella scimmia, sì, il gorilla,
che ha pianto tanto, sai, dopo quel giorno
ché di amici veri, forse, neanche gli animali
ne hanno tanti, dico di quegli amici
che leggono dentro di loro fino in fondo
e li amano di più proprio per questo.
Avrei visto i tuoi giovani giorni duri,
quelli dell’amico che non si è salvato
ma anche i tuoi figli, silenziosamente
accettando che fossero di un’altra
e avrei visto crescere i tuoi no,
i tuoi respiri riprendersi lo spazio
di pari passo col tuo diventar grande.
Dicono sia inutile accanirsi col destino
ma non so fare i conti delle volte
che ho vinto oppure che ho perduto.
Quante cose avrei da farmi perdonare?
Quante, chissà, da perdonarti, che
l’affetto è fatto di piccoli perdoni quotidiani
per non doversene rimangiare poi
uno troppo ingombrante da poter portare.
E allora sai cosa ti dico, che ti perdono
per ogni singolo giorno, ogni singolo
istante, ogni prezioso granello
di sabbia ch’è entrato nei miei occhi
costringendomi a vedere ciò ch’era nascosto;
per ogni parola e gesto, ogni silenzio,
ogni spazio occupato nel mio cuore
per ogni stella che guardo, per ogni
lontananza di cui non so che fare.
Ti perdono per ogni poesia letta,
per ogni oggetto smarrito, per ogni
chiave che non ha girato ed ogni
porta ch’è rimasta muta e chiusa,
per ogni volta che ti cerco ed anche
per quando ti trovo solo per riperderti
e rivivere tutto da principio. Non so
alla fine, perdonarti per cosa, per nulla
forse. Diciamo per tutto, e così sia.

In seguito ho imparato a prendere per mano quella me stessa così infantile, rabbiosa, vendicativa, capricciosa, vittimista. A partire da Mork, ho imparato a sentire dentro di me la voce gentile che aveva fiducia che le cose potessero cambiare in meglio. A quella bambina ho riconosciuto la forza di rialzarsi, di chiedere aiuto, di volersi guardare dentro, capirsi e migliorare. E tu lo sai che la mia voce gentile, quella che comprende e perdona, che sostiene e incoraggia, quella, soprattutto, che ascolta, è ancora la tua, oggi più che mai, riconoscibile, scelta e decisa con cura tra tutte le altre, ha il tuo timbro, il tuo tono, la tua profondità, la tua allegria, ma più di ogni altra cosa, la tua tenerezza, capace sempre di sciogliermi dentro, addolcire ogni male e riscaldarmi il cuore.
La convivenza di mia madre con A. è andata avanti per oltre dieci anni, ero abbondantemente maggiorenne quando infine siamo riusciti ad allontanarlo.
Adesso puoi capire? Come avrei fatto senza l’adorabile alieno che ha saputo scompigliare la mia vita lasciandoci entrare il disordine, quello che crea e che sovvertendo costruisce, proprio mentre qualcun altro rischiava di distruggerla con la follia di una logica apparente, ogni cosa al suo posto e niente in ordine? In qualche modo, immagino, sarei andata avanti comunque, avrei trovato un’altra strada. Ma tu c’eri, allora e dopo, e… ecco, sono molto felice che sia stato proprio tu a essere lì. Devo molto a tante persone, ma il debito che ho verso di te è prima di tutto un debito di affetto. Ti voglio molto, molto bene e so che non avrei potuto sperare di trovare qualcuno che meritasse questo affetto e questa gratitudine più di te.

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8 Pensieri su &Idquo;Mica facile neanche il titolo: dell’infanzia, e delle cose che tornano, e di quelle che restano

  1. non ci sono punte di piedi abbastanza discreti per entrare in questo tuo splendido intimo e non ci provo neppure. Vorrei solo che tu mi senta vicino

  2. L’ho letto appena pubblicato, ho lasciato che sedimentasse a lungo e l’ho riletto stasera. Mi raccolgo in un rispettoso ma affettuoso silenzio e abbraccio la bambina, l’adolescente e la donna che sei diventata.

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