IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II (segue)

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E adesso era sul treno. Stordito, quasi inebriato da quella sua inedita capacità di fare cose sorprendenti. Come, per esempio, chiedere tre giorni di ferie fuori stagione, praticamente senza preavviso, e saltare su un treno.
Nuvole grigie, nuvole bianche, e frammenti di azzurro. “Non sa se vuol piovere” avrebbe detto Stéphanie. Per tutto il giorno quei frammenti di sereno erano andati allargandosi e richiudendosi continuamente, instancabilmente. Labili promesse di un sole opaco, seguite da rapide disillusioni. Ma le previsioni dicevano che non avrebbe piovuto, per quanto ci si potesse fidare di quella scienza inesatta. Non rimpianse neppure per un minuto di non aver preso la macchina, mentre davanti ai suoi occhi il rapido movimento delle cose e dei suoi pensieri si alternava alla rassicurante distanza, emotiva quanto temporale, delle “Vite” di Plutarco (sì, le sue preferenze andavano ancora ai classici un po’ polverosi dei suoi anni di gioventù. E guai a chi insinuava che fossero letture pesanti. Non c’era niente che gli desse altrettanto piacere. Beh, d’accordo, quasi niente). Però non riusciva a impedirsi di pensare, non riusciva a fermare quel suo cervello razionale e perennemente timoroso di tante cose. Alessandro Magno aveva domato un cavallo ombroso costringendolo a guardare sempre verso il sole, perché aveva compreso che era spaventato dalla sua stessa ombra proiettata sulla terra. Matteo immaginava il cavaliere indomabile lanciato al galoppo, pieno di gioia per la vittoria della ragione sullo spirito selvaggio dell’animale. Ma forse lui era il cavallo, invece, il cavallo che aveva paura della propria ombra.
Pensò a sua madre, a quando gli aveva detto che un matrimonio non deve mai essere spezzato, pensò alla faccia che aveva fatto alla sua risposta. “Mamma, ho un’amante da quattro anni. Forse è arrivato il momento che prenda qualche decisione sulla mia vita”. Sua madre che aveva sopportato da suo padre, adesso poteva ammetterlo anche con se stesso, un numero difficilmente calcolabile di tradimenti. Sua madre che aveva riversato sul marito e sul figlio, con acida soddisfazione, tutto il suo malumore di moglie a metà, forte della sua posizione protetta dal vincolo del matrimonio, una donna sposata che non può essere semplicemente lasciata così, come se niente fosse. E quando infine lui era morto, lei aveva ormai da tempo perso ogni fiducia nella propria capacità di amare. Sua madre che aveva perduto il marito e aveva un figlio che non era come lo avrebbe voluto. Il vecchio senso di colpa tornò a pungerlo, ma lo accolse quasi con affetto. Poteva permetterselo, adesso. Poteva permettersi di criticare sua madre senza odiarla, e di volerle bene senza venerarla. Gli era finalmente chiaro che non avrebbe potuto riscattare neanche una piccola parte della sua infelicità fingendo di aver fallito nelle cose in cui lei aveva avuto successo, e di essere riuscito dove lei aveva perduto.
C’erano altre due persone nello scompartimento, una brunetta probabilmente sui diciott’anni che masticava il chewing-gum con evidente diletto, quasi voluttuosamente, e un’anziana signora che aveva fatto qualche debole tentativo di conversazione sulla scomodità dei treni, prima di ripiombare, a sua volta, nella lettura concentratissima di un giornale femminile francese. Ma tutto era tranquillo, e Matteo si gustava quella tranquillità, le ultime ore in cui avrebbe ancora potuto, se voleva, fingere di essere parte di un pacifico, inalterato tran-tran, oppure stupirsi di quel cambiamento che lo faceva sentire a tratti invincibile, capace di tutto. Avrebbe potuto, se voleva, immaginare di lanciarsi nell’avventura, adesso che aveva cominciato. Di lasciarsi portare dal vento del capriccio e dell’improvvisazione. Di non fermarsi a Marsiglia, ma proseguire per il Nord, un Nord indefinito, bianco, freddo, pieno di insidie e di pericoli, il Nord dei Vichinghi, degli Esquimesi, il Nord di Moby Dick e dei Balenieri. Anche soltanto ritrovarsi da solo, senza una donna vicino, per la prima volta nella sua vita, sarebbe stata una specie di avventura. Ma non voleva pensare che Stéphanie potesse non volerlo più. La paura c’era, il tratto costante del suo carattere, da sempre. Cosa avrebbe fatto in quel caso? Sarebbe partito per il Nord, o sarebbe, come era più probabile, tornato a casa, alla vita di sempre, tornando ad essere il buon vecchio Matteo, tanto caro, tanto dolce, sempre uguale a se stesso, affidabile, prevedibile e mediamente scontento?

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5 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II (segue)

  1. quanti non hanno pensato in qualche parte della vita di salire su un treno senza destinazione, verso misteriosi paesi solo per sentirsi liberi e indipendenti da ogni forma di convenzione. Lettura scorrevole, Alexandra!

    • Grazie! Sì, credo anch’io, in un certo senso questa parte si potrebbe quasi definire “autobiografica”, prendere un treno a caso senza neanche sapere dove va (ma partendo dal presupposto che sia una destinazione sufficientemente lontana e misteriosa) è sempre stato il mio sogno! 🙂

    • Matteo non sarebbe Matteo senza pensieri, riflessioni e dubbi. Stasera posto la puntata successiva, visto che quella di ieri era in ritardo, avrei dovuto pubblicarla martedì. Però nella puntata di stasera, ti anticipo, si cambia di nuovo scena 🙂

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