IL BOSCO – PARTE IV – CAPITOLO IX

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Dalla cucina gli arrivava il profumo dei pinoli tostati e soffritti con aglio, prezzemolo, olive, forse un’acciuga, uvette e pomodoro fresco. Viviana non sapeva fare molto, in cucina, ma c’erano un paio di cose che le riuscivano benissimo. La buridda di pesce era una di queste. Ma che strano che lui riuscisse a distinguere ogni profumo, ogni ingrediente da un altro, pur mescolati, e riconoscerli, uno per uno, lasciando che lo avvolgessero senza distrarlo, mentre leggeva, come se le due sensazioni, quella del cibo e quella delle parole, si completassero senza sovrapporsi.
La sentì avvicinarsi, dapprima un po’ confusamente, perché quello che stava leggendo comunque gli entrava dentro, ritardando la coscienza di quello che c’era all’esterno. Ma la sentì, percepì la sua inquietudine. Alzò gli occhi dal libro, tolse gli occhiali e le sorrise. Da quanto tempo portava gli occhiali? Non lo ricordava più. La vista aveva cominciato ad appannarsi, in modo quasi impercettibile, e poi sempre di più. Il primo segno dell’età, ma era passato ancora tanto tempo. Non si sentiva vecchio, questo no, ma aveva avuto tanto tempo, in un certo senso.
Le tese le braccia e lei gli andò vicino, lasciò che la stringesse. Era straordinario il modo in cui poteva ancora desiderarla. I fili biondi sul collo, che aveva amato accarezzare da sempre, erano diventati bianchi. Viviana non si tingeva i capelli, li schiariva, perché il grigio diventasse meno triste, più luminoso.
Gli capitava, a volte, di guardarsi allo specchio e non riconoscersi, ma lei, lei la riconosceva, era il punto di riferimento che gli impediva di perdersi, che gli permetteva di accettare il passare degli anni, sentendosi ancora giovane, ma senza essere troppo spaventato dai cambiamenti del suo corpo e della sua faccia.
– Sei triste – gli disse. Lo conosceva così bene, eppure avrebbe potuto continuare a mentire, a dire che erano i ricordi del passato. Forse lei non gli avrebbe creduto, ma se avesse capito che non voleva parlarne, non avrebbe insistito.
– No, non è niente – rispose. Il suo sguardo lo colpì. Sapeva di non essere riuscito a ingannarla, e sapeva che si stava chiedendo se davvero lui avrebbe preferito tacere, e fino a che punto. Se lo chiedeva anche lui. Non sapeva quale scelta sarebbe stata più egoista, dirglielo e affrontare con lei anche questo, oppure restare a soffrire da solo, non dirle niente finché non fosse stato indispensabile, togliersi dalle spalle la responsabilità di un dolore che sarebbe venuto dopo, e che lui non avrebbe mai visto.
– Ho paura, Fabrizio. Se non vuoi dirmi niente per non farmi paura, voglio che tu sappia che di qualunque cosa si tratti, preferirei saperlo… se non ti costa troppo dirmelo.
Era sempre stato lui a leggere nel cuore delle persone, così gli dicevano, ma questa volta era stata lei a scavargli dentro, a guardare oltre.
Stava leggendo le Memorie di Adriano, della Yourcenar. Non era la prima volta, ma era la prima volta che sentiva quelle parole così vicine al suo cuore. Aveva acquistato una consapevolezza nuova del suo corpo, il corpo che lo tradiva, e tuttavia mentre lo tradiva, gli permetteva anche di trovare insospettate strade per rinnovare il suo amore per le persone, per le cose e per la vita. Era come se tutti i suoi sensi avessero sviluppato una capacità di percezione che non aveva mai saputo di avere. Sapori, odori e suoni diventavano più intensi, scopriva nelle sue mani il potere di cambiare il suo rapporto con il mondo. Solo la vista era più debole, ma non tanto da non permettergli di vedere la bellezza con una capacità di stupirsi che non aveva mai dimenticato, ma che si era come moltiplicata.
Aveva impressi nella memoria i momenti della cruda disperazione, della rabbia impotente. Il giorno in cui era andato al mare e aveva guardato i nuotatori raggiungere punti lontani a grandi bracciate, e non aveva sentito, come Adriano, l’imperatore-filosofo, quella partecipazione totale alle sensazioni di altri, quella comprensione al di là dell’intelligenza. Aveva sentito solo tutta l’immensità della paura e del dolore. Si era gettato in acqua, aveva nuotato fino quasi a soffocare, non per provare la resistenza dei suoi polmoni, ma per fiaccare quello che gli restava della sua voglia di vivere e lasciarsi andare, senza che l’istinto di sopravvivenza, nonostante tutto, gli imponesse di tornare fuori dall’acqua e riprendere respiro. Ricordare le sue corse di ragazzo, le giornate di vento con il windsurf tra le onde, la neve delle montagne dove aveva sciato milioni di volte non gli aveva dato conforto, ma aveva acuito il vuoto, l’idea che tutto era stato inutile, che non c’era più niente che contasse.
Alla fine era tornato indietro, ma per molto tempo aveva continuato a chiedersi, e ancora se lo chiedeva a volte, che cosa avesse davvero un senso in tutta quella confusione di sensazioni, di cose che sapeva e di cose che avrebbe voluto sapere. L’orgoglio che aveva provato per certe sue creazioni cui era più affezionato, per il suo successo. L’avidità con cui imparava nuove lingue, per poter parlare con le persone senza i confini di parole mal dette o mal comprese. La cura che aveva avuto per quel suo corpo che invecchiava, la cura che continuava ad avere, sia pure con modi e misure diverse. Il suo amore per Viviana.
Che era quello che gli aveva fatto riscoprire il senso di tutto il resto. E aveva ritrovato la capacità di sorprendersi che una frase detta da qualcuno, una sinfonia, una canzone, o le parole di un libro, potessero togliergli il fiato per l’emozione.
– Sto morendo, Vi. Il cancro… è molto esteso, e non è più operabile. Non so quanto tempo mi resta, qualche mese, forse un anno.
Non c’era un modo gentile per dirlo, non c’erano altre parole.
Se Viviana non lo avesse conosciuto così bene, non gli avrebbe creduto. C’era, sì, quell’ombra di tristezza, quella che l’aveva spaventata. Ma lui la guardava con gli stessi occhi di sempre, il suo viso, il suo corpo, non erano cambiati. Solo un’ombra, e poi, lo stesso sorriso che gli illuminava lo sguardo, lo stesso equilibrio che niente era mai sembrato scalfire, tranne la morte di Raf, l’unica volta in cui l’aveva visto piangere con una disperazione senza rimedio, aggrappandosi a lei come lei si aggrappava a lui, per non morire.

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9 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – CAPITOLO IX

  1. un cambio di scenario e quanto mai doloroso. Devo cercare di capire come incastrare questo episodio nel contesto generale.
    Riflessioni fino alla confessione che per Fabrizio stava arrivando il conto finale.

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