LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Shakespeare, finalmente! – La tempesta

Avrete forse intuito che in questo momento sono in città e ho la mia amata connessione continua (amata ma talvolta perniciosa, lo ammetto). Insomma, mi sbizzarrisco, pubblico il più possibile nei prossimi due o tre giorni, poi sarò di nuovo meno presente per un po’.

Oggi sono andata un po’ a spulciare nelle mie vecchie recensioni di Anobii in cerca di materiale per la rubrica della domenica, ma anche di libri da rileggere, e ho deciso finalmente di proporvi uno dei più bei pezzi teatrali di Shakespeare (che comunque sarà ospite d’onore altre volte senz’altro, nelle puntate prossime). Perché io Shakespeare lo adoro senza se e senza ma, è il più grande conoscitore dell’animo umano che ci sia, sa trattare meravigliosamente il turbinio delle emozioni, la saggezza, la follia, l’amore, la poetica, la bellezza e il tormento della scrittura, l’ambizione, il coraggio; sa dosare la suspense come il più grande giallista, sa far ridere e piangere a sua discrezione, è tenero e durissimo, spietato e partecipe, ironico e talvolta sarcastico, persino cinico, ma in realtà solo contro chi lo merita, contro chi ha un’idea spropositata di sé senza alcun fondamento. Quanto agli altri, legge nei loro cuori, ama con loro, soffre con loro, comprende le loro debolezze, sapendo che comunque costeranno loro tutto, perché è così che vanno le cose, ma questo non ci impedisce affatto di sentirli vicini; anzi, è proprio per questo che sentiamo ogni personaggio come se fosse una parte di noi.

Parlerò questa volta della Tempesta, uno dei suoi ultimi lavori, spesso considerata come il suo testamento.

Da anni il duca di Milano Prospero, perduto il suo titolo a causa del tradimento del fratello, vive con la figlia Miranda su un’isola deserta, un tempo appartenente al “mostro” Caliban, dal quale ha appreso le arti magiche e che ha poi reso suo schiavo.
Un giorno il traditore giunge con il figlio Ferdinando nei pressi dell’isola. Prospero con la magia causa un naufragio dal quale tutti si salvano, ma all’insaputa l’uno dell’altro.
Alla fine ci saranno pentimento e riconciliazione e tutti lasceranno l’isola definitivamente.
Si pensa comunemente che l’ultimo monologo di Prospero, alla fine di questa “commedia” (commedia perché è a lieto fine, ma è alquanto cupa) sia il canto del cigno del poeta che si separa dagli strumenti della sua arte, e al tempo stesso li rinnega, come qualcosa che resta necessariamente rozzo, incapace di dare piena sostanza agli elementi (i sentimenti umani?) che evoca.

« PROSPERO – Now my charms are all o’erthrown,
And what strength I have’s mine own,
Which is most faint: now, ‘tis true,
I must be here confined by you,
Or sent to Naples. Let me not,
Since I have my dukedom got
And pardon’d the deceiver, dwell
In this bare island by your spell;
But release me from my bands
With the help of your good hands:
Gentle breath of yours my sails
Must fill, or else my project fails,
Which was to please. Now I want
Spirits to enforce, art to enchant,
And my ending is despair,
Unless I be relieved by prayer,
Which pierces so that it assaults
Mercy itself and frees all faults.
As you from crimes would pardon’d be,
Let your indulgence set me free.
»

« PROSPERO – Ora i miei incanti son tutti spezzati,
e quella forza che ho è mia soltanto
e assai debole. Ora senza dubbio
potete confinarmi qua
o farmi andare a Napoli. Non vogliate,
giacché ho riavuto il mio ducato
e perdonato al traditore, che io resti ad abitare,
in grazia del vostro magico potere, questa isola;
ma liberatemi da ogni inceppo
con l’aiuto delle vostre valide mani.
Un gentil vostro soffio deve gonfiar le mie vele,
altrimenti fallisce il mio scopo
che era quello di divertire. Ora non ho
spiriti a cui comandare, né arte da far incantesimi,
e la mia fine sarà disperata
a meno che non sia soccorso da una preghiera
che sia così commovente da vincere
la stessa divina misericordia e liberare da ogni peccato.
E come voi vorreste esser perdonati di ogni colpa,
fate che io sia affrancato dalla vostra indulgenza. »

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