IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – I – Continua

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Fabrizio aveva un modo di guardare come se tutto avesse un’anima, persone e cose riprendevano vita nella luce del suo sguardo curioso. Questa era stata la prima cosa che aveva notato di lui, il primo giorno che lo aveva conosciuto. Poi quella quieta serenità che spandeva intorno, che si sarebbe forse potuta definire flemma, non fosse stata in bizzarro contrasto con un’appassionata, instancabile energia vitale che rivelava in ogni sfumatura del tono di voce ogni volta che parlava di uno qualsiasi dei suoi millecinquecento interessi.
E quella luce dello sguardo, quella serenità non le aveva mai perdute. Non aveva pensato che potesse essere questo. Gli era così vicino che quella paura apparentemente irragionevole si era impadronita di lei prima che avesse il tempo di pensarci. Per quanto lui avesse cercato di nasconderlo, aveva capito che soffriva, ma non aveva mai pensato che potesse essere questo.
Antichi insegnamenti quasi dimenticati le tornarono alla mente. E’ una punizione, pensò. Una punizione perché l’ho amato troppo, per il male che ho fatto cercando di essere felice.
Se le avessero tagliato la gola con un coltello, le avrebbe fatto meno male. Se fosse stata una punizione, allora era lei che avrebbe dovuto morire, non lui, la metà della sua anima, l’uomo che l’aveva amata così tanto per ventotto anni, fino al punto che ogni momento di quei ventotto anni era legato a lui, ogni memoria, per tutto il tempo, anche quello che non avevano passato insieme. Ma lei non poteva morire al posto di Fabrizio.
Continuava a guardarlo, incapace di dire niente, di fare niente. Sapeva che dovevano esserci da qualche parte delle parole, o dei gesti, con cui avrebbe potuto ritrovare, per tutti e due, il senso di tutto quello che c’era stato e continuava ad esserci. Ma non sapeva dove.
Fabrizio ripensò al momento in cui il dottore glielo aveva detto. Per tutta la vita aveva pensato che avrebbe preferito non morire all’improvviso, avere il tempo di prepararsi, di accettare l’idea. In quel momento lui, che non credeva in Dio, avrebbe maledetto quel Dio crudele che gli aveva dato quello che aveva chiesto, senza nessun segno, nessun avvertimento dell’abisso in cui si sarebbe trovato. Eppure, dopo, aveva capito che non era stata crudeltà. Che gli era stata data la possibilità di guardare quella vita che aveva amato tanto con occhi diversi, riappropriandosi di tutto quello che, inevitabilmente, aveva preso per scontato. Il sonno, per esempio. L’intimo piacere di risvegliarsi, di riprendere contatto con la vita, e di guardare la donna che amava mentre ancora dormiva, in quell’istante sospeso tra la notte e il giorno, quando non si sa dove finisce il sogno e dove ricomincia la realtà. Il tempo. Il tempo che si riduceva, che fuggiva più in fretta ancora di sempre, ma dilatava le sue giornate, nel lusso di potersi fermare su ogni particolare senza essere incalzato da cose che non c’entravano con la sua vita, restituendogli la gioia per ogni giorno in più che gli veniva dato. Il suo cuore che continuava a battere, il respiro, il sangue che scorreva. Qualche volta avrebbe dato qualunque cosa per far cessare il dolore, per ritrovare la forza che stava perdendo sempre più in fretta, ma ogni gesto, ogni più banale capacità del suo corpo e della sua mente, adesso, aveva tutta l’importanza del mondo. Persino la capacità di provare dolore.
Eppure c’erano momenti in cui era terribilmente difficile. Non aveva un paradiso in cui credere, o la speranza di un’altra vita, sulla terra o in qualunque altro luogo. La sua vita aveva avuto una durata ben definita, e stava arrivando alla fine. Tutti i suoi pensieri, la sua memoria, la conoscenza, l’amore che aveva dato e ricevuto dalle persone che gli erano state vicine, sarebbero andati perduti, o rimasti nella memoria dei vivi. Ma poteva bastare? Aveva avuto molto, e perduto molto, come tutti, forse era stato più felice di molti altri, ma aveva sofferto anche molto. Ma aveva avuto Viviana, e non l’aveva mai perduta. Lei era la sua forza, anche adesso. La stringeva, e continuava a desiderarla, e gli sembrava una cosa naturale, ma nello stesso tempo anche un miracolo, e ancora, nello stesso tempo, anche qualcosa di misterioso e difficilmente esprimibile, in un momento come quello.
Avrebbe voluto poter continuare a fare, con lei, quello che aveva sempre fatto, e anche le cose che non aveva mai fatto, ma senza che tutto fosse invaso completamente dalla consapevolezza della morte che si avvicinava, non lasciando più spazio per la vita che, nonostante tutto, andava avanti. Era riuscito a trovare in se stesso la forza dell’accettazione. Ma avrebbe potuto trovarla per lei? Avrebbe potuto farle capire che tutto quello che gli era sempre piaciuto continuava a piacergli, tutto quello che aveva sempre detestato lo detestava ancora, le sue idee erano le stesse, sentiva le stesse cose, era, dopotutto, lo stesso uomo che era stato un anno prima, una settimana prima, un’ora prima?
Forse c’è qualcosa di sacrilego, pensava, in questo mio ostinarmi a provare ancora piacere per le sensazioni del mio corpo, forse dovrei limitarmi a sopportare le funzioni vitali necessarie, rassegnandomi come a qualcosa a cui devo sottomettermi, e non qualcosa che fortemente voglio. Forse i piaceri dello spirito sono meno immodesti, meno intemperanti. O forse, invece, è sacrilego continuare a negare l’inscindibile unità dell’essere umano, solo perché il confine di quell’esistenza che tutti sentiamo continuamente sospesa, precaria e soggetta ai capricci del destino è diventato più nitido, più visibile. Forse è sacrilego vergognarci del nostro corpo e umiliarlo, senza accorgersi che il nostro spirito non è nulla senza il corpo, che ci sono stati dati insieme perché attribuissimo ad entrambi lo stesso valore. I neuroni che si uniscono a formare un pensiero fanno parte del corpo o dell’intelletto? La circolazione del sangue nelle arterie, fino al cuore, il soffio vitale che arriva ai polmoni con il respiro, sono solo operazioni fisiche, e dunque disprezzabili? Ragionamenti ed emozioni provengono dal cervello quanto dalla mente o dall’anima. E allora, perché non dovrebbe essere possibile arrivare a Dio, attraverso il corpo di una donna? Forse la verità del Signor de la Palisse non era affatto così lapalissiana, così evidente. E’ difficile per qualcuno che ti è molto vicino capire che sei vivo fino all’ultimo momento della tua vita.

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7 Pensieri su &Idquo;IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – I – Continua

  1. la descrizione dei pensieri di chi sa che la vita sta fuggendo sono descritti in modo naturale senza enfasi. pensieri lucidi, consapevoli di quello che si lascia qui nel mondo dei vivi senza indulgere o sperare in un mondo dei morti diverso dal buio.
    Veramente notevole. Complimenti.

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